la Repubblica, 24 gennaio 2017
La rinascita di Mirjana Lucic l’ex bambina prodigio
A parte l’indice ripetutamente puntato della mia Signora maestra delle elementari, ricordo due altri benefattori che hanno invano tentato di insegnarmi il mestiere, gli Scrittori Giorgio Bassani e Mario Soldati. Del primo, nei cent’anni del suo anniversario, mi sono spinto a parlare in pubblico a Ferrara, sua città natale. Del secondo, di Mario, vorrei ricordare oggi una frase che mi disse, a proposito di un suo collega. «Non fa altro che ricopiare se stesso giovane. E il plagio di te stesso significa la fine, se te ne accorgi».
Con le dovute proporzioni, non so cosa direbbe Mario di quanto mi accingo a fare, nella speranza che il signor Daniele Baroni, il marito di Mjriana Lucic le recapiti il mio pezzetto che gli manderò. Perché è una modesta summa di quanto avevo scritto su sua moglie, e vorrei inviargliela, quale omaggio, nel giorno in cui Mjriana è ritornata viva. Come donna-tennista ha raggiunto, a 34 anni, dopo una vita drammatica, che avrebbe potuto indurre alla disperazione una donna meno coraggiosa, i quarti di finale dello Aus Open battendo Jennifer Brady. E per soprammercato, i quarti di doppio.
Ma ecco una sintesi di quanto avevo scritto,cominciando dal 1999. «Di nome fa Mirjana, ha appena 17 anni, e ha messo sotto Monica Seles 7-6, 7-6. Di lei, della Lucic, ebbe a parlarmi un giocatore intelligente come Goran Prpic, anche lui croato, dicendomi che era entrata presto, forse troppo presto, nel club delle bambine prodigio. A soli 15 anni aveva già vinto il primo torneo,nella bellissima cittadina di Bol, isola di Hvar. La bionda ragazzona – ricopio – alta più di un 1mt e 80, ha avuto infatti una fortuna opposta a quella di una top model: schiena lunghissima, gambe corte e muscolose, adatte a tener giù il baricentro e a spingere meglio la palla. Il padre, Marinko, era stato decatleta, uomo che non aveva saputo abbandonare la filosofia del muscolo in favore di quella del cuore. L’avevo visto in Australia, paese dove aveva condotto la figlia cercando di ottenere, grazie a lei, i vantaggi offerti da un paese ricco. Ero seduto, solo, nel ristorante dei giocatori, e mi ero dapprima sorpreso, poi indignato, per la violenza con cui quel bestione si rivolgeva a un cameriere terrorizzato dicendogli che il cibo era schifoso, e insultandolo, quasi fosse il responsabile di simile immaginaria affermazione. Come gli eccessi di Marinko andarono oltre – qualcuno dice troppo oltre – Mirjana, spalleggiata dalla madre e dai quattro fratelli, decise di sottrarsi alle violenze del genitore. Nel mostrare la mia tessera di cronista agli incaricati dei biglietti, mi accadde di vedere più volte la sua foto bene in mostra agli sportelli perché gli fosse impedito l’ingresso. Non so se si debba attribuire a simili vicende, della più lieve delle quali fui testimone, ma piuttosto ad altre, più gravi, la momentanea scomparsa sportiva di Mirjana. Fatto è che la tennista dapprima parve scomparire, poi riapparve sporadicamente in Australia, infine si seppe che nel suo nuovo paese si era sposata con un business man americano dal nome italiano, Daniele Baroni, proprietario di due bar a Sarasota, negli Usa. Oggi, in una conferenza stampa addirittura più felice di quella concessa 20 anni addietro, dopo il successo con la Seles, Mirjana ha citato il marito, ha detto che le spiace non fosse a Melbourne, ma che ormai tutti e due si consideravano americani. Sebbene, e qui termino di ricopiare, se non fosse stata tennista le sarebbe piaciuto diventare archeologa, e conoscere in modo più approfondito il nostro Paese».