la Repubblica, 24 gennaio 2017
Le ombre tormentano Pisacane un eroe finito sotto processo. «Non giudicatemi dalle cicatrici»
NAPOLI BISOGNA abbandonare la via dello shopping, salire ai Quartieri Spagnoli, perdersi sotto la pioggia nel cuore complicato di Napoli per trovare Pisadog, il locale in cui Fabio Pisacane, difensore del Cagliari, vende prodotti delle terre in cui ha giocato. È il suo nickname dai tempi della Ternana e anche il nome di un’associazione che ha fondato qui per operare nel sociale. Pisacane ha un cognome da eroe risorgimentale, una storia esemplare alle spalle e un’ombra nera sul presente. Il 3 marzo sarà giudicato dal Tribunale Nazionale Federale per omessa denuncia, in base all’inchiesta della Procura di Napoli sul calcioscommesse che coinvolge l’Avellino, sua ex squadra, ma nella quale non è indagato. Per l’accusa sportiva, sapeva e non ha denunciato: rischia un anno di squalifica. Proprio lui, nominato dalla Fifa ambasciatore nel mondo per la legalità ed eletto giocatore dell’anno dal Guardian: nel 2011 rifiutò 50mila euro per far perdere il Lumezzane contro il Ravenna.
Pisacane, come si difenderà?
«Non dirò la solita frase “sono tranquillo e ho fiducia nella giustizia”. La mia serenità l’ho dimostrata in campo, dopo il deferimento ho marcato Perisic a San Siro e abbiamo vinto. La mia storia parla per me, ho già rifiutato e denunciato un tentativo di combine, quando ero più giovane, più povero, più debole. Se qualcuno avesse puntato me per aggiustare una partita, sarebbe stato un folle».
C’è un boss che sostiene di averla incontrata.
«Io non ho incontrato nessuno, ho già spiegato tutto ai magistrati antimafia che mi hanno ascoltato come persona informata sui fatti. E anche chi mi tira in ballo si contraddice, perché sostiene che fossi inavvicinabile. Si è gettato solo fango su di me. Però nel processo sportivo dovrò essere io a dimostrare la mia innocenza, non il contrario. Le regole sono queste e vanno accettate. All’estero sono un simbolo, in Italia vorrei almeno essere uno normale».
Nel 2011 lei rifiutò 50mila euro per perdere. Cosa le è rimasto di quella storia?
«Mi chiedo perché provarono proprio con me. Forse perché molti giudicano i libri solo dalla copertina, e io sono dei Quartieri, ho questa faccia ruvida, una cicatrice sotto l’occhio sinistro che mi ricorda quando fui investito da una vespa a un incrocio mentre rincorrevo la palla. Chi mi contattò allora sapeva che ne guadagnavo 80mila in un anno, non aveva fatto i conti con la mia dignità. Non fu facile per me, lo ammetto. Il Lumezzane, società seria e solida, mi ha sostenuto, aiutandomi a fare la cosa giusta. Ero un ragazzo, la mia fidanzata era lontana, a lungo ho temuto ritorsioni e minacce. Il fenomeno delle partite truccate è un male diffuso, l’obbligo di denuncia è inserito per contrastarlo, ma per i giovani la scelta giusta non è sempre la più facile».
Lei non ha cambiato quartiere.
«Sono cresciuto qui. Famiglia di quattro figli, papà Andrea ambulante, mamma Assunta casalinga. Sulla pelle ho 28 tatuaggi, in uno ci sono io, bambino, con un Super Santos a largo Baracche. Fra questi vicoli, fra il 1996 e il 2000, si è combattuta la più grande e sanguinosa faida di camorra. Si sparava a pochi passi dalle nostre partite, per noi era diventata una cosa normale. Ci fermavamo per il tempo che spostassero il cadavere e ricominciavamo a giocare. Ho studiato fino alla terza media, il calcio mi ha dato la possibilità di allontanarmi da un contesto difficile, ma non sono mai scappato. Penso di aver avuto un dono, non so perché proprio io, e con le mie scelte ho provato a proteggerlo. Ora, voglio dimostrare che nel mio quartiere si può vivere tranquilli. È cresciuto il turismo in modo pazzesco, si può stare alla larga dalle tentazioni. Non ho la puzza sotto al naso, perciò qui mi vogliono bene».
A 15 anni ha vinto la sindrome di Guillain-Barré, a 30 è arrivato in A.
«Ero un attaccante, sognavo Batistuta e il Boca. Sono partito dalla Celeste, al mio quartiere. Poi mi ha scoperto la Damiano Promotion e sono arrivato al Genoa. Appena giunto in Liguria, lo shock. Una mattina mi sveglio paralizzato e mi portano in ospedale a Savona. Venti giorni di coma, tre mesi di ricovero. Ricordo la voce del dottore quando mi sono svegliato: ragazzo, ce l’hai quasi fatta, non mollare. Mi sono stati vicino mio padre e il Genoa, anche economicamente. Per i dottori avevo chiuso con il calcio. Invece io non ho mollato. Qualche mese dopo il Genoa accettò di farmi fare un torneo a Düsseldorf: era un test, fui eletto miglior giocatore. La malattia non è venuta per uccidermi, ma per completarmi».
In campo le rinfacciano mai la denuncia di sei anni fa?
«Se è per questo, mi dicono cose anche sulla malattia. Ma è solo per destabilizzarmi nei 90 minuti».
Se ora venisse squalificato?
«Non sarei solo io a perdere. Verrebbe tolto qualcosa ai ragazzi che si sono aggrappati a me come l’ultima speranza».