la Repubblica, 23 gennaio 2017
Allarme dighe. «C’è un pericolo Vajont» poi la Grandi rischi nega. Ma l’invaso sarà svuotato
ROMA Dopo il terremoto e la neve adesso arriva l’incubo dighe, lo spettro di un nuovo Vajont. A paventare il ripetersi della tragedia del ’63 quando una frana caduta nel bacino idrolettrico provocò 1.910 morti, è il presidente della commissione Grandi rischi, Sergio Bertolucci. E scoppiano polemiche, proteste, annunci di scuole chiuse ad oltranza, sindaci in rivolta e una riunione d’urgenza convocata dal governo per vederci chiaro sulla situazione degli invasi nelle regioni terremotate.
Bertolucci nei giorni scorsi aveva annunciato la possibilità di danni agli invasi vista la previsione di scosse sui 7 gradi di magnitudine. Ieri al tg3 rincara la dose: «Nella zona di Campotosto c’è il secondo bacino più grande d’Europa con tre dighe, una delle quali su una faglia che si è parzialmente riattivata e ci possono essere movimenti importanti di suolo che cascano nel lago, per dirla semplice è “l’effetto Vajont”».
Qualche ora dopo, ridimensiona: «Il pericolo non è imminente, basta monitorare l’attività sismica». Anche l’Enel, che gestisce l’infrastruttura, afferma dopo accurati controlli che è assolutamente sicura, ma la gente ormai ha paura e la reazione dei sindaci della zona è immediata. A Leonessa per precauzione le scuole verranno chiuse sine die, mentre altri comuni protestano per non essere stati avvertiti direttamente del possibile pericolo. «Farò un esposto in procura. Trovo tutta questa cosa paradossale, non possiamo apprendere da Facebook se ci sono dei rischi» dice Paolo Trancassini sindaco di Leonessa.
Alla fine interviene il governo. Per valutare la situazione delle grandi dighe del centro Italia colpite da sisma e maltempo oggi ci sarà una riunione indetta dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Non solo, ci si muove subito per Campotosto. È solo per precauzione, insistono all’Enel, ma la certezza è che nei prossimi giorni parte dell’invaso, pieno ora al 40%, verrà ulteriormente svuotato di acqua per alleggerire la pressione sulle strutture.
È una vecchia conoscenza di sismologi e ingegneri, Campotosto, venti chilometri da Amatrice e cinquanta dall’Aquila. Secondo lago artificiale più grande d’Europa (1.400 ettari) con le sue tre dighe, si trova nella zona più sismica del continente. A costruirlo furono gli uomini del Duce negli anni 30. Serviva energia per alimentare l’industria bellica e Campotosto, 1.420 metri sul livello del mare, sembrava il luogo ideale.Alla riunione del ministero sulle dighe, oggi, parteciperanno uomini della Protezione civile, del Consiglio superiore dei lavori pubblici, le Regioni e i gestori. Il summit è stato convocato dal ministro Graziano Delrio. Dopo aver ricevuto un quadro della situazione nei mesi scorsi, ha convinto il governo a stanziato 300 milioni per intervenire sulle 101 dighe più a rischio tra le 541 con almeno un milione di metri cubi d’acqua. In serata il premier Paolo Gentiloni ha annunciato poteri straordinari a chi si occupa di ricostruzione. «Protezione civile e commissario hanno bisogno di maggiori poteri per lavorare più velocemente, perché nelle zone colpite dal sisma non si diffonda la disperazione».Caterina Pasolini
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«Noi, con un lago sulla testa adesso abbiamo paura se parte l’onda porta via tutto»CAMPOTOSTO (L’AQUILA) A quelli che vivono con un lago sulla testa “l’effetto Vajont” fa un po’ paura... S’è svegliata la faglia, sindaco? Luigi Cannavicci, primo cittadino delle 600 anime di montagna che svernano intorno al lago artificiale, smoccola nella casetta di legno del Centro operativo locale in cui si è trasferito di fatto il comune, visto che gli è crollato mezzo tetto in testa e l’altro mezzo è pronto a completare l’opera. «Le coperte! Mi avete dato dieci brandine e cinque coperte, volete farli morire di freddo? Siamo a 1.400 metri, qui la temperatura va a meno troppo!», urla con il telefono di un collaboratore che ha l’unico gestore attivo nella zona. Tutti gli altri hanno le antenne ko, e niente campo.
Sindaco, la faglia? «Si è svegliata la Commissione Grandi rischi, non la faglia. Noi il lago sulla testa ce l’abbiamo sempre avuto, e il rischio sismico pure. Se c’è un pericolo, c’è sempre stato. Per fortuna le dighe sono controllatissime. Ma se un terremoto ne buttasse giù una, si porterebbe via paesi e città».
Ecco, appunto. Per dirla semplice, se vien giù un’onda assassina dalla diga di Poggio Cancelli, la frazione è spacciata. «Poi si porterebbe via Cornillo e Preta, Amatrice non credo», dice il sindaco. E se invece il demone se la prende con la diga sul versante teramano, la diga del Fucino? «Si porta via Aprati, e poi Tottea che di abitanti ne ha parecchi». Poi giù dritto verso il Vomano, e a Montorio si salvi chi può.A Poggio Cancelli, in casa Berardi c’è Teta ai fornelli, e una tavolata apostolica imbandita. Che fate, mangiate con un lago imbizzarrito sulla testa? L’avete sentita la Commissione Grandi rischi? «Quelli hanno paura di fare come all’Aquila, meglio mettere le mani avanti», sorride Angelo strizzando l’occhiolino. «Per far venire giù le dighe dovrebbe venire un terremoto così forte che noi ce ne andremmo lo stesso, no?».Casa Berardi, da sette anni, è un Map, un modulo abitativo costruito dopo il sisma dell’Aquila. Al terremoto magari resisterebbe, all’onda anomala no.
«Ma io ho 69 anni e c’ho sempre vissuto, con il lago là sopra. È nato dopo gli anni Venti dove c’era la torbiera. Noi abbiamo fiducia nella solidità della struttura», dice Teta distribuendo pane e salami di antipasto. Ci sono quattro famiglie unite, nel suo Map. Ma è una cosa seria, questa minaccia evocata dalla Commissione? «Il lago e le dighe sono pieni di sensori, e poi l’avete sentita la smentita, no?
Se fosse stata una cosa seria, sarebbero venuti subito i carabinieri a bussare alla porta e ci avrebbero portati via di corsa come quelli di Ortolano», l’altra frazione sul lato teramano evacuata interamente in elicottero dopo la slavina che ha ucciso una persona, il giorno del sisma. La strada che porta a Ortolano e scende a Montorio è chiusa per il rischio frana, che coi tre metri di neve che hanno isolato Campotosto per un giorno intero sarebbe una valanga micidiale.
Non è la prima volta che si teme un disastro con le dighe sul lago artificiale. Già ai tempi del terremoto dell’Aquila... «Ecco, appunto. Lo vede che si svegliano quando hanno voglia di svegliarsi?», dicono al tavolone di Poggio Cancelli. «Il Vajont è un’altra cosa. Lì cadde la montagna su un lago – dice il sindaco – qui rischiamo un danno alla diga, e l’effetto sarebbe tutto da valutare». Imbiancato e ghiacciato, il lungo lago non pare troppo minaccioso. D’estate «il lago si riempie, lungo le coste arrivano i turisti ed è bellissimo», raccontano i paesani evacuati nei Map. Adesso una distesa di neve si allunga fin quasi a centrolago, e i due rami del lago sono così bassi da esser quasi separati dal loro naturale displuvio. La torbiera, qui, era lo spartiacque tra la valle del Tronto e quella del Vomano.
Ci sono volute tre dighe per creare questo enorme bacino d’acqua che alimenta la centrale Enel. «Una è sulla cresta del monte, l’acqua la lambisce appena. A preoccupare sono le altre due», dice Angelo che a Campotosto c’è nato, cresciuto e pure tornato, appena è andato in pensione.
E lei, presidente della Regione: lei dorme tranquillo? “Mah – pesa le parole il governatore abruzzese, Luciano D’Alfonso – alle 14,30 il presidente della Commissione Grandi rischi ha sguainato la dicitura”‘effetto Vajont”, ma alle 18,20 non c’era più alcun “pericolo Vajont”.Alla luce delle molte informazioni assunte dormo tranquillo, sì. L’invaso è al 40%, una verifica dall’alto ha eslcluso la presenza di “cricchi” o lesioni, e compatibilmente con la tenuta dei corsi d’acqua continueremo l’abbassamento del livello. Poi, però, quando l’emergenza neve sarà finita, ho qualche bella domandina da fare al presidete della CommissioneGgrandi rischi”.
Paolo G. Brera