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 2017  gennaio 24 Martedì calendario

Luigi Tenco, 50 anni fa: ritratto di un uomo diviso a metà

C’era una volta un direttore d’orchestra che diceva che la musica, in fondo, non significa nulla. Che possa sembrare felice, triste, eccitante, romantica, che faccia venir su i ricordi e confondere il tempo che passa, c’entra poco o niente, dipende solo da noi, da quello che ci capita. Questo poteva essere vero, sì, parlando di musica classica, quella senza parole che era soltanto musica, appunto, nient’altro. Ma poi le parole sarebbero arrivate, in ogni parte del mondo, e in Italia avrebbero preso il suono e la forma di un viso bianco e un po’ spigoloso, di un paio di occhi neri, dove sembrava essersi nascosta la notte, che facevano pendant coi capelli, della voce timida, dolce, esitante di Luigi Tenco.
“Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, il giorno volevo qualcuno da incontrare, la notte volevo qualcosa da sognare…”, cantava, e non c’era altro da aggiungere. Innamorarsi e non sentirsi più soli, annoiati, inventarsi nuove abitudini e dare un colore alla vita.
Ma chi era davvero Luigi Tenco? Chi c’era dietro quella maschera di tristezza e inquietudine, destinata a diventare leggenda in quella tragica notte di gennaio di cinquant’anni fa? Bisognerebbe leggere il libro Vita di Luigi Tenco, scritto da Vito Colonna e pubblicato da Bompiani (prefazione di Umberto Broccoli, pp. 320, 12 euro), in uscita domani per ricordare appunto l’anniversario della morte di Tenco, il 27 gennaio 1967, durante il Festival di Sanremo.
Si parte dal contesto storico, sociale, l’Italia alle prese con il boom economico, con una figura rivoluzionaria all’interno della Chiesa, come quella di Papa Giovanni XXIII, con gli echi delle rivolte ungheresi che mettono in crisi il Pci, con l’avvento del Gruppo 63 di Sanguineti, Arbasino, Manganelli, dove nascevano nuove forme di scrittura e di pensiero, mentre in tivù arrivava Carosello a mettere in luce attori come Aldo Fabrizi, Totò, Gassman, Manfredi, e le canzonette d’evasione lasciavano il posto a quelle dei cantautori, che anche grazie a Bob Dylan, ai Beatles, ai Beach Boys, si accorgevano che era arrivato il momento di tornare alla realtà, di raccontarla così come la sentivano, senza false illusioni.
Tenco passa un’infanzia felice, fino a che non scopre di essere figlio di un adulterio, che il suo vero padre non è un contadino, ma uno studente di Giurisprudenza che ha partecipato alla lotta partigiana, e si chiama Carlo Micca. Poi c’è il dramma della partenza, il passaggio dalla campagna, dalla casa bianca di Ricaldone, con molte stanze e finestre che si affacciano su un cortile, alla città, Genova, a quell’aria di mare, di saudade, di mondo, dove avrebbe trovato la sua identità.
La piazzetta, i primi amici, le lezioni private con una giovane maestra, Sandra Novelli, che gli dà le prime nozioni di piano, e rimane senza parole quando si accorge di avere a che fare con un enfant prodige, che è riuscito a imparare in pochi mesi quello che lei ha imparato in quattro anni. Grazie all’influenza di Chet Baker e della musica jazz in generale, comincia a suonare il clarino, poi il sax, e passa da una jazz band all’altra, dove figurano anche personaggi come Gino Paoli, Bruno Lauzi, suo grande amico, e Fabrizio De André. Si diploma allo scientifico, e all’università cambia diversi indirizzi, da Ingegneria a Scienze Politiche, e parla della musica come di un hobby, un po’ per timidezza nei confronti dei suoi compagni, un po’ per i suoi famigliari, che vorrebbero che diventasse un avvocato.
Ma mentre quell’hobby diventa mestiere, destino, leggenda, Tenco guarda dentro di sé e scopre di essere diviso a metà: da una parte sente il bisogno di trovare il padre, quello vero, dall’altro si avvicina solo a donne sposate, ruba le donne agli amici, come se volesse vendicarsi del suo passato e cancellare la figura paterna.
Esordisce al cinema, ne La cuccagna di Salce, ma per le voci che girano sul suo pessimo carattere perde un ruolo ne La ragazza di Bube (Comencini) e un altro ne I pugni in tasca del giovane Bellocchio. Al di là delle dicerie, Tenco si rivela un uomo più che altro timido, vulnerabile, ma anche burlone (è lui l’autore della Supercazzola di Amici miei), colto, con un “altissimo senso morale”, forse troppo fragile per sopportare che il mondo gli volti ancora le spalle.
Ma in una notte qualunque a Sanremo, quel maledetto 27 gennaio 1967, forse sotto effetto di Pronox, che lo faceva sentire protetto nell’incontro col pubblico, depresso per non aver vinto il festival con Ciao amore, ciao, cantata insieme a Dalida, si uccide con un colpo di pistola nella sua stanza d’albergo. A noi non rimane che star qui, soli, senza di lui, con la musica della sua voce: “Guardare ogni giorno, se piove o c’è il sole, per saper se domani si vive o si muore”.