la Repubblica, 24 gennaio 2017
Il progetto della banca. Uno scambio di azioni per creare il polo europeo
MILANO Sembra un destino che i panni sporchi del capitalismo italiano si lavino a Trieste. Quattordici anni fa la “scalatina” di Unicredit, Capitalia e Monte dei Paschi, che rastrellarono il 9% di Generali per costringere alla resa Vincenzo Maranghi, erede di Enrico Cuccia che interpretava tramite Mediobanca in modo un po’ autoritario il ruolo di primo socio del Leone assicurativo.
Oggi viene il turno di Intesa- Sanpaolo, di muovere su Trieste per arginare gli appetiti della rivale francese Axa, concreti o ipotetici che siano. Secondo fonti attendibili la banca nata sull’asse Milano-Torino potrebbe provarci nei prossimi giorni, con un’operazione di scambio azionario che creerebbe la maggiore azienda nazionale, e un moloch di livello europeo da 62 miliardi di capitalizzazione e quasi 1.200 miliardi di euro di attività finanziarie. «Un ippopotamo nello stagno», fa notare un banchiere nostrano. Più elegantemente Gian Maria Gros Pietro, che presiede Intesa-Sanpaolo, ha risposto «no comment» alle voci rilanciate da La Stampa domenica per cui, in tandem con l’assicuratore tedesco Allianz, Intesa Sanpaolo stava preparando un’operazione su Generali per sottrarla all’orbita di influenza francese in cui rischiava di cadere da mesi.
Venerdì è in calendario un cda di Intesa-Sanpaolo: per ora non sarebbe all’ordine del giorno un punto che suoni come “scalata a Trieste”. In teoria si potrebbe integrare l’agenda della seduta, ma in pratica non è detto che in tre giorni saranno pronti tutti gli snodi di un’operazione che si annuncia articolata e complessa. Anche sul piano autorizzativo, perché la Bce e l’Antitrust sono già allertate e i loro pareri saranno determinanti.
La banca, che lavora con lo studio legale Pedersoli al progetto, pensa a un’offerta carta contro carta, e avrebbe il conforto di Allianz come compratore marginale disposto a rilevare parte delle attività che potrebbero rivelarsi eccedenti rispetto alle soglie poste dall’Antitrust. Di certo nel risparmio gestito dove Trieste è forte con Banca Generali, e nel ramo vita (dove Intesa-Sanpaolo è leader con Fideuram) ci saranno quote da vendere; e anche Generali France potrebbe essere una pedina di scambio preziosa, dato che Allianz è debole Oltralpe. Andrebbe a insidiare proprio Axa, leader a casa propria ma anche in Europa, insieme ai bavaresi e a Generali, terza forza che un tempo le tallonava ma nonostante la ristrutturazione iniziata nel 2012 è stata distanziata come valore di Borsa e redditività.
L’interesse dei francesi verso Trieste, smentito più volte, dietro le quinte parigine è un’ambizione concreta da una dozzina d’anni, quando nella Ville Lumière comandava Claude Bebear; ora però Axa è guidata da un tedesco – Martin Buberl – che pare meno interessato. Da ieri, dopo il blitz difensivo di Generali in Borsa contro le voci di scalata di Intesa-Sanpaolo, tutto il settore è comunque in subbuglio. Per decenni i tre leader europei delle polizze si sono spartiti i mercati: nessuno di loro può tollerare una mossa che squilibri il sistema. Difatti di questi giorni sono anche le voci per cui Allianz studia il dossier di acquisizione della svizzera Zurich. Intesa Sanpaolo, da parte sua, è da tempo inquietata dell’ipotesi di trovarsi in casa due leader della finanza continentale (francesi) come Amundi nel risparmio e Axa nelle polizze.
La sindrome di accerchiamento dell’establishment italiano, a opera dei francesi, negli ultimi mesi è salita molto di livello. La scalata di Vivendi a Mediaset, l’acquisizione delle gestioni del risparmio di Pioneer da parte di Amundi (Credit Agricole), la fusione tra Luxottica ed Essilor si sono aggiunte a un lungo elenco di precedenti acquisizioni e hanno sviluppato “l’effetto colonia” tra le istituzioni nostrane. Il governo di Matteo Renzi aveva provato già la scorsa estate a mandare segnali di fumo non pacifici a Vincent Bolloré su Generali, l’imprenditore bretone ormai chiamato nei salotti italiani Napoleon, che oltre a essere primo socio di Vivendi quindi di Telecom, e presto forse del Biscione – tiene un piede a Trieste tramite Mediobanca, primo azionista di Generali con il 13,24% e da anni suo perno. E la presenza crescente nel management triestino di dirigenti francesi, chiamati dal nuovo ad Philippe Donnet non rasserena gli animi dei patrioti. Ma non è per salvare l’italianità del Leone che Intesa-Sanpaolo studia da qualche giorno il dossier Generali: quella è una storia per l’opinione pubblica e politica. Ai suoi investitori la banca guidata da Carlo Messina dovrà spiegare come riuscirà a reinterpretare un modello – la conglomerata bancassicurativa – che il mercato ritiene superato da almeno cinque anni, per le eccessive richieste di patrimonio che la vigilanza creditizia impone agli istituti che vogliono detenere anche compagnie delle polizze. Quanto ai soci di Generali, Intesa Sanpaolo dovrà convincerli che rappresenta il miglior futuro possibile per rilanciare una “vecchia signora” ancora ben dotata. Sia il 60% degli investitori di mercato, che guardano alla crescita degli utili; sia i soci forti italiani come Del Vecchio (sempre Luxottica), Caltagirone e quella Mediobanca dopo essersi vista sfilare Rcs da Cairo e i suoi consulenti di Intesa-Sanpaolo ora teme un bis che metterebbe fine all’epoca del salotto buono.