Varie, 24 gennaio 2017
APPUNTI SU MADOFF
• New York (Stati Uniti) 29 aprile 1938. Finanziere. Dichiaratosi colpevole di una maxifrode da 50 miliardi di dollari, il 12 marzo 2009 finì in galera (è stato condannato a 150 anni di prigione) • «(…)”La mia frode comincia all’inizio degli Anni Novanta quando il Paese era in recessione e io volevo dimostrare di essere capace di garantire forti guadagni a chi mi affidava i suoi soldi. Avevo convinto tutti di aver messo a punto una strategia d’investimento che diversificava e riduceva i rischi delle perdite, invece la verità è che non c’era nessun investimento, depositavo semplicemente i soldi su un conto alla Chase Manhattan Bank”. Pagava gli interessi dei vecchi clienti con i soldi dei nuovi investitori, una catena che grazie al boom di Wall Street è andata avanti per anni, anche per la miopia degli organismi di controllo.”Quando ho iniziato credevo che sarebbe finita in fretta, che sarei stato capace di tirare fuori me stesso e i miei clienti dallo schema, ma è diventato sempre più difficile e alla fine impossibile. Con il passare degli anni mi sono reso conto che il mio arresto e questo giorno sarebbero inevitabilmente arrivati”. Ma fino a quel giorno (…) in cui ha raccontato tutto ai figli che poco dopo lo hanno denunciato all’Fbi, non ha dato alcun segno di pentimento, incertezza o disagio, ha continuato la sua vita dorata ed esclusiva tra l’appartamento newyorkese, la villa agli Hamptons, lo yacht in Florida e la casa sulla Riviera francese. (…) La decisione di Madoff di dichiararsi colpevole evita il dibattimento processuale, l’umiliazione dell’interrogatorio in aula e gli permette di coprire la moglie, i figli e il fratello. Infatti Madoff sostiene di aver agito da solo, si assume tutta la responsabilità e non dovrà spiegare nei dettagli cosa è successo, perché la sua è un’ammissione e non un accordo di collaborazione. Le vittime volevano una discussione pubblica, andare a fondo e raccontare le loro storie. La verità è che l’accusa aveva bisogno dell’ammissione di colpevolezza perché fatica (…) a ricostruire lo schema della truffa (…)» (Mario Calabresi,”la Repubblica” 13/3/2009) • «(…) per oltre 20 anni è stato quasi idolatrato e veniva considerato un benefattore. La sua reputazione, specialmente nella comunità ebraica, era fortissima. E i bond da lui emessi (che sembravano garantire sicurezza e stabilità) erano stati soprannominati Jewish bond. Madoff inizia la sua attività come broker negli anni”60. Sembra (come ha scritto Il sole 24 ore) reinvestendo gli utili della sua attività di bagnino a Long Island. Un po’ per volta sale tutti i gradini sociali e economici e raggiunge l’apice con la nomina a presidente del Nasdaq, il listino dei titoli bacologici statunitensi. Come Saddam Hussein, Madoff ha sempre avuto fiducia nella famiglia. Mano a mano che la sua attività si sviluppava (la principale società si chiama BernardMadoff Investment Securities) portava in ditta i suoi parenti: dal fratello Peter ai figli Mark e Andrew. Il sistema Madoff era basato su una serie di hedge fund. Ma erano fondi falsi (in totale 15, Feirfield e Kinggate i maggiori e più famosi) che a differenza degli altri non promettevano mirabolanti rendimenti (del 20-30% l’anno) ma profitti più”modesti”: un rendimento del 19% annuo, però costante. Comunque fosse l’andamento del mercato. Insomma, più che investimento in fondi si trattava quasi di obbligazioni a rendimento fisso e garantito. Ma come si reggeva il sistema Madoff, visto che i suoi fondi non guadagnavano assolutamente il 10% annuo? Semplicemente applicando il sistema della catena di Sant’Antonio. In pratica, il denaro che affluiva dai nuovi sottoscrittori copriva abbondantemente i riscatti richiesti da chi intendeva riavere indietro il proprio denaro. Questo significa che decine di migliaia di investitori con Madoff hanno guadagnato. Il problema è che sono molti, ma molti di più sono rimasti con il cerino acceso in mano. (…) Madoff non è un finanziere sfortunato: il suo impero era tutto costruito sull’imbroglio, il non rispetto delle leggi, la mancanza di controlli. I suoi hedge fund, ad esempio, non avevano di fatto una banca depositaria, ma si appoggiavano a uffici di contabilità, pseudobanche domiciliate alle Cayman, alle Barbados e negli altri paradisi fiscali. La cosa grave è che la Sec (la Consob statunitense) fin dall’inizio degli anni”90 aveva più volte ispezionato la capogruppo – Bernand Madoff Investement – senza rilevare violazioni gravi. I primi sospetti sono nati solo dopo una ispezione condotta poco prima del tracollo: ne emerse che solo 1 miliardo di dollari era investito in borsa. Troppo poco per poter onorare gli impegni presi. Gli unici ad aver”mangiato la foglia” e capito che c’era qualcosa che non funzionava erano stati gli hedge fund concorrenti, tanto che nel 2005 partì anche una denuncia all’autorità di controllo. Ma cadde nel vuoto. Nel sistema Madoff tutto era falso. Anche la società di revisione che era fittizia e controllata dallo stesso finanziere. Una replica di quanto era accaduto con la Parmalat. La cosa straordinaria è che i clienti di Madoff erano soprattutto investitori istituzionali e grandi istituti finanziari, mentre le famiglie direttamente coinvolte dovrebbero essere circa 4 mila. Ma indirettamente i privati coinvolti potrebbero essere 3 milioni, come sostiene la stampa statunitense. O anche di più,”grazie” al sistema dei derivati. Esistono, infatti, obbligazioni indicizzate ai fondi Madoff e polizze vita legate ai suoi fondi: questo significa che migliaia di persone che hanno acquistato una polizza o una obbligazione legata ai fondi del finanziere Usa ora si ritrovano per le mani carta straccia e hanno perso tutto. (…)» (Galapagos,”il manifesto” 13/3/2009).
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C’è questo caso Madoff, truffatore americano che ha lasciato sul lastrico 11 mila risparmiatori e creato un buco di 68 miliardi di dollari. Nonostante i suoi soldi, è stato messo in galera e, a quanto pare, ci resterà a vita: sarà condannato a minimo vent’anni e forse addirittura a un secolo e mezzo di prigione. Siccome di anni ne ha 72, è chiaro che passerà direttamente dalla cella alla tomba. Il caso è diventato popolare in Italia, perché si son fatti paragoni con i nostri implicati in storie analoghe: i Tanzi, i Cragnotti che hanno avuto ben altro trattamento...
• Già, Tanzi mi pare che sia libero. E Cragnotti?
Il processo a Cragnotti non è neanche cominciato, benché il caso sia esploso nel 2002. C’è stata un’udienza preliminare alla fine del 2007, ma il dibattimento vero e proprio è fermo per una serie di questioni procedurali. Quanto a Tanzi, è stato condannato a 10 anni, ma è una sentenza di primo grado e per mettere l’ex padrone della Parmalat in galera bisogna aspettare altri due gradi di giudizio. Anche se capisco i confronti e la rabbia di tutti (Parmalat ha lasciato col cerino acceso centomila persone), bisogna stare calmi e ammettere che si tratta di casi diversi da quello di Madoff.
• In che senso?
Madoff aveva applicato il famoso schema Ponzi. Io mi faccio dare dei soldi da qualcuno promettendo rendimenti alti, poi pago gli interessi a questo primo gruppo con i soldi di quelli che entrano subito dopo e che a loro volta godranno dei terzi ingressi. E così via. Gli stessi sottoscrittori della prima ora si danno da fare per trovare nuovi clienti e lo schema sta in piedi finché ciascun gradino è più grande del gradino precedente. Cosa che non può procedere all’infinito, evidentemente. Madoff portò avanti la cosa per un numero incredibile di anni e coinvolgendo una quantità impressionante di persone e istituzioni. Tra queste, nomi che non avresti creduto capace di cadere in una trappola simile: Ubs, Bank of America, Citigroup, Bnp Paribas, Bbva, Santander, Crédit Suisse, Columbia University, Policlinico di New York, Steven Spielberg, Zsa Zsa Gabor, John Malkovich. Gli effetti della truffa dureranno almeno trent’anni. Madoff si faceva forte anche della sua posizione di presidente del Nasdaq, la Borsa dei titoli tecnologici.
• Dove sta la differenza con i nostri?
Davanti al giudice, Madoff ha potuto dichiararsi colpevole di tutti e undici i capi d’imputazione e dire che si vergognava. Questa confessione, non contrattata, eviterà un interrogatorio stringente su come abbia funzionato la truffa e anche su dove siano finiti i soldi. Moglie e figli sono stati tenuti fuori, Madoff sarà condannato probabilmente già a giugno, l’inghippo essendo venuto alla luce lo scorso ottobre. Esemplare. Però sia Tanzi che Cragnotti si proclamano innocenti. E questo fa la prima differenza. In secondo luogo, la storia è completamente diversa.
• Come fanno a proclamarsi innocenti?
I due crac si assomigliano nei fondamentali, nel senso che sia Cirio che Parmalat si finanziavano emettendo bond e saltarono per aria il giorno in cui si scoprì che non avevano più un soldo per rimborsare i loro prestiti. Lei sa come funziona il meccanismo dei bond: la sua azienda, quotata in Borsa (è obbligatorio), chiede soldi ai risparmiatori invece che alle banche. Emette un’obbligazione (bond) con cui si impegna a pagare un interesse e a rimborsare il capitale alla scadenza. Alla scadenza, Cirio e Parmalat emettevano altri bond per rimborsare i creditori e così tiravano avanti. Sia Cragnotti che Tanzi dicono che i loro bond non erano destinati al pubblico, ma alle banche. Secondo loro, furono poi le banche a scaricare il problema sui clienti, rifilando obbligazioni che non avrebbero dovuto finire sul mercato. Dunque, dicono, saremo magari responsabili del crac, ma non di aver truffato la gente.
• Credibile?
No, ma in tribunale bisogna giudicare con le prove e i riscontri. I due potrebbero persino cavarsela. Resta però la sensazione che il nostro sistema non riesca ad amministrare la giustizia, cioè non riesca a far sentire al cittadino che le indagini, i processi, le sentenze siano giusti. Mendella, per esempio, che truffò almeno 14 mila risparmiatori negli Anni 80 e 90 mettendo insieme 250 miliardi di lire, venne poi condannato ad appena 9 anni nel 1999 e uscì già nel 2004. Ingiusto, anche se è da compiangere, perché la vita si è poi vendicata di lui in altro modo: suo figlio Donatiano si uccise a 32 anni, mentre il padre era in galera, gettandosi da un viadotto nel fiume Taro. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 14/3/2009]
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Hanno il volto rassicurante del funzionario di banca, del direttore dell’ufficio postale, addirittura del docente universitario. In realtà si sono trasformati in aguzzini dei piccoli risparmiatori. E nei primi nove mesi del 2014 sono riusciti a far sparire circa 400 milioni di euro. Denaro che ignari cittadini, molti pensionati, avevano messo da parte e speravano di far fruttare, specialmente in tempo di crisi. Invece si sono ritrovati a secco, con il capitale iniziale sparito, in molti casi occultato all’estero e praticamente impossibile da recuperare. È il rapporto della Guardia di Finanza sulla «tutela del risparmio» a delineare un fenomeno che desta sempre più allarme sociale. L’attività di contrasto delle Fiamme gialle ha consentito di individuare una ventina di «Madoff» italiani e su molti altri sono in corso accertamenti. Ma evidentemente il miraggio di facili guadagni continua a tentare centinaia e centinaia di cittadini. Caso eclatante è stato quello di Alberto Micalizzi, docente di economia aziendale alla Bocconi di Milano, che lo scorso anno è riuscito a far sparire 300 milioni di euro potendo contare sulla disponibilità nel portafoglio clienti anche di alcune banche d’affari. Più modesti appaiono i suoi seguaci che comunque hanno occultato cifre mai inferiori al milione di euro.
Il meccanismo a piramide
Il dossier lo evidenzia in maniera esplicita: «Non si tratta, al contrario di quanto comunemente percepito, di fenomeni isolati e limitati a ristretti ambiti provinciali. Il numero dei risparmiatori coinvolti e l’entità delle somme di denaro interessate da queste forme di truffa costituiscono gli indici per comprenderne la diffusione».
Si chiama «schema Ponzi» dal nome di un immigrato italiano negli Stati Uniti che negli anni Venti coinvolse circa 40 mila persone in una sorta di catena secondo la quale un investitore per guadagnare ne deve a sua volta coinvolgere un altro. La Guardia di Finanza avverte: «Al malcapitato vengono promessi altissimi rendimenti, in realtà corrisposti in minima parte e solo all’inizio del rapporto con le somme nel frattempo raccolte presso nuovi clienti. Il meccanismo procede spedito fino a quando non vengono avanzate richieste di restituzione dei capitali investiti svelando l’esistenza della truffa».
Il promotore e i soldi dei frati
Ha fatto scalpore, nel giugno scorso, la truffa studiata dal promotore finanziario calabrese Massimo Cedolia che aveva avuto l’incarico di gestire il fondo alimentato con i soldi dei fedeli raccolti al Santuario di San Francesco di Paola. In realtà li ha usati per giocare in Borsa attraverso «una dissennata attività di trading online ad altissimo rischio, condotta contravvenendo alle prudenziali direttive dei frati e senza autorizzazione». Peccato che i guadagni li tenesse per sé: al momento dell’arresto gli sono stati sequestrati «28 fabbricati, 8 terreni, 10 automezzi per un totale di due milioni e 300 mila euro». Ma per ottenere la restituzione dei soldi i religiosi dovranno attendere la fine del processo in Cassazione.
Nel dossier è citato anche il caso di Benvenuto Morandi, ex direttore della Banca Intesa Sanpaolo di Fiorano al Serio ed ex sindaco del Comune Valbondione, arrestato il 9 maggio scorso per ordine del giudice di Bergamo. «Abusando del doppio ruolo di direttore e primo cittadino – è scritto nella relazione – ha sottratto 20 milioni di euro dai rapporti di conto riconducibili a diversi clienti». In questo caso i correntisti erano ignari di quanto accadeva, non avevano dato alcun assenso a investimenti spericolati: «L’indagato predisponeva false contabilità bancarie relative all’emissione di assegni circolari, alla disposizione di bonifici e prelevamenti in contanti a nome degli ignari titolari dei conti correnti». Alcuni suoi colleghi hanno invece fatto leva sulla propria professione di dipendenti di istituti di credito per invogliare i correntisti a tentare la fortuna con investimenti in titoli. Peccato che la documentazione fosse contraffatta e il denaro non sia stato ancora rintracciato.
I broker e i certificati
Lo «schema Ponzi» è quello più in voga tra i promotori finanziari. A Ferrara è stato arrestato un broker che «attraverso la produzione di falsi certificati di investimento riferiti a operazioni remunerate apparentemente con alti tassi di interesse, ha tratto in inganno oltre 100 risparmiatori sottraendo loro un patrimonio complessivo che supera gli 11 milioni di euro». Ingegnoso anche il sistema messo in piedi da un suo collega di Varese che «trasferiva dai conti dei clienti a quelli di alcuni sodali ingenti somme di denaro, carpendo la fiducia delle sue vittime e di alcuni funzionari di banca attraverso l’uso di documenti e contratti falsificati».
Una truffa da ben 4 milioni di euro è stata contestata a Pierpaolo Visintin, promotore di Pordenone che investiva in fantastici viaggi i soldi a lui affidati da commercianti e pensionati. Ne ha raggirati 40 riuscendo a portarsi via almeno quattro milioni di euro.
Fiorenza Sarzanini
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Lo spettro di Bernie Madoff costa caro a JP Morgan. La banca, impegnata a voltare pagina dopo numerosi scandali, è pronta a pagare una multa da oltre un miliardo di dollari al Dipartimento della Giustizia Usa per archiviare l’inchiesta penale che la vede sospettata di aver chiuso più di un occhio sulla truffa del secolo. Una truffa con la quale Madoff, ricordiamo, fece sparire investimenti per 18 miliardi o, contando i falsi rendimenti, 65 miliardi. JP Morgan, la banca sulla quale si appoggiava il truffatore, dovrebbe firmare entro l’anno un accordo con la procura federale di New York guidata da Preet Bharara. L’istituto non avvisò mai le autorità nonostante al suo interno fossero emersi sospetti di operazioni irregolari durante 20 anni di rapporti con il truffatore. E nonostante paradossalmente avesse lanciato qualche allarme in Gran Bretagna.
M. Val. 2013
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L’11 dicembre 2010 lo scrittore Massimiliano Governi (già autore dei notevoli Il calciatore, L’uomo che brucia, Parassiti e Chi scrive muore) legge del suicidio di Mark, il figlio maggiore di quel Bernard Madoff che l’11 dicembre 2008 fu arrestato, e poi condannato a 150 anni di prigione, per aver colossalmente truffato i clienti della sua Bernard Madoff Investment Securities applicando il noto schema Ponzi. Fu una frode dall’impatto devastante, enormemente maggiore del nostro crac Parmalat. Governi cerca informazioni su Google. Tra le altre, trova una foto del 46enne morto, ancora impiccato a un guinzaglio per cani legato a una conduttura del soffitto. Il viso cadaverico, gonfio, un rivolo di sangue seccato sotto il naso. È una visione durissima. Poco dopo, l’immagine, probabile scatto delle indagini finito in quei condotti che trasportano il privato dei vip sul web, senza alcuna mediazione di stampo morale, per fortuna non c’è più. Ma Governi pensa a quel volto senza più afflato. A quel guinzaglio come all’oggetto, simbolico e strumentale, di un inesorabile legame tra padre e figlio che si è fatto estremo gesto di espiazione delle colpe del primo da parte del secondo.
Mark Madoff, infatti, si è ucciso esattamente due anni dopo l’arresto del padre. Fu egli stesso, col fratello Andrew, a denunciarlo poche ore dopo che li aveva informati dell’implosione della società dicendo: «È solo una grande bugia e non è rimasto niente». Mark, diversamente dal padre, non regge a due anni di insulti, lettere e telefonate di odio da parte di mezza America. Fa suoi i commenti, nei forum, che inneggiano alla morte per tutta la famiglia. Dà ragione a coloro che Governi chiama «i maniaci della vendetta», insoddisfatti della condanna giudiziaria inferta a Bernie Madoff. Si appropria della responsabilità paterna, del quale è stato anch’egli vittima, e si fa martire autosacrificale perché non siano solo i truffati a soffrire. È tragedia, non in senso teatrale, pura.
Come fu per Truman Capote con A sangue freddo, mosso dalla compassione umana che si fa letteratura perché la letteratura si faccia scandaglio e memoria, Governi ha dedicato Come vivevano i felici (Giunti, pp. 144, euro 10) a Mark Madoff e alla sua drammatica vicenda. «Io fisso il soffitto e il soffitto fissa me», così comincia il libro dalla scrittura perfetta di cui Mark è protagonista narrante, strutturato in forma di abile alternanza di flashback dal montaggio (e dallo sguardo) filmico. Mescolando fatti della vera storia con un’ambientazione italiana, Governi ricostruisce l’epopea pluridecennale di una famiglia dall’apparenza felice, diventata ricchissima disonestamente, che infine paga con la sua rovina economica e strutturale, antropomorfizzando il motto «anche i ricchi piangono» per la gioia di molti di quelli che ricchi non sono. Il crollo dell’impero madoffiano è metafora del tracollo interno del nucleo familiare e dei suoi cardini genitoriali come rete di protezione, oltre che del capitalismo più squalesco. Romanzo-requiem, necessario da scrivere e da leggere, altissimo, toccante. Incredibilmente, un recensore di un noto mensile femminile ha rifiutato di scriverne perché «molto bello, ma troppo disperato per le nostre lettrici». Tuttavia, se la disperazione di Mark Madoff può insegnarci qualcosa, e può farlo grazie alla voce che Governi gli ha dato post mortem, è che, come scrisse Arthur Koestler, «la verità è ciò che è utile al genere umano, la menzogna ciò che gli è dannoso».
Gemma Gaetani 2013
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Oggi è soltanto un numero. Il carcerato 61727-054, ospite di un penitenziario di media sicurezza a Butner, nella Carolina del Nord. Ma dietro questa cifra anomina si cela l’identità del più noto criminale ad aver mai varcato i cancelli del penitenziario per colletti bianchi. Bernie Madoff, che per decenni è stato ai vertici della finanza americana, gestore ricercato da un’elite internazionale che grondava premi Nobel e sofisticati miliardari. Nonché artefice della truffa del secolo, che per altrettanti decenni ha eluso i controlli delle autorità e alla fine è stato tradito solo da se stesso, dall’impossibilità di continuare l’inganno all’infinito. Un inganno, a conti fatti, da 18 miliardi se si contano i capitali che si è fatto affidare e ha fatto sparire. E che cresce a 65 miliardi sommando i rendimenti fasulli che garantiva. L’inganno di un uomo solo che ha scosso la credibilità dei mercati e delle autorità incaricate di sorvegliarli.
Madoff ha l’aria innocua mentre, a 75 anni, dispensa consigli sul risparmio a guardie e ladri e si guadagna pochi dollari al mese con lavoretti manuali. Ma le ferite che ha aperto restano profonde. Il fiduciario incaricato dalla magistratura di ritrovare tutti i capitali possibili, Irving Picard, ha rastrellato circa 9 miliardi, metà del maltolto, distribuendone cinque alle vittime comprovate. Il Dipartimento della Giustizia ha rintracciato altri due miliardi. Nè le inchieste sono archiviate: sono possibili altre incriminazioni di ex dipendenti della Madoff Securities. Il suo nome è diventato parte dell’iconografia popolare, ossessione della coscienza collettiva: una quindicina di suoi oggetti, comprese le chiavi del suo ex ufficio, sono esibiti nel Museo del crimine di Washington. Woody Allen ha dedicato alla caduta del grande truffatore e di sua moglie Ruth il suo ultimo film, Blue Jasmine. E di recente i procuratori federali, scavando nella vicenda con nuovi documenti depositati in tribunali, hanno persino descritto triangoli amorosi con l’ex finanziere. Nel frattempo tragedie personali hanno messo in ombra quelle finanziarie: si è tolto la vita Rene-Tierry Magon de la Villehuchet, il cui fondo aveva perso 1,4 miliardi. E, nel secondo anniversario dell’arresto del padre, è stato trovato impiccato il figlio maggiore di Madoff, Mark.
L’epopea di Madoff era cominciata molto diversamente, come un simbolo del self made man del capitalismo americano, venuto dal nulla e valutato quasi un miliardo di dollari tra ville, yacht e investimenti. Con i soldi risparmiati da lavoretti estivi nel 1960 tiene a battesimo un penny stock trader, una società di compravendita di titoli da pochi centesimi. Il suocero Saul Alpern, che ha solida reputazione come contabile, lo aiuta con un prestito e con la presentazione a potenziali clienti. Madoff mostra talento: per farsi strada adotta nuove tecnologie informatiche di trading, che poi saranno alla base della crezione del Nasdaq di cui lui stesso diventa presidente. Ai tempi d’oro è il maggior market maker del mercato elettronico e nel 2008, al momento della sua caduta, è il sesto a Wall Street.
È però un altro successo quello che lo trasforma nel truffatore del secolo. Un’attività tenuta in ombra e che cresce rapidamente con un giro di raccomandazioni, quella di consulente finanziario e gestore di patrimoni. Il suo segreto? Con la credibilità conquistata di market maker, la promessa di rendimenti certi ma non spettacolari, attorno al 10%, che rassicurano. Rassicurano anche gli ispettori della Sec, che gli credono sulla parola senza mai approfondire i controlli o prendere sul serio il sospetto, che pure affiora fin dal 1999 tra analisti quali Harry Markopolos, che le operazioni siano del tutto fittizine e i rendimenti immaginari. Alla fine l’elenco di chi gli affida o fa confluire capitali è un increbile classifica di potenti e celebrità d’ogni continente, migliaia di nomi dalla Corea al Colorado passando per l’Europa: da pressoché ogni banca internazionale che si rispetti, a stelle di Hollywood quali Steven Spielberg e John Malkovich. Da istituzioni universitarie quali la New York e la Yeshiva University a fondi pensioni di insegnanti e vigili del fuoco, dal Comitato Olimpico Internazionale al premio Nobel per la pace e sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel.
Il castello di carte crolla alla fine del 2008: Madoff non può più far fronte a richieste di riscatti in un clima di crisi e tensioni economiche. Chiama a rapporto i figli Mark e Andrew, che lavorano con lui ma negheranno sempre di aver saputo nulla, e confessa loro la truffa. Il resto è cronaca giudiziaria: i figli si rivolgono ai magistrati e un anno dopo Madoff, dichiaratosi colpevole, patteggia e viene condannato a 150 anni di carcere, la pena massima, in un’aula che lo vede impassibile ma circondato da lacrime e forti emozioni. Gli inquirenti si gettano sulle tracce dei soldi. Gli stessi confini tra vittime e carnefici finanziari, a volte, si rivelano incerti nel gigantesco network globale dei feeder fund e istituti che incanalavano asset verso Madoff ottenendo commissioni o guadagni. È il caso della storica banca austriaca Bank Medici, costretta a chiudere i battenti. JP Morgan, come altri colossi, raggiunge intese per risarcisce fondi. Cosi’ fanno anche grandi investitori quali i proprietari della squadra di baseball dei New York Metz Fred Wilpon e Saul Katz che ripagano soldi ritirati prima del crollo e che in realtà non esistevano. Il record spetta a Jeffry Picower, che restituisce 7,2 miliardi. Quella che è tuttora difficile da restituire, l’eredità di Bernie Madoff, truffatore del secolo, è la fiducia nella finanza e nelle autorità di controllo dei mercati.
Marco Valsania, Il Sole 24 Ore 1/09/2013
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L’anniversario è trascorso in silenzio. Ma i quattro anni passati dallo scoppio dello scandalo di Bernard Madoff, venuto alla luce l’11 dicembre del 2008, sono stati tutt’altro che silenziosi. Gli scandali si sono susseguiti e le ferite lasciate dalla truffa del secolo ancora chiedono di essere sanate: nello scandalo sono svaniti 17 miliardi di dollari di risparmi di piccoli e grandi investitori, americani e internazionali. Senza contare la beffa dei mai esititi 60 e più miliardi che avrebbero dovuto risultare una volta contati i rendimenti falsi messi in bilancio da Madoff. Le autorità hanno recuperato finora 11 miliardi e cominciato a distribuire I primi 2,4 miliardi di risarcimenti. Soltanto chi ha investito diretemente nei fondi di Madoff, però, ad oggi ha diritto a recuperare soldi. Peccato che l’elenco delle vittime vada ben oltre, famiglie che per coprire la pensione o l’università dei figli avevano investito in tranquilli fondi i quali poi, a insaputa dei loro clienti, erano esposti a Madoff. Dal 2008 le autorità americane e internazionali, colpevoli di scarsa vigilanza, hanno stretto le maglie di inchieste e controlli e perseguito una miriade di altre truffe, da imitatori di Madoff fino all’insider trading endemico tra i re di Wall Street e i grandi dirigenti d’azienda. Ma il caso di Madoff rimane tuttora un simbolo di giustizia incompiuta: il finanziere è l’unico a esser stato condannato al carcere, una sentenza di 150 anni.
M. Val., Il Sole 24 Ore 12/12/2012
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Alle vittime della truffa del secolo ha finora restituito 2,9 miliardi di dollari. Adesso vuole assicurarsi che il lavoro svolto sia adeguatamente remunerato: Irving Picard, il fiduciario incaricato dal tribunale di recuperare i soldi di Bernard Madoff per compensare gli investitori ha presentato la sua parcella per cinque mesi dell’anno, da febbraio a giugno: 61,7 milioni, più le spese (un altro milioncino). In quattro anni, tra spese e compensi, il fiduciario ha ottenuto finora 300 milioni. Difficilmente, però, vittime e magistrati protesteranno: la squadra di Picard ha documentato ben 179.055 ore solo nei mesi dell’ultima fattura impegnate nel dare la caccia al maltolto su scala internazionale – un tesoro ritrovato che ha ormai raggiunto i 9,2 miliardi sui 18 miliardi svaniti (che contando i rendimenti falsi vantati da Madoff sarebbero dovuti diventare oltre 60 miliardi). Picard, oltretutto, ha fatto uno “sconto” di Natale nell’interesse pubblico: il 10% delll’onorario.
M. Val., Il Sole 24 Ore 30/11/2012
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Bernard Madoff è dietro le sbarre dal 2009, condannato a 150 anni di carcere per aver orchestrato una maxi-truffa da 65 miliardi di dollari. Storia conclusa? Tutt’altro, perché nuovi capitoli continuano ad aprirsi. Le autorità federali hanno raddoppiato le accuse contro cinque ex dipendenti del finanziere, che rischiano ora fino a 30 anni di carcere. E la frode del secolo, com’era stata battezzata, sarebbe iniziata quasi vent’anni prima di quanto si pensasse, forse già all’inizio degli anni Settanta.
«È stata una truffa record e di sicuro non l’opera di una sola persona» nell’arco di molti decenni, ha detto il funzionario dell’Fbi Mary Galligan. Il procuratore federale Preet Bharara, lo stesso che nel maggio 2011 aveva incriminato per insider trading il miliardario gestore di hedge fund Raj Rajaratnam, ha presentato alle autorità un documento emendato in cui porta a 33 i 17 capi d’accusa mossi nel novembre 2010 contro Daniel Bonventre, Annette Bongiorno, Joann Crupi, Jerome O’Hara e George Perez. Le cinque persone, che in vari modi hanno aiutato Madoff negli aspetti operativi della truffa, sono state chiamate in giudizio ieri dal giudice distrettuale Laura Taylor Swain e dovranno rispondere tra l’altro dell’accusa di frode bancaria.
In particolare, O’Hara e Perez, che erano stati assunti agli inizi degli anni Novanta come programmatori di computer, avrebbero falsificato i libri contabili scrivendo algoritmi per cambiare i nomi degli intestatari di conti, il numero di azioni possedute e la quantità di transazioni effettuate. Bonventre avrebbe invece fornito documenti falsi alla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, e avrebbe manipolato la documentazione finanziaria e relativa alle azioni, cambiando le dichiarazioni dei redditi individuali di Madoff allo scopo di depistare i revisori contabili. Le nuove accuse arrivano dopo che Peter Madoff, fratello di Bernard e suo ex dipendente, lo scorso giugno si è dichiarato colpevole di associazione a delinquere e falsificazione di documenti e rischia ora dieci anni di carcere (l’udienza è fissata per il mese prossimo). Oltre a Peter Madoff altre sei persone, tra cui l’ex direttore finanziario Frank DiPascali e l’ex contabile David Friehling, si sono già dichiarate colpevoli, mentre Irwin Lipkin, collaboratore di Madoff dal 1964, secondo gli inquirenti sarebbe intenzionato ad ammettere la propria colpevolezza.
Stefania Arcudi, Il Sole 24 Ore 3/10/2012
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Spiccioli miliardari ai truffati da Madoff- Gli investitori truffati da Bernard Madoff con il più grande «schema Ponzi» della storia hanno finora recuperato solo poche centinaia di milioni di dollari dal patrimonio personale aggredibile dell’uomo che ora sta scontando 150 anni di carcere. Presto però dovrebbero ricevere una seconda tranche più sostanziosa, nell’ordine tra gli 1,5 e i 2,4 miliardi di dollari. Il curatore fallimentare Irving Picard ha chiesto al tribunale di sboccare questo importo, che rappresenta comunque una piccola parte dell’ammontare di 11 miliardi di dollari che è già riuscito a recuperare attraverso azioni legali e successivi settlement. È l’intricatissimo viluppo di cause generate dalla vicenda a prorogare l’attesa degli investitori originari, che dura da quasi quattro anni. Alle circa mille cause promosse dal curatore si sommano quelle degli stessi truffati sulle modalità di ripartizione, alcune delle quali sono state definite assolutamente infondate dallo stesso curatore fallimentare, che tra l’altro per i suoi servizi ha già emesso una fattura di 273 milioni di dollari. Per alcuni di quelli che aspettano i loro soldi, sarebbero però le tattiche legali aggressive del curatore a procrastinare i tempi dei rimborsi più di quanto sia ragionevole. In ogni caso, è sicuro che la vicenda si trascinerà ancora per anni se non decenni. (R.Fi).
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Non è certo il caso di parlare di «lieto fine» per la più grande truffa della storia della finanza: si è appena consumata la tragedia del suicidio di Mark Madoff, figlio di Bernard, il protagonista di quella maxifrode da 65 miliardi di dollari, e Irving Picard, il procuratore nominato dal tribunale per curare gli interessi degli investitori truffati, nei giorni scorsi ha chiesto danni per 20 miliardi ad alcune delle maggiori banche europee e americane considerate complici più o meno consapevoli di Madoff? Ma è la prima volta nella storia delle grandi frodi finanziarie che le vittime riescono a recuperare quasi metà di quanto avevano perduto. Metà dei 20 miliardi di dollari che, secondo le indagini di Picard, rappresentano il danno effettivamente certificato di questa straordinaria vicenda criminale: il resto sono richieste di danni supplementari o rivendicazioni non documentate in modo appropriato. In quasi due anni di lavoro Picard era riuscito a recuperare circa due miliardi.
E ieri il tribunale di New York ha annunciato un accordo che consente agli investitori frodati di recuperare altri 7,2 miliardi di dollari. Gli «eroi» di questa storia senza precedenti sono, oltre allo stesso Picard, il «mastino» della procura federale di Manhattan, Preet Bharara, e la signora Barbara Picower, vedova del miliardario filantropo Jeffry, morto poco più di un anno fa. Quest’ultimo era considerato un galantuomo e un grande benefattore fino a quando non venne alla luce che la sua ricchezza derivava, in gran parte, dai guadagni realizzati investendo, per ben 35 anni, il suo patrimonio nel fondo di Madoff. Picower finì, ovviamente, nel mirino: complice di Madoff? Addirittura un suo prestanome? La procura, però, non era riuscita a trasformare questi sospetti in incriminazioni. Gli investigatori erano partiti all’assalto del finanziere, e Picard gli aveva chiesto di restituire i 7,2 miliardi guadagnati “scommettendo"su Madoff. Picower aveva opposto un «muro di gomma», ma nel bel mezzo della disputa— siamo nell’ottobre 2009 – era stato trovato morto in fondo alla piscina della sua villa di Palm Beach. Scomparsa sospetta, ma, fatta l’autopsia, la polizia dichiarò che il finanziere era annegato dopo un attacco cardiaco di vaste dimensioni. Gli eredi, e soprattutto la vedova Barbara, hanno cambiato rotta. Forse perché anche loro col dubbio che i guadagni del finanziere fossero di natura truffaldina, forse perché Bharara aveva trovato il filone giudiziario giusto per incastrarli o, magari, solo per cancellare le ombre sulla memoria del filantropo: Barbara ha annunciato ieri la riconsegna «fino all’ultimo penny» di tutti i guadagni fatti dal marito investendo nel fondo Madoff. La cifra (i 7,2 miliardi chiesti da Picard) è già depositata in banca. Coi ringraziamenti del procuratore di New York che ha elogiato la vedova per «aver trovato il coraggio di fare la cosa giusta».
M. Ga.
M. Ga., Corriere della Sera 18/12/2010
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Il peso della più grande truffa della storia. Forse il rimorso di aver provocato, con la sua denuncia di due anni fa, l’ incarcerazione a vita del padre Bernard. Le liti con la moglie, la depressione, le cause civili per danni, forse qualche altro guaio penale in arrivo. E i riflettori che non si spengono mai. Mark Madoff, il 46enne primogenito del finanziere che con la sua truffa da 65 miliardi si è guadagnato il titolo di recordman mondiale della bancarotta, non ce l’ ha fatta più. Solo, nella sua casa di Mercer Street, nel quartiere di Soho, col figlioletto di meno di due anni che dormiva nella stanza accanto, ha appeso il guinzaglio nero del cane a un tubo del riscaldamento che attraversa il soffitto e si è impiccato. Senza trovare pace nemmeno da morto: «Ha scelto il modo più semplice per non affrontare i problemi che ha creato», hanno scritto subito alcuni «blog» che da due anni si occupano della maxitruffa. Il caso Madoff ha suscitato talmente tanta indignazione e l’ aspetto inizialmente farsesco di questi crimini che si sono protratti senza alcun disturbo per decenni strada facendo si è così impregnato delle tinte del dramma migliaia di persone ridotte sul lastrico in tutto il mondo, Bernard processato e condannato a 150 anni di detenzione, le percosse in carcere che un esito tragico era stato messo in conto da molti. Il crac che ha travolto Wall Street alla fine del 2008 ha bruciato le vite di vari «broker» che hanno scelto di gettarsi nel vuoto, stremati dal rimorso o incapaci di affrontare le loro responsabilità. Mark ha resistito due anni: come il fratello, lo zio e la madre ha passato tutta la sua vita professionale lavorando per l’ azienda paterna. Come poteva non sapere? È la domanda che si sono sempre fatti tutti e che ha continuato a rimbombare nella sua testa fino all’ ultimo. I magistrati hanno creduto alla sua denuncia e non hanno mai incriminato né lui né gli altri membri della famiglia. Ma le cause civili fioccavano. Forse era in arrivo anche un procedimento penale del Fisco Usa. E la marea del disprezzo della società non accennava a calare. La moglie Stephanie l’ aveva combattuta cambiando, per sé e i due figli, il cognome Madoff in Morgan. Ma Mark non poteva cancellare il suo passato. E non riusciva a trovare un lavoro. Passava la giornata – più un passatempo che un impegno professionale – a sviluppare applicazioni per l’ iPad. Molto tempo libero per rimuginare su questi due anni: la scoperta della truffa, le ammissioni del padre, le consultazioni con l’ avvocato, la decisione di denunciare Bernard. Poi il frastuono delle accuse – sei complice, sapevi tutto, dove hai nascosto i soldi? – e il silenzio dei rapporti domestici: settecento giorni senza parlare col padre né con la madre Ruth, anche lei mai incriminata nonostante avesse materialmente collaborato col marito, scrivendo anche molti assegni di suo pugno. Mark ha scelto il giorno del secondo anniversario dell’ arresto del padre per farla finita. «Era una ricorrenza che lo angosciava particolarmente», dicono ora i pochi amici rimasti. Altri, più maliziosamente, fanno notare, che quello di ieri era anche l’ ultimo giorno a disposizione di Irving Picard – il procuratore nominato dal tribunale per recuperare almeno parte del patrimonio truffato agli investitori – per depositare le sue denunce per danni. E infatti Picard aveva chiesto tre settimane fa ai membri della famiglia di restituire alcune decine di milioni di dollari. Negli ultimi giorni – dopo aver denunciato a raffica chiedendo quasi 20 miliardi di dollari di danni molte banche considerate complici di Madoff e Sonja Kohn, celebre donna di finanza, fondatrice di una banca austriaca poi finita nell’ orbita Unicredit – il procuratore era tornato alla carica prendendo di mira anche i figli di Mark: nonno Bernard aveva, infatti, intestato alcuni beni anche ai bimbetti. Ma Mark viveva da tempo in uno stato di esasperazione. Un anno fa la moglie Stephanie aveva chiamato la polizia quando, dopo una violenta lite, lui se n’ era andato senza lasciare tracce. In realtà aveva inforcato la sua Vespa e si era rifugiato in un albergo, sotto falso nome. Tornato a casa si era scusato con la polizia e aveva promesso si sottoporsi a cure psichiatriche. Che non sono servite a molto. Nonostante le liti e il cambio di cognome, Stephanie non aveva divorziato. In questi giorni, però, era in Florida con la figlia di 4 anni. Venerdì notte dialogava col marito via email. L’ ultimo messaggio di Mark, alle 4 del mattino, le ha fatto gelare il sangue: «Qualcuno dovrà occuparsi di nostro figlio». Stephanie ha chiamato subito il patrigno, Martin London, celebre avvocato di New York. Che nella casa di Mercer Street, poco dopo le 7, ha trovato un corpo appeso al soffitto e un bimbo ancora addormentato.
Massimo Gaggi
Massimo Gaggi, Corriere della Sera 12/12/2010
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Da finanziere d’assalto a detenuto bellicoso e manesco. Bernie Madoff, ex titolare di una società di investimenti e protagonista di una colossale truffa da 65 miliardi di dollari, ha fatto a pugni in carcere mandando al tappeto un altro detenuto. La ragione della zuffa? Naturalmente un violento alterco sulla Borsa.
Il match di pugilato dietro le sbarre è avvenuto nel cortile del carcere della North Carolina dove l’ex magnate della finanza, 71 anni, sta scontando 150 anni di prigione per la frode del secolo a danno di investitori e piccoli risparmiatori. La discussione ha coinvolto oltre a Madoff un altro detenuto anziano e quando i toni sono diventati accesi i due si sono presi a spintoni finché l’altro, che aveva cominciato a menare le mani, non ha perso l’equilibrio ed è finito a terra.
Intorno a loro si era formato un capannello di una ventina di detenuti. «Bernie era fuori di sè – ha detto al New York Post uno degli”spettatori” – Era davvero aggressivo».
Il Madoff versione pugile e il suo sfidante sono scampati alla cella d’isolamento perché le guardie carcerarie non si sono accorte della rissa. E il giorno dopo, secondo i testimoni, i due erano di nuovo amici.
La Stampa 14/10/2009
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VILLE Messa in vendita la villa di Bernard Madoff a Mountauk, a Long Island. Prezzo: 8,7 milioni di dollari. Presto prossima toccherà alla villa in Florida e all’attico a Manhattan.
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WASHINGTON – Per i quasi 5 mila incauti risucchiati nel gorgo finanziario di Bernie Madoff, ci sono un pugno, una dozzina secondo il rapporto dei curatori al Tribunale fallimentare, che escono ancora più ricchi dalla più grande e rovinosa catena di Sant’Antonio della Storia.
Come spiega Edward Jay Epstein, un principe del giornalismo investigativo che ha avuto accesso ai documenti dei trustees, ciò è stato possibile «perché il denaro ricevuto dai clienti non venne mai reinvestito, ma usato per pagarne altri». Insomma, per quanto ogni profitto fosse immaginario nella contabilità di Madoff, chi pensò bene di incassare i guadagni venne pagato con i soldi portati a Bernie dai nuovi investitori, mettendosi in tasca soldi veri. Più di 10 miliardi di dollari, secondo uno degli avvocati.
Guarda caso, il manipolo dei Paperoni dello scandalo Madoff è formato dalle sue più vecchie conoscenze, gente che lo conosceva e aveva lavorato con lui per decenni.
Come Stanley Chais, consulente finanziario californiano (non registrato nell’albo della categoria) con una lunga sfilza di clienti a Beverly Hills, Hollywood e dintorni. Frequentava Bernie da più di 30 anni, così vicino al truffatore da essere il primo nella lista dei numeri telefonici memorizzati sulla sua linea d’ufficio personale. Chais aveva o controllava ben 60 conti diversi nella società di Madoff: per lui, per la famiglia, per le sue fondazioni e ovviamente per investitori esterni, questi ultimi raggruppati in tre fondi di alimentazione. Complessivamente, i curatori calcolano che Chais si sia messo in tasca in tutto 1,2 miliardi di dollari. A chi gli affidava i denari, imponeva commissioni del 25% sui profitti annui, che gli hanno fruttato circa 270 milioni di dollari.
Grazie alla sua prossimità con il finanziere, Chais faceva anche di più: specificava in anticipo a Madoff il livello di perdite e profitti che avrebbe voluto nei resoconti, per poi risparmiare col fisco.
Un altro miracolato dalla truffa è Robert Jaffe, noto finanziere che agisce tra la Florida e Boston. Per una contorta ironia, Jaffe è il genero di Carl Shapiro, l’ultranovantenne filantropo e miliardario che è stato fra le vittime più celebri degli intrallazzi di Madoff. Giusta la Sec, Jaffe ha ricevuto da questi pagamenti sottobanco per 100 milioni di dollari e ha ritirato profitti per altri 150 milioni. Anche lui ha fatto al finanziere richieste specifiche, quanto a livello di guadagni e perdite per la sua contabilità.
Ma il bottino più copioso è stato quello di Jeffry Picower, avvocato, procacciatore d’affari, esperto di paradisi fiscali, amico da sempre di Madoff, presso cui era titolare di 24 conti. Quanto ha ritirato? Da non crederci: 6,7 miliardi di dollari, pari a 5 miliardi di euro. Come precisa la Sec, «più di 5 miliardi di dollari appartenenti ad altre persone». Il tutto in una giravolta di falsi resoconti, aggiustati ad hoc per aggirare la mannaia fiscale.
Potevamo scommetterci, ma tutti e tre negano di aver mai saputo o sospettato che Madoff gestisse in verità un labirinto di specchi, un castello di carte false dove sparivano soldi veri. Se così fosse, forse pensavano di avere a che fare con un moderno Mida. Certo non è un reato far soldi sulle sfortune altrui. E d’altronde, chi non pensa l’impossibile non vedrà mai la verità. Nel loro caso poi, si sono guardati bene dal farlo.
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Prima esclusa dai circoli più esclusivi, poi bandita dal salone di bellezza Pierre Michel nell’Upper East Side, ora addirittura cliente indesiderata dalla fiorista e dal droghiere. Mrs Ruth Madoff, moglie del finanziere che ha realizzato una truffa da 50 miliardi, è ormai “la donna più sola di New York”, secondo un articolo al fiele del New York Times. Le giornate di Mrs Madoff trascorrono tra le visite al marito in cella, gli acquisti nel negozio sotto casa e lo studio di avvocati. Non più cene fuori, non solo perché gli amici si sono dileguati, ma anche perché i ristoranti dove andava con il marito non hanno più piacere ad averla come cliente. E se questo non bastasse, i più maligni dicono che i figli della coppia hanno preso le distanze: niente più “mamma” e “papà”, solo Bernie e Ruth. (Mo.D)
«Non sono fuggita, sono qui al mio posto in banca come sempre e in contatto continuo con le autorità americane, la Sec in particolare: sono anche io una vittima di Madoff, non una complice». All’indomani della confessione di Bernard Madoff, l’ex finanziere di Wall Street che rischia fino a 150 anni di carcere per aver fatto sparire 50 miliardi di dollari dai conti dei clienti, è Sonja Kohn ad uscire allo scoperto: per la prima volta, l’ex flamboyant fondatrice di Bank Medici, la banca viennese (partecipata al 25% da UniCredit attraverso Bank Austria) che ha perso più di due miliardi di euro nei fondi-fantasma dell’ex presidente del Nasdaq, accetta di conversare al telefono sul caso più clamoroso e controverso di frode finanziaria nella storia di Wall Street. La sua è certamente una testimonianza-chiave: la Kohn era amica personale di Madoff, forse la persona che in Europa lo conosceva meglio, e proprio per questo è stata inizialmente sospettata di connivenza (se non di complicità) con l’ex re degli hedge fund. La sua scomparsa dalla scena dopo l’arresto di Madoff ha persino fatto pensare a una fuga: «Pure falsità – ribatte lei – sono sempre stata a disposizione delle autorità di vigilanza e degli inquirenti». In effetti su di lei non risultano emessi né avvisi di garanzia né incriminazioni.
«Bernard Madoff – dice la Kohn con il tono dimesso di chi si sente ancora in un tunnel di vergogna – sì è dichiarato colpevole, ma non guardate a me come a una complice. vero esattamente l’opposto: siamo tutti sue vittime, vittime di un grande inganno». Un inganno che ancora la insegue tra poche verità e tante fantasie: quando nessuno la trovava è persino circolata la voce di una fuga per sottrarsi alla vendetta di alcuni oligarchi russi che le avevano affidato somme ingenti. «Sto male – risponde invece la Kohn – ma come può constatare non sono affatto sparita. Anzi, ora sono proprio alla mia scrivania in banca. Lavoro tutto il giorno qui a Vienna nella sede di Bank Medici proprio dietro l’Opera e la ringrazio di avermi contattato, anche se per motivi legali non posso dire molto». La banca è situata al quarto piano della anonima palazzina anni 50 al numero 6 della Operagasse nel cuore della città e ora è sotto il controllo di Gerhard Altenberger, commissario nominato dall’Fma, l’Autorità di vigilanza finanziaria austriaca.
Fuga o ritiro spirituale, la signora Kohn era comunque sparita dalla vita pubblica. Nessuno aveva sue notizie e l’ultima sua dichiarazione pubblica risaliva al 16 gennaio scorso quando in una missiva di posta elettronica rilasciata dal suo avvocato aveva dichiarato che «Madoff non era un suo amico, né si confidava con lei e di provare un dolore intollerabile per la vicenda in cui è caduta vittima». Poi il silenzio, rotto solo ieri in questa conversazione con il Sole 24 Ore. A farle rompere il silenzio sono state forse anche le indiscrezioni pubblicate giovedì sul quotidiano austriaco «Wirtschftsblatt» secondo cui la Kohn sta discutendo con alcuni investitori la cessione della licenza bancaria. Ma chi è interessato a una licenza dal passato così ingombrante? Difficile dirlo. La signora non risponde alla domanda su queste voci di cessione della licenza bancaria. Preferisce glissare: «Passo la giornata tra consigli di amministrazione, riunioni e meeting con i revisori dei conti. E poi viaggio: recentemente sono stata anche a Milano».
Bank Medici, di cui la signora Kohn possiede il 75% mentre l’altro 25% è di Bank Austria, ha avuto la licenza di operare come banca generale nel dicembre del 2003, ha solo sedici impiegati compreso il Ceo, ma l’80% dei profitti arrivava da commissioni di fondi legati al gruppo Madoff mentre il 90% dei suoi clienti è risultato straniero (forse anche oligarchi russi o ucraini e facoltosi italiani). Nel 2007 ha dichiarato solo 800mila euro di profitti su un totale di 4-5 milioni di euro di commissioni. In queste condizioni il futuro è piuttosto incerto.
Proviamo anche a chiederle che cosa pensi delle aperture austriache sul segreto bancario in relazione agli standard Ocse, ma preferisce non rispondere: «Non so cosa dire – dice la Kohn – tante cose stanno cambiando in questo periodo». Poi taglia corto: «Lei è molto gentile, ma io sono tanto provata. La mia reputazione è gravemente danneggiata e ora voglio solo rimettere insieme i pezzi della mia vita, personale e professionale».
Per lei rimettersi in carreggiata non sarà facile. Era stata la stessa Bank Medici il 16 dicembre scorso ad ammettere che i suoi fondi Herald Usa Segregated Portfolio One ed Herald (Lux) Us Absolute Return avevano investito per intero le somme di cui disponevano presso Madoff. La banca aveva inoltre dichiarato di aver assunto la gestione di un terzo fondo, Thema Fund, sede a Dublino, a fine 2006. Solo dopo l’auto-denuncia le autorità di Vienna hanno appurato che Bank Medici faceva attività solo con i fondi di Madoff. A quel punto sono scattate le contromisure bipartisan visto che nel consiglio di sorveglianza della Bank Medici siedono sia Ferdinand Lacina, ex ministro delle Finanze legato ai socialdemocratici della Spoe, sia Hannes Farnleitner, ex ministro dell’Economia dei popolari della Oevp, entrambi sulle spine per essere stati coinvolti in una faccenda che potrebbe costare parecchio all’immagine del Paese alpino, ora sotto pressione anche sul fronte del segreto bancario.
Così Vienna ha deciso di salvaguardare, con il commissariamento di Bank Medici, un settore strategico (i mutual funds) che in Austria vale, secondo la Vöig, l’Associazione di categoria, ben 163,75 miliardi di euro nel 2007 con 2.364 investment funds austriaci attivi e ben 4.962 fondi di investimento stranieri presenti sul suo ricco mercato che, per di più, vanta uno dei segreti bancari più impenetrabili al mondo. Almeno per ora.
IL PERSONAGGIO
La biografia
Sonja Kohn, 60 anni, è figlia di genitori di religione ebraica rifugiati dall’Est Europa in Austria. Negli anni ’70 assieme al marito fonda una piccola società di import-export. Vive per un periodo in Italia, trasferendosi a Milano. Negli anni ’80 si sposta a New York dove fonda una piccola società di brokeraggio. Successivamente torna a vivere in Austria, dove nel 1994 fonda Bank Medici, che nel 2003 otterrà la licenza bancaria.
LE TAPPE DELLA VICENDA
Dallo scoppio dello scandalo al crack: la parabola della «boutique» viennese
12 DICEMBRE 2008
Bernard Madoff, 70 anni, ex presidente del Nasdaq e finanziere molto conosciuto a Wall Street viene arrestato con l’accusa di frode. Attraverso il cosiddetto «schema Ponzi» ha innescato una truffa inizialmente quantificata in 50 miliardi di dollari coinvolgendo migliaia di investitori in tutto il mondo.
16 DICEMBRE
Bank Medici (nella foto la targa all’ingresso della banca), istituto attivo nel private banking, esce allo scoperto e denuncia che due suoi fondi avevano affidato a Madoff tutto il loro patrimonio: 2,1 miliardi di dollari (ma secondo altre ricostruzioni si tratterebbe di 3 miliardi di dollari). Bank Medici è partecipata al 25% dal gruppo UniCredit attraverso Bank Austria (Hvb).
FINE DICEMBRE
Emerge che fra gli investitori che hanno perso i fondi investiti in Bank Medici vi sarebbero anche oligarchi russi. Sonja Kohn e la sua famiglia risultano irrintracciabili.
1 GENNAIO 2009
Bank Medici viene commissariata dalle autorità austriache (nella foto il ministro delle Finanze Josef Proell). L’autorità finanziaria austriaca Fma designa Gerhard Altenberger alla supervisione di tutte le operazioni della banca. Nello stesso giorno si dimettono dall’istituto il Ceo Peter Scheithauer e il componente del board Werner Tripolt.
15 GENNAIO
Fonti del Governo austriaco rivelano al Sole 24 Ore che Bank Medici sarà liquidata «per mancanza di clienti e di business». Secondo quanto raccolto dal quotidiano la fondatrice Sonja Kohn è impegnata a cercare un «salvatore», mentre il socio
di minoranza Bank Austria
non si oppone alla cessazione delle attività.
17 GENNAIO
Il settimanale austriaco «Format» rivela che Sonja Kohn guadagnava 50 milioni di euro all’anno dalle commissioni di vendita
dei fondi Madoff,
ma secondo le autorità austriache nel 2007
sono stati registrati in bilancio a Vienna solo 4-5 milioni di commissioni. Secondo il periodico i milioni arrivati in Austria sarebbero stati 8 all’anno per le commissioni ma il resto, 42 milioni, dei cinquanta totali sarebbe finito in Svizzera, alla Privatbank Genevalor, Benbasset & Cie.
Vittorio Da Rold, Il sole 24 ore 14/3/2009
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Due vittime di Bernard Madoff – la prima morta d’infarto, la seconda suicida – tornano in vita reincarnate come aragoste per mettere a segno una divertentissima e diabolica vendetta postuma contro il finanziere la cui maxi-truffa da 65 miliardi di dollari ha ridotto sul lastrico non solo loro ma migliaia di altri investitori privati, associazioni religiose e non profit.
Dalle pagine del prestigioso «New Yorker» Woody Allen non ha resistito alla tentazione di azzerare i conti con il 70enne genio del male, oggi rinchiuso nel Centro Correzionale Metropolitano di Lower Manhattan. Protagonisti dell’ esilarante racconto breve infarcito di termini yiddish sono Abe Moscowitz e Moe Silverman. Due vecchi amici newyorchesi morti entrambi di recente, che si rincontrano nella piscina per aragoste di un elegante ristorante dell’ Upper East Side di Manhattan.
«Abe sei tu?», chiede Moe, che nel crostaceo scaraventato da un inserviente nell’acqua salata riconosce subito il vecchio dentista Moscowitz, morto due settimane prima d’infarto. «Sono proprio io», replica Abe all’amico Moe, che dopo aver perso tutti i risparmi di una vita nel crac Madoff si è suicidato buttandosi dal tetto del suo golf club a Palm Beach. «Ho dovuto aspettare mezz’ora prima di lanciarmi», ironizza Moe, «Ero il 12˚ della fila».
Mentre i due filosofeggiano sulla bizzarra sorte riservata loro dalla provvidenza, Madoff e l’ingioiellatissima moglie Ruth entrano nel ristorante e si siedono ad un tavolo lì vicino. Alla vista dell’uomo che li ha mandati all’altro mondo, Abe è assalito da una crisi di riflusso esofageo. «Ogni mese ricevevo il suo estratto conto», mugugna, «sapevo che quei numeri erano troppo belli per essere kosher. Quando, scherzando, ho detto a Madoff che assomigliavano allo schema Ponzi, gli è andato di traverso un boccone di kugel».
«Giocavo a golf con lui in Florida», ribatte Moe, «quando non guardavi, spostava la palla col piede dentro la buca». «All’inizio mi disse che non aveva spazio per un altro investitore», prosegue Moe, «più mi rifiutava e più io volevo entrare. Lo invitai a cena e mi promise di darmi il prossimo posto libero, ma solo dopo aver assaggiato le blintzes
di Rosalee».
A questo punto, il maitre scorta Madoff alla vasca delle aragoste. «L’untuoso pescecane analizza i candidati in base alla potenziale succulenza», scrive il regista di Manhattan e Mariti e Mogli, «puntando alla fine il dito verso Moscowitz e Silverman». «Dopo avermi rubato i risparmi di una vita, adesso mi vuole degustare in salsa al burro?» strepita Abe, ormai completamente fuori controllo, «Ma che razza di universo è mai questo?».
Il resto della storia vede i due amici rovesciare a colpi di coda la vasca e, tra gli applausi dei commensali che nel frattempo hanno riconosciuto il farabutto, ridurre Madoff in una maschera sanguinante. «Questo è per le vedove e le charities!», strillano. Alla fine della giornata le due aragoste vendicate raccolgono le poche forze rimaste e si tuffano nelle acque gelide e profonde della Sheepshead Bay, dove oggi vivono libere, Abe insieme ad una sogliola conosciuta quand’era ancora dentista a Manhattan. «Prima di spedirlo al Lenox Hill Hospital coperto di abrasioni e vesciche», conclude soddisfatto Allen, «riescono a persuadere l’untuoso ladro a dichiararsi colpevole. E a chiedere scusa per il monumentale raggiro».
Alessandra Farkas, Corriere della sera 23/3/2009
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L’aiffare Madoff, cronaca di una truffa annunciata di FEDERICO RAMPINI «C´erano tutti gli indizi di una maxitruffa ma la gente preferì ignorarli, attratta dagli alti rendimenti». Così parlò Karry Markopolos. Fu il primo a confidare alla Sec (l´organo di vigilanza della Borsa americana) i sospetti sullo strano caso di Bernard Maloff, il “genio del male” artefice del crac da 50 miliardi di dollari che fa tremare la finanza mondiale. Attenzione alla data: la denuncia di Markopolos è del 1999. Ora sappiamo che gli ingenui, disposti a chiudere gli occhi di fronte ai segnali di allarme, non erano piccoli risparmiatori sprovveduti. La lista include il Gotha del capitalismo globale: dal colosso bancario giapponese Nomura alla Royal Bank of Scotland, da Santander ad alcuni fondi esteri Pioneer del gruppo Unicredito. Più il fior fiore degli hedge fund di Wall Street, l´alta società newyorchese, proprietari di squadre di baseball, celebri redditieri che Maloff frequentava in un esclusivo club di golf. Anche Steven Spielberg o il Nobel per la pace, Elie Wiesel, scrittore romeno sopravvissuto all´Olocausto. E´ l´antica lezione del 1929, che John Kenneth Galbraith racconta ne “Il grande crollo": l´euforia delle bolle speculative rende stupidi anche gli straricchi, i presunti guru dei mercati. L´inverosimile “affaire Maloff” forse un giorno ispirerà un altro Galbraith, diventerà il simbolo estremo di un´era in cui tutti hanno perso la bussola, ogni regola è stata stravolta, i controlli sono saltati. Da questa storia grottesca non si salva nessuno. I segugi della Sec nel 1999 chiusero le loro indagini rapidamente: tutto regolare. Nel 2001 un´altra ondata di sospetti su Maloff fu sollevata dalla stampa americana. Inutile. Lui continuava la sua ascesa, culminata con la nomina alla presidenza del Nasdaq. Forse non lo avrebbero mai scoperto. La ricostruzione dell´Fbi lascia esterrefatti: Madoff non è stato smascherato, si è autodenunciato. Ha fatto tutto da solo. Arrivato a fine corsa ha chiamato i due figli – apparentemente estranei all´azienda paterna e anche loro derubati dei loro risparmi – e ha detto semplicemente: «Il mio business è uno schema Ponzi». Proprio come negli anni ruggenti che precedettero la Grande Depressione. Negli anni Venti l´italoamericano Charles Ponzi rovinò 40.000 risparmiatori con un sistema tipo catena di Sant´Antonio o “piramidi albanesi”. Una tipica truffa che garantisce forti guadagni finché affluiscono nuovi investitori, i cui fondi servono a pagare le prime vittime mantenendo l´illusione. Ponzi nel 1920 venne condannato a cinque anni di galera, ma appena uscito si avventurò in quell´altra fantastica bolla speculativa che fu la corsa ai terreni della Florida: la prova generale del crac del 1929. Tra gli “indizi ancora caldi, come pistole fumanti” che Markopolos segnalò alla Sec quasi dieci anni fa, c´erano i rendimenti elevati e costanti che Madoff garantiva alla sua clientela: non importa come andassero le Borse, le obbligazioni, le valute, l´oro o il petrolio, lui offriva comunque gli stessi guadagni alti e regolari anno dopo anno. I suoi metodi d´investimento erano un mistero custodito da una ventina di collaboratori nell´impenetrabile ufficio al 17esimo piano del Lipstick Building, sulla Terza Strada di Manhattan. Le descrizioni che trapelano oggi dall´Fbi fanno pensare a una distilleria clandestina, ai tempi di Al Capone nella Chicago del proibizionismo. Dove la fantasia umana non arriva, però, è a spiegare il comportamento dei superclienti. Ormai sono passati 17 mesi dai primi scossoni che hanno turbato i mercati finanziari globali: nel luglio 2007 la Bnp fu costretta a sospendere alcuni hedge fund, vittime dell´uragano che si avvicinava. Sono passati più di dieci mesi dalla truffa di Jerome Kervel alla Société Générale. Tre mesi dalla bancarotta di Lehman Brothers. I grandi investitori istituzionali dovrebbero essere in stato di massima allerta, con squadre di esperti sguinzagliati da mesi alla ricerca dei minimi segnali di irregolarità. Invece eccoci a metà dicembre 2008: le più note banche europee, gli hedge fund esclusivi, l´aristocrazia del denaro di Wall Street, tutti assistono sotto choc alla scoperta che un signore stava spolpando i loro patrimoni. Purtroppo la dabbenaggine dei ricchi non è una consolazione. Tra i clienti di Madoff c´erano fondi d´investimento che le banche distribuivano anche ai piccoli risparmiatori. Perfino alcune fondazioni filantropiche avevano affidato a lui i loro capitali. In quanto alla latitanza degli sceriffi dei mercati, è un richiamo per tutti i governi. La strabiliante “affaire Madoff” indica che da questa crisi non si può uscire soltanto con manovre di rilancio a base di deficit pubblici. Si è già smesso di parlare di una Bretton Woods 2, dimenticata come l´effimero G-20 di metà novembre che doveva prepararla. Eppure è necessaria una riforma radicale delle regole e dei controlli, un potenziamento degli organi di vigilanza, nuovi poteri e nuovi doveri in capo alle autorità di mercato. Forse bisogna aspettare Obama il 20 gennaio perché il tema ritorni all´ordine del giorno. Intanto, ci sono altri Madoff a piede libero? I danni compiuti da questi briganti di ventura ancora non si riflettono pienamente sull´andamento dei mercati. Il “piccolo, sporco segreto” di questi mesi, è che molti hedge fund rifiutano le richieste di riscatto dei loro clienti. Così hanno congelato la situazione e nascosto la testa sottoterra. C´è una resa dei conti che incombe. E´ rinviata al giorno in cui queste società finanziarie dovranno ammettere le perdite, e liquidarle.
Federico Rampini, la Repubblica 16/12/2008
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