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 2017  gennaio 24 Martedì calendario

Nel filmato la prova che i veri mandanti sono i servizi segreti. Sotto accusa 7 agenti

ROMA I mandanti del sequestro, le torture e l’assassinio di Giulio Regeni sono alla National Security Agency (Nsa), il Servizio segreto civile interno del Regime egiziano. E l’ennesima e per certi aspetti decisiva prova che si trattò di un omicidio di Stato e di Stato ne fu il movente è proprio nella storia, prima ancora che nel contenuto, delle immagini girate da Mohammed Abdallah, il “Giuda” di Giulio, il 6 gennaio del 2016 nel mercato Ahmed Helmy, nel quartiere Ramses del Cairo.
La telecamera nascosta che inquadrò clandestinamente il volto di Regeni e ne incise la voce nel tentativo di carpire un’ammissione che lo tradisse per quel che non era (una spia), era stata infatti messa a disposizione, quello stesso giorno, da un giovane capitano della Nsa i cui uffici erano nel quartier generale del Servizio al Cairo, nel centralissimo quartiere Sadr City. Non solo. Era stato lo stesso Servizio segreto a sollecitare quella messa in scena che si immaginava dovesse diventare una trappola.
Lo racconta lo stesso Abdallah ai magistrati della Procura generale del Cairo in un lungo verbale in lingua araba del 10 maggio 2016 di cui solo in queste ultime settimane i nostri inquirenti hanno potuto avere piena contezza nella traduzione giurata che ne è stata fatta. Lo conferma, a suo modo, la telefonata con cui, il 22 gennaio, tre giorni prima della scomparsa di Giulio, ancora Abdallah torna a contattare direttamente la Nsa per una comunicazione di cui, apparentemente, non esiste registrazione, ma di cui non è difficile immaginare il contenuto. Non perdere di vista quel giovane ricercatore nei giorni che avvicinavano al temuto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir.
Del resto, quel 6 gennaio non è la prima volta che il Servizio egiziano affaccia nella vicenda. Come documentato da “Repubblica”, già nel marzo dello scorso anno, esistono evidenze della presenza di un giovane ufficiale della Nsa nell’appartamento di Giulio a Dokki in almeno altre due circostanze. Durante le vacanze di Natale del 2015 (approfittando dell’assenza di Giulio, rientrato in Italia, il Servizio chiese al coinquilino di Regeni di poter perquisire senza mandato l’appartamento) e nei 9 giorni trascorsi tra la scomparsa del ragazzo (25 gennaio 2016) e il ritrovamento del suo cadavere (3 febbraio 2016).
La National Security Agency, dunque. Il Servizio diretta emanazione del Ministro dell’Interno, l’immarcescibile e potentissimo Magdy Abdel Ghaffar, l’uomo impermeabile ai cambi di Regime. Il ministro che avrebbe sistematicamente sviato la ricerca della verità. Prima negando di avere qualsiasi informazione sulla scomparsa di Giulio, quindi attribuendone la morte violenta a un incidente stradale e a un festino gay. Fino al punto di sacrificare la vita di cinque innocenti, uccisi il 24 marzo dello scorso anno (questo ha stabilito la perizia medico-legale della Procura generale del Cairo) dalla Polizia egiziana per poi poter essere venduti come trofei in quella macabra messa in scena che avrebbe dovuto accreditarli come gli assassini di Giulio.
Nelle immagini girate da Abdallah il 6 gennaio 2016 e non a caso lasciate filtrare alla tv egiziana Sada El Balad è insomma un finale di partita negli apparati egiziani che annuncia un redde rationem drammatico. Che vede sul proscenio dell’indagine almeno sette tra funzionari della Nsa e poliziotti che ebbero a maneggiare il dossier Regeni, sui quali ora si concentrano le indagini. Ma che non potranno pagare il conto per tutti. Da stabilire resta il ruolo del ministero degli Interni e della sua struttura.
Se è vero infatti che il 7 gennaio 2016 sono proprio due agenti di una stazione di Polizia del Cairo a raccogliere la denuncia presentata da Abdallah sul conto di Regeni e che sono almeno tre i poliziotti indagati per omicidio nella morte dei cinque innocenti uccisi al Cairo il 24 marzo (i due che fecero fuoco e un terzo che eseguì la perquisizione dell’abitazione di uno degli assassinati collocandovi i documenti di Giulio), è altrettanto vero che, in questa storia, il canovaccio è deciso altrove. Negli uffici del ministro Ghaffar e nel quartier generale della Nsa. Come per altro aveva indicato in un documento recapitato alla nostra ambasciata a Berna nell’aprile dello scorso anno, uno dei due anonimi egiziani di questa storia.
La presenza della Nsa nella casa di Giulio di Dokki nel dicembre 2015, le foto – scattate sempre in quel dicembre – che documentano della sua presenza in una riunione del sindacato, la consegna della telecamera con cui effettuare le riprese clandestine il 6 gennaio dimostrano infatti come la pratica Regeni fosse stata lavorata dalla paranoia del Regime ben prima del 7 gennaio 2016, quando ufficialmente entra in scena la Polizia. E che ancora il 22 gennaio, quando Abdallah torna a contattare la Nsa, che a sua volta lo cerca, come documentano i tabulati, la pratica continui ad essere considerata di grande attualità, nonostante, ufficialmente, la Polizia l’avesse già archiviata come “irrilevante” per la sicurezza nazionale.