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 2017  gennaio 24 Martedì calendario

Germania, porte aperte a Trump

America first!, annuncia Trump. A Berlino si risponde: Deutschland zuerste. Per prima la Germania. Invece di continuare a deplorare la vittoria del miliardario dai capelli improbabili, i tedeschi si chiedono come affrontare la nuova situazione a loro profitto. Cercano di piazzarsi in testa, mentre gli altri europei, soprattutto gli italiani, perdono tempo.
Frau Merkel è stata l’unica a commentare a caldo il discorso di insediamento, con tono serio ma pacato, dicendo di essere pronta al dialogo con Donald.
Nell’ultimo numero Der Spiegel mette in copertina un tavolo da biliardo, e la stecca, impugnata si presume da Donald, sta per scaraventare la biglia con i colori Usa contro le altre palle d’avorio, in prima fila quella tedesca, seguita da Gran Bretagna e Francia, e poi dalla Cina, Israele, Canada, manca quella italica. Il settimanale di Amburgo è rimasto tra i pochi a paventare l’apocalisse a causa di Trump. Le preoccupazioni sono legittime, purché non si esageri. Non è che dopo otto anni Obama lasci un mondo migliore di quello ereditato da Bush.
Frau Angela è quasi infallibile a casa sua, ondivaga in politica estera, ma è una pragmatica. Giovedì, alla vigilia del trasloco alla Casa Bianca, ha ricevuto un’ultima telefonata da Obama. Cancelliera e presidente in uscita hanno concordato che l’amicizia tra Germania e Usa è vitale per i rapporti transatlantici. «Poi ha cominciato a guardare in avanti», scrive la Frankfurter Allgemeine. Dunque, was tun? Che fare? Frau Merkel, si risponde alla Cancelleria, hat Geduld, ha pazienza. Ha esaminato con interesse l’intervista alla Bild di Trump. Le critiche ai suoi errori con i profughi non sono importanti, lei vuole sviluppare il dialogo, già a febbraio è in programma l’incontro tra il ministro degli esteri Usa, Rex Tillerson, e il nuovo collega tedesco, probabilmente Martin Schulz (Steinmeier anticiperà le dimissioni perché verrà eletto presidente della Repubblica), per preparare il prossimo G20 di Amburgo e, sotto banco, stabilire nuovi legami tra Berlino e Washington.
Più delle critiche, conta il giudizio di Donald sulla signora: «Mi piace, è uno dei migliori politici al mondo». A Berlino il caro Obama appartiene al passato. Secondo la Faz, i politici hanno più paura di Trump dei manager: il 50 per cento dei primi è pessimista, mentre due terzi degli imprenditori vedono «anche chances» in Donald, e nutrono timori moderati.
Il nuovo inquilino della Casa Bianca può essere «gut» per l’economia tedesca, giudica Thomas Strabhaar per Die Welt. L’economia americana sta per conoscere una forte ripresa, e le industrie tedesche ne potranno approfittare nonostante l’annunciato isolazionismo di Trump: comprare americano, ma certi prodotti sono indispensabili e sono Made in Germany. Per citare un esempio, prodotti farmaceutici e strumenti chirurgici, non si vendono solo auto. L’80 per cento delle auto prodotte dalla Vw in Messico vengono vendute negli Usa, e Trump annuncia una tassa all’import del 35%? Niente paura, si troveranno altri mercati. Più problematica la situazione per la Mercedes e per la Bmw.
L’anno scorso la Germania ha esportato per 32 miliardi di euro negli Usa. Bisognerà cambiare strategia, e adeguarla alla nuova situazione, senza drammatizzare. La probabile fine delle sanzioni contro la Russia, e l’addio al Ttip, il trattato di libero scambio tra Europa e Usa, sono un altro segnale positivo. Non a caso, la WirtschaftsWoche, il settimanale economico più importante, intervista Emma Marcegaglia, «una dei manager più informati», che «mette in guardia contro il pessimismo anti Trump»: l’amicizia con Putin potrebbe essere positiva per l’economia italiana e per la tedesca, e un dollaro forte farà bene all’export, nonostante l’autarchia voluta da Donald, ma che sarà difficile realizzare.
Trump vuol abbassare le tasse, aumentare l’occupazione e gli investimenti. È un buon segnale per la Germania, e anche per l’Europa se non si perderanno le chances offerte. Anche ai tempi di Bush padre, dopo il «nein» di Schröder alla prima guerra contro l’Iraq, furono boicottati i prodotti Made in Germany e non accadde nulla. Un isolazionismo assoluto non è più realizzabile. Trump vuol modernizzare le infrastrutture e ciò sarà realizzabile, meglio e a un costo meno alto, grazie alla collaborazione con le industrie d’avanguardia tedesche. «Un’America forte non deve portare a un’Europa debole. Anzi, avverrà il contrario», ritiene il quotidiano, «Trump sarà poco simpatico, ma non si sparerà da solo sui piedi».
Ci saranno problemi per la Cina e per la Corea, ma ciò si rifletterà positivamente per la Germania. «Siamo una roccaforte sicura in un mondo sempre meno sicuro», è il commento di David Folkerts-Landau, uno dei direttori della Deutsche Bank. In altre parole, alla Germania andrà meglio anche se agli altri andrà peggio, anzi perché gli altri saranno in difficoltà.