Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 24 Martedì calendario

Perché al Sud piove di più

Il messaggio che ci arriva dagli scienziati è piuttosto chiaro: abituiamoci. Abituiamoci alle nevicate intense, alle bombe d’acqua, alle raffiche di vento. In generale, bisogna abituarsi alla violenza dei fenomeni atmosferici. Specialmente al Sud, erroneamente ritenuto più al sicuro dai capricci del meteo, ma dove negli ultimi anni sembrerebbe invece aumentata la frequenza di questi eventi. Tuttavia, il territorio risulta puntualmente impreparato ad affrontare le devastanti conseguenze.
CHE RUOLO HANNO I CAMBIAMENTI CLIMATICI
«Anche se servono studi lunghi almeno 10-15 anni per stabilire un collegamento tra i cambiamenti climatici e l’intensità di alcuni fenomeni atmosferici, pensiamo che ci sia probabilmente un legame con la loro frequenza che, in questi ultimi anni, sembra essere aumentata», spiega Marina Baldi, scienziata dell’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche. In effetti, negli ultimi anni le alluvioni che hanno colpito al Sud sembrano essere più numerose. «Questa maggiore frequenza di precipitazioni torrenziali nelle regioni del Mezzogiorno – sottolinea Baldi – potrebbe essere dovuta all’aumento delle temperature e, di conseguenza, all’aumento dell’energia in atmosfera, che poi si traduce in un aumento delle piogge e delle alluvioni».
PERCHÉ AL SUD E NON AL NORD
Quello che succede al Sud dipende da una particolare configurazione atmosferica. «L’anticiclone russo-siberiano che in questi giorni si è abbattuto sulla nostra Penisola – spiega Baldi ha colpito in modo diretto sia la Calabria che la Sicilia e, quindi, ecco che si spiega perché l’ondata di maltempo è più intensa al Sud che al Nord». A questa maggiore frequenza di eventi atmosferici intensi, il nostro Meridione non è proprio abituato. Non è un segreto che oltre l’80% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), più di 7 milioni di italiani vivono in aree a rischio frane e alluvioni. Le regioni più ad alto rischio sono la Campania, la Calabria, il Piemonte, la Sicilia e la Liguria. È in queste aree che sono stati registrati i fenomeni più devastanti. Secondo Legambiente, in particolare, in Calabria, il 99,8% dei comuni, praticamente quasi tutti, presenta aree esposte al pericolo frane e alluvioni. Il rischio riguarda quindi 408 comuni su 409, di cui 354 sono sia a rischio frana che idraulica. La Sicilia non è da meno. L’isola infatti è una di quelle regioni italiane che supera il 90% di dissesto idrogeologico: su 390 comuni ben 277 ricadono in aree soggette a rischio.
MANUTENZIONE DEL TERRITORIO: QUANTO CONTA
«Questo non significa che dobbiamo abituarci ai disastri», sottolinea Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr. Specialmente in vista dell’aumento degli eventi atmosferici scatenanti. «Sono 30 anni che non facciamo manutenzione del territorio e che non si aggiornano gli strumenti che ci permettono di mitigare i danni», spiega Guzzetti. «Così succede che, come in Abruzzo sono mancate le turbine per spalare la neve, al Sud i campi agricoli sono stati allagati per mancanza di strumento adeguati». Come per esempio le idrovore, quelle speciali pompe impiegate per asportare grandi masse d’acque. «Inoltre mancano canali di scolo adeguati, e quelli che ci sono non sempre vengono puliti», aggiunge il direttore dell’Irpi-Cnr. Quello che secondo Guzzetti manca è la cultura della manutenzione del territorio, specialmente al Sud. «Non è un caso che quando questi eventi atmosferici avvengono al Nord-Italia o in alcune aree del Centro, salvo casi eccezionali, le conseguenze sono meno devastanti».
COME RIMEDIARE AGLI ERRORI DEL PASSATO
«Se l’Italia ha un così alto rischio idrogeologico – dice Salvatore Patrizio Gabriele dell’Irpi-Cnr – in parte è dovuto alla sua morfologia e in parte all’eccessivo e sconsiderato uso che si è fatto, e per certi versi si continua a fare, del territorio». Riparare a questi errori è difficile. «E non è solo una questione di risorse economiche», precisa Gabriele. «Quello che possiamo fare è cercare di tenere sotto controllo questo rischio con opere di difesa e facendo prevenzione», aggiunge. Uno dei progetti a cui sta lavorando l’esperto dell’Irpi-Cnr, in collaborazione con le Reti Ferroviarie Italiane, si chiama Ramses (RAilway Meteorological SEcurity System). «L’obiettivo è quello di sfruttare tutta una serie di dati che abbiamo a disposizione, da quelli radar a quelli satellitari, per creare un sistema di allerta che ci consenta di individuare eventuali criticità riguardanti le ferrovie all’incirca 30 minuti prima che avvengano», spiega Gabriele. Raccogliendo ed elaborando i dati si può prevedere dove una bomba d’acqua minaccia di danneggiare un tratto della rete ferroviaria. Si tratta di uno dei tanti progetti che potrebbero aiutare a mitigare il rischio. «In generale quello che però serve è un piano nazionale di ricerca sui rischi naturali, e quindi anche su quello idrogeologico, che ci aiuti a migliorare tutti i nostri sistemi di allerta».