la Repubblica, 24 gennaio 2017
«Non posso darti quei soldi». Il video che fece scattare la trappola contro Regeni
LA prova di una trappola: Mohammed Abdallah che, dotato di microcamera, fa da agente provocatore tentando di incastrare Giulio Regeni. L’esempio di un ragazzo per bene: «Il denaro non è mio. Non posso usare i soldi per nessun altro motivo perché sono un accademico» dice il ricercatore italiano e, vederlo parlare in arabo, gesticolare per essere certo di essere compreso, qualche giorno prima che finisse nel suo orrendo buco nero, è la testimonianza perfetta per raccontare chi era Giulio Regeni. Il bollino dell’ennesimo depistaggio degli egiziani: avevano raccontato che le indagini sul ricercatore italiano, dopo la denuncia di Abdallah, fossero partite il 7 gennaio. E invece già il 6 la Nsa, il servizio egiziano, aveva dotato il sindacalista della telecamera per incastrarlo. Infine, ieri in Egitto, l’ultimo tentativo per provare a screditare Giulio: montando le immagini del video in maniera pretestuosa, hanno provato a farlo passare per un infiltrato inglese che provava a destabilizzare il governo, finanziando i sindacati. Ma la verità ormai è troppo evidente. «Abbiamo pianto» dicono dalle Ong che da anni denunciano le sparizioni nell’Egitto di Al Sisi.
La tv di Stato egiziana ha pubblicato ieri l’ultimo video di Giulio Regeni, quello nel quale il ricercatore italiano viene registrato (non con un telefonino, come si era detto, ma con una raffinata microcamera messa a disposizione dall’Nsa) da Mohammed Abdallah il sindacalista che lo ha venduto ai servizi. Abdallah gli chiede soldi per la sua famiglia e la moglie malata facendo riferimento a un finanziamento che Giulio aveva prospettato: si tratta di un bando della fondazione Antipode che metteva a disposizione sino a diecimila sterline per progetti di «valore sociale» nelle aree sotto sviluppate, come l’Egitto. «Il denaro non è mio – gli rispondeva Giulio – Sulle relazioni all’istituto britannico non posso scrivere che voglio utilizzare questo denaro a titolo personale». Il video (dura più di un’ora, comprese le prove di funzionamento della microcamera fatte da Abdallah) è da settimane agli atti della procura di Roma, studiato approfonditamente dai carabinieri del Ros e i poliziotti dello Sco che lo hanno incrociato con gli altri atti messi loro a disposizione. La pubblicazione è stata una sorpresa per tutti. È evidente che in Egitto qualcuno prova a ribaltare il tavolo: le indagini della procura generale sembrano aver cambiato passo, negli ultimi giorni sono stati interrogati almeno due agenti. Il tentativo disperato è stato di rilanciare la figura di Giulio come infiltrato inglese, attraverso frasi del video del tipo: «I soldi non arrivano attraverso “Giulio” ma attraverso la Gran Bretagna», montate però senza la chiosa del ragionamento: «Ci saranno molti progetti ai quali parteciperanno tutti i paesi del mondo».
In realtà il video ha fornito la prova, anche al Cairo, di quello che da tempo era chiaro a tutti. Regeni era finito nel cono della paranoia dei servizi egiziani. Per questo domani, 25 gennaio, anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, avrà al Cairo un significato ancora più particolare. «Giulio è un nostro martire» dicono i rappresentanti delle Ong non governative che si preparano ad affrontare lo stesso coprifuoco nel quale Giulio, un anno fa, è sparito per sempre.