Corriere della Sera, 24 gennaio 2017
Birna morta su una spiaggia nell’Islanda senza delitti
La figlia di Brján non sa che per cercarla si sono mossi 725 volontari, a piedi o in elicottero, con i droni o con i cani da catastrofe. Non sa che sua madre Sigurlaug ha bussato a ogni porta delle case vicino al mare, dove una telecamera l’aveva vista passare dopo le cinque del mattino del 14 gennaio, due sabati fa, quando era uscita dal bar Hùrra senza i suoi amici e si era fermata a comprare un kebab prima di andare a dormire. Non sa che il suo identikit è stato diffuso il giorno dopo: una ragazza di vent’anni, un metro e settanta di altezza, settanta chilogrammi di peso, capelli «biondo-fragola», che modo fanciullesco per definire il suo rossiccio castano; indossava un maglione leggero grigio chiaro sopra i jeans neri, la giacca di pile scura con il cappuccio e le scarpe Dr Martens.
Birna Brjánsdóttir, perché in Islanda il cognome è dato dal patronimico più il suffisso dóttir che significa figlia, non sa che per lei è stata messa in moto la più grande operazione di ricerca che il Paese ricordi. Il cadavere di Birna è stato ritrovato domenica nella spiaggia rocciosa vicino al Faro di Selvogsviti, circa 60 chilometri a Sud di Reykjavík, la capitale, la sua città.
È stata uccisa, ha detto senza più dubbi il capo della polizia Grímur Grímsson. Ed è stata usata un’arma, anche se ancora non si trova. E non è escluso che sul giovane corpo sia stata anche usata violenza. Un’affermazione più inverosimile dell’altra, per i trecentotrentamila abitanti dell’isola che galleggia a Nordovest delle Fær Øer. Nessuno di loro, che pure avevano seguito con il fiato sospeso le indagini della polizia ogni giorno da «quel» giorno, poteva credere alla ricostruzione dell’ufficiale in conferenza stampa. Semplicemente quello che diceva non era accettabile, perché in Islanda dal 2001 gli omicidi non sono neanche due all’anno e gli assassini o sono ubriachi o hanno disturbi mentali. Laggiù, in mezzo all’Oceano Atlantico, parlare di femminicidio è un esercizio di stile da convegnisti specializzati, non un’emergenza da contabilizzare con rassegnazione. E gli unici scossoni ai quali sono abituati sono quelli dei geyser o dei vulcani, l’ultimo con l’eruzione dell’impronunciabile Eyjafjöll, nel 2010, che per settimane bloccò il traffico aereo di tutta l’Europa. Figuriamoci una ventenne assassinata.
«Mia figlia è molto socievole e ama fare amicizia con i turisti. Magari è salita in macchina con uno di loro», sperava ancora mamma Sigurlaug nelle prime ore dopo la scomparsa. Perché non c’era motivo che Birna non fosse tornata a casa, sabato mattina, doveva lavorare, era commessa in un negozio di abbigliamento. È stata una sua collega a dare l’allarme, non era normale che non si presentasse. La polizia, quella che per strada gira disarmata tanto son tranquilli i 120 mila abitanti di Reykjavík, si è messa subito all’opera. Una telecamera di sorveglianza ha visto Birna con l’ultimo kekab che barcollava nella nebbia. Poi più niente. Del telefonino si perdono i segnali prima delle sei. Da un video spunta un’auto rossa, una Kia Rio, che sarà poi riconosciuta vicino al porto dove ormeggia un peschereccio groenlandese, il Polar Nanoq. Dentro ci sono tracce di sangue compatibili con quelle della ventenne. L’auto risulta noleggiata da due marinai del Polar. La polizia raggiunge l’equipaggio in elicottero, vengono fermati due uomini di 25 e 30 anni, devono stare in custodia cautelare per due settimane.
Tutti credono che Birna sia ancora viva. Ci credono anche quando vengono trovate le sue scarpe, vicino al porto di Hafnarfjörður. Sono passati otto giorni, ecco il finale amaro, sul faro di Selvogsviti. Ma non è un giallo di Arnaldur Indriðason.
La figlia di Brján non tornerà più. E con lei l’Islanda perde la sua innocenza.