La Stampa, 24 gennaio 2017
Addio mensa dei poveri. C’è il ristorante popolare
Quando con il passaparola ha scoperto che ad accoglierli era un circolo Arci nato tre anni fa in una delle tante fabbriche dismesse della Torino operaia, Maria, 34 anni, romena, senza fissa dimora da tempo, ha pensato al vecchio capannone dove viveva. «Un edificio abbandonato, senza corrente e riscaldamento. – racconta -. E, invece, qui è tutto molto bello, colorato e c’è anche della buona musica di sottofondo».
Sorride e abbassa gli occhi, mentre si confida. È seduta al tavolo di legno del «Samo»: muri decorati dai migliori street-artist della città, un palco dove ogni settimana suonano cantanti e dj. E un «ristorante popolare» che lavora sette giorni su sette e dove l’ingrediente segreto non è nei menù ricercati, ma nella volontà di abbattere le diffidenza con cui convivono le persone che dormono in strada.
Varcato l’ingresso, la sensazione è che sul circolo incomba un passato che non si può dimenticare. «Per festeggiare i 60 anni dell’Arci abbiamo scelto di ritornare alle origini. Rimarcando il forte impegno di volontariato e di militanza, offriamo un aiuto di mutuo soccorso per evitare la guerra tra poveri. Una mensa di solidarietà diffusa, dove si possano mescolare senza distinzioni i nostri soci e la gente precipitata per la crisi». A dare il benvenuto è Andrea Polacchi, 33 anni, presidente del comitato provinciale di Arci che in partnership con il Comune ha lanciato il progetto di accoglienza che combatte il freddo e la fame con la cultura, la solidarietà, oltre che con caffè caldo per tutto il pomeriggio e 50 pranzi, a menù fisso, offerti gratuitamente per quattro mesi.
Il passato è qualcosa di indelebile anche per Gianfranco, una sessantina d’anni, e la giornata divisa tra le letture in biblioteca e il riposo in dormitorio. «Una volta ero benestante – racconta -. Avevo un famiglia, un lavoro e una casa. Poi, tutt’a un tratto ti ritrovi senza neanche i soldi per le sigarette». Appassionato di musica, sta discutendo con l’operatore del «Samo», Beppe Grumbi, uno dei volti storici dei Murazzi dei tempi d’oro. Non parlano dei problemi della vita di strada, ma di Capossela e dei ritmi degli Anni 70. «A questa vita ti poi solo rassegnare perché senza opportunità non rialzi la testa». Racconta di come l’alcolismo e le brutte compagnie siano incubi che rendono ancora più difficile chiudere occhio. Ma poi, ripensando al menù, aggiunge: «Sono gentili, non ti trattano come un numero, come nelle altre mense dei poveri. E la cucina è diversa: servono il pesce e anche il risotto con il nero di seppia. Qui l’ho assaggiato per la prima volta».
Così, per cancellare il passato e il presente difficile, bastano piccoli gesti. Maria sorride, ripensando alla signora che, vedendo il suo giubbotto sporco, l’ha lavato e l’ha fatto ridiventare profumato. Mentre Luisa, 43 anni, ex badante rimasta senza lavoro, sorride, pensando al suo prossimo compleanno. La squadra di volontari e dipendenti dell’Arci, quando ha scoperto l’anniversario, le ha promesso una festa con la proiezione di un film. Erano anni che non provava questo calore in un giorno così importante.