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 2017  gennaio 24 Martedì calendario

La riforma che ha dato una scossa alla Spagna

Per Mariano Rajoy la riforma del mercato del lavoro è il più importante risultato raggiunto dal suo governo. Il premier spagnolo rivendica il merito del continuo miglioramento dei dati sull’occupazione e non si stanca di ripetere che anche la ripresa economica che la Spagna sta vivendo, straordinaria dopo la crisi più profonda della sua storia democratica, è una diretta conseguenza delle nuove regole sul lavoro introdotte nel 2012, della sua ley estrella, la legge stella della passata legislatura. E anche oggi, alla guida di un governo di coalizione e di minoranza, sta resistendo ai tentativi dell’opposizione che intende smontare la riforma in Parlamento. «L’economia spagnola cresce a ritmi superiori al 3% all’anno ma dobbiamo proseguire su questa strada, non possiamo tornare indietro», ha commentato Rajoy di fronte alle proposte socialiste. «Cancellare la riforma del lavoro – ha aggiunto, pur dicendosi disponibile a migliorare le norme esistenti – è il più grave errore di politica economica che la Spagna può fare. La riforma sta funzionando, abbiamo già creato un milione e mezzo di posti ma ne dobbiamo creare ancora altrettanti».
Il lavoro è stato la priorità di Rajoy da subito: la crisi finanziaria di Lehman, la bolla immobiliare che scoppiando ha travolto l’immobiliare e le grandi imprese di costruzione, il collasso del sistema bancario delle cajas, hanno portato la Spagna vicina al default. Nella recessione durata tre anni, il tasso di disoccupazione è arrivato al 27% – con l’aggravante di un dato sui giovani vicino al 60% – e oltre sei milioni di spagnoli si sono trovati senza un impiego.
Non c’è dubbio che introducendo le nuove regole sui licenziamenti e sulla contrattazione il leader conservatore abbia vinto un’importante partita: contro l’opposizione di sinistra e contro i sindacati, mostrando capacità di comando che non tutti gli riconoscevano. Ed è altrettanto certo che la riforma del lavoro nel suo complesso abbia dato una scossa al Paese. Ma gli effetti sull’occupazione e sulla crescita economica non sono facili da valutare.
Per l’economista Juan Ramon Rallo «la riforma del lavoro è servita per ridurre i costi di ristrutturazione dell’economia spagnola, in modo particolare con riferimento alle piccole e medie imprese. Senza la riforma, i costi dei licenziamenti sarebbero stati molto più alti e questo avrebbe tolto risorse alle imprese costringendole in definitiva a licenziare di più». Gli esperti del Ceoe, la confindustria spagnola, affermano che «la riforma ha permesso al Paese di uscire più rapidamente dalla crisi. Alle imprese che dovevano per forza adottare misure traumatiche ha concesso più flessibilità e ha dato regole che si adattavano alle gravi necessità del momento». José Ignacio Garcia Perez, docente all’Università de Olavide di Siviglia, arriva a quantificare il contributo della riforma: «Il 32% del calo della disoccupazione si può attribuire alle nuove regole sul lavoro, la parte restante viene dalla crescita economica».
La riforma di Rajoy ha tuttavia fatto aumentare il lavoro precario spaccando ancora più profondamente un Paese diviso tra lavoratori stabili e protetti contro lavoratori precari e senza prospettive. Nell’ultimo anno la metà delle persone che hanno trovato un impiego ha dovuto accettare un contratto a tempo determinato mentre nel totale degli occupati spagnoli, i contratti a tempo determinato, stagionali o precari hanno superato il 27 per cento. Senza che siano stati recuperati i disoccupati di lunga durata che sono ormai un quarto dei senza lavoro. Ed è su questi dati che si basano le critiche comprensibili dei sindacati e le proposte dell’opposizione in Parlamento.
La riforma voluta dal governo di centro-destra nel 2012 ha ridotto drasticamente le indennità che devono essere corrisposte al lavoratore a tempo indeterminato in caso di licenziamento senza giusta causa. Ha introdotto inoltre il licenziamento per cause oggettive, cioè economiche. E ha permesso – in questo seguendo la linea già seguita dai governi socialisti di José Luis Zapatero – la contrattazione in deroga a livello aziendale sia sugli orari che sulle retribuzioni. Nel caso di licenziamento senza giustificato motivo il lavoratore ha diritto solo a un indennizzo (in sede giudiziaria) che la riforma ha ridotto da 45 a 33 giorni per ogni anno lavorato e che comunque non può superare i 24 mesi contro i 42 previsti in precedenza. Nel licenziamento “oggettivo”, per cause economiche, l’impresa che ha un calo di fatturato nei nove mesi precedenti o lo prevede nei nove successivi può licenziare il lavoratore con un indennizzo di 20 giorni per anno lavorato per un massimo di 12 mesi.
Il Fondo monetario ha più volte lodato «le riforme introdotte dalla Spagna che continuano a dare frutti ma che devono essere migliorate e allargate perché l’economia possa mantenere una crescita solida e duratura», sottolineando come «la moderazione salariale e la flessibilità del mercato del lavoro» abbiano contribuito «al recupero di competitività dell’economia, alla creazione di lavoro con buon ritmo» e in definitiva alla crescita del Pil. Tuttavia la responsabile per la Spagna del Fondo, Andrea Schaechter, ha criticato Madrid invitando il governo a cambiare la riforma per favorire i contratti a tempo indeterminato, senza tuttavia penalizzare la flessibilità in uscita a favore delle imprese: «La gran parte del lavoro che si va creando è a tempo determinato, la dualità del mercato del lavoro è tanto marcata da impedire gli investimenti in capitale umano con inevitabili conseguenze sulla produttività dei lavoratori». Anche per la Commissione europea è necessario mettere mano alle regole perché «l’evidente disparità tra lavori protetti e precari ha un impatto molto negativo sulle condizioni dei lavoratori e sulla coesione sociale».
«Le imprese spagnole – afferma Jordi Canals, docente di Strategic Management alla Iese Business School – hanno sfruttato il crollo dei prezzi del petrolio, il quantitative easing e i tassi bassi della Bce, così come il boom del turismo. Ma solo la Spagna in Europa ha saputo trasformare questi i vantaggi in una solida crescita economica, solo la Spagna ritrovando competitività si è fatta guidare dall’export nella ripresa». Secondo l’economista della Iese un buon numero di imprese, anche medie, ha guadagnato competitività non solo sfruttando il costo del lavoro ma anche investendo, con una strategia chiara, in innovazione e guardando ai mercati internazionali. Canals sottolinea inoltre che «il governo spagnolo è riuscito a dare alle multinazionali un contesto stabile nel quale investire: soprattutto in settori come automotive, farmaceutica e chimica. La stabilità ha contribuito a far aumentare gli investimenti diretti dall’estero che hanno poi sostenuto con forza le esportazioni e la crescita di tutta l’economia».
Lo sviluppo dell’automotive è stato impressionante. Tutti i grandi produttori mondiali hanno investito in nuovi impianti produttivi in Spagna. L’industria automobilistica spagnola vale ormai il 10% del Pil e oltre il 16% delle esportazioni e il Paese iberico con 2,7 milioni di veicoli realizzati è al secondo posto in Europa tra i Paesi produttori, davanti alla Francia e dietro solo alla Germania, mentre nella classifica mondiale ha superato anche il Brasile salendo all’ottavo posto. Spiega Mario Armero, vicepresidente esecutivo di Anfac, l’associazione che riunisce tutti i produttori nel Paese: «Gli accordi di stabilimento ci hanno dato grande flessibilità senza tensioni con i sindacati, e anche il tessuto industriale che si è formato attorno alle fabbriche ha fatto molto». Secondo Armero, la riforma del governo Rajoy si è inserita in un una «tradizione di buone relazioni industriali» dando garanzie di stabilità ai grandi gruppi stranieri.
Il miglioramento della produttività del lavoro è innegabile, la disoccupazione è scesa sotto il 20% e la Spagna continua a crescere più velocemente delle altre grandi economie europee. La crisi economica è superata e le tensioni sociali probabilmente diminuiranno. Ma non può bastare, anche la Spagna sarà costretta a rifondare il proprio sistema economico e industriale. «Per muoversi come Germania, Corea o Giappone nella rivoluzione digitale – spiega Raymond Torres, economista di Funcas – la Spagna deve proseguire con le riforme, compresa quella del lavoro. E il lavoro precario, la mancanza di formazione e di investimenti sul lavoro sono un impedimento enorme per competere nel mondo».