Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 23 Lunedì calendario

Mangiare “social” si può, ma ora c’è una legge severa

Se qualcuno sogna una tranquilla cena in compagnia tra le terrazze romane, con vista sul Colosseo, esiste un modo per esaudire questo desiderio. Basta visitare una piattaforma web di social eating, cercare un evento con una simile location e prenotarlo. Su Gnammo.com, per esempio, a partire da 60 euro si può essere ospitati da Cristiana e Alessio e assaggiare il menù offerto. Per una sera, insomma, ci si potrà sentire come Gep Gambardella nel film La grande bellezza.
Il mondo dell’home restaurant, la ristorazione all’interno della propria abitazione, è un fenomeno che negli ultimi anni in Italia sta sempre più uscendo dalla sua nicchia. Un po’ per moda, un po’ perché rappresenta un metodo per combattere la crisi arrotondando le entrate delle famiglie.
È la sharing economy declinata al settore gastronomico. Ovviamente, la politica ha avvertito la necessità di regolamentarla e proprio martedì è stato approvato un disegno di legge alla Camera, passato ora al Senato. Si tratta del testo unificato delle proposte di Pd, Ncd, M5s e Si-Sel. Il circuito di hr, secondo un parere del ministero dello Sviluppo economico, era finora equiparato, sul piano normativo, alle tradizionali attività di somministrazione di cibo. Ora, invece, si appresta ad avere un quadro di riferimento proprio. Ma, sebbene le iniziali intenzioni di favorire questo mercato e tutelare i consumatori, quanto venuto fuori si è tradotto in una serie di vincoli che ingabbieranno i cuochi casalinghi. A partire dai limiti posti al numero di clienti e all’ammontare dei guadagni: ogni anno solare, i coperti serviti dovranno essere al massimo 500 e gli introiti non potranno superare i 5 mila euro. In pratica, il messaggio lanciato dalla politica è che questa attività può solo costituire un modo per arrotondare il reddito, non la principale fonte di sostentamento. C’è poi la stretta sulle modalità di prenotazione e fatturazione: la cena potrà essere riservata solo utilizzando una piattaforma web e per pagare bisognerà usare per forza i sistemi elettronici. Lo scopo evidente è contrastare l’evasione fiscale, ma i gestori di home restaurant trovano ingiuste e discriminatorie queste norme. Non esistono, infatti, simili obblighi per gli esercizi aperti al pubblico.
I cuochi casalinghi, inoltre, non sono tutti uguali. Ci sono quelli più giovani, che si divertono a offrire pietanze particolari, magari etniche. In questi casi, al fine economico molto spesso si affianca quello di conoscere nuova gente unita dalla passione per la buona tavola. Si tratta di persone, più avvezze all’uso dei social network, che quindi saranno meno penalizzate. A subire davvero gli effetti della mannaia saranno i più anziani, famiglie che servono i cibi delle tradizioni locali. È questo uno dei problemi posti da Giambattista Scivoletto, amministratore del sito www.bed-and -breakfast.it. “Abbiamo fatto un’indagine interna – spiega – e quasi tutti gli aspiranti cuochi del nostro forum, con queste regole, rinunceranno ad aprire l’attività. La vera anima dell’home restaurant, quella per esempio delle nonne che preparano la parmigiana di melanzane, potrebbe dare vita a un circuito turistico eccezionale, ma con questa legge viene mortificata”.
La Federazione italiana pubblici esercizi, aderente a Confcommercio, ritiene invece quanto approvato a Montecitorio “un buon punto di partenza”. “Il provvedimento – afferma il presidente Lino Enrico Stoppani – andrebbe comunque migliorato”.
L’atteggiamento difensivo delle associazioni della ristorazione tradizionale è figlio del timore di subire concorrenza sleale. Una paura che, secondo Scivoletto, è ingiustificata viste le proporzioni. Il volume d’affari dei ristoranti classici nel 2015 ha raggiunto i 76 miliardi di euro, quelli casalinghi nel 2014 si sono fermati a 7,2 milioni. “Se anche fossero 10 mila – calcolano gli hr – potrebbero guadagnare al massimo 50 milioni all’anno, cifre minime”.
L’intento, quindi, sembra piuttosto quello di mettere il tappo a una possibile espansione che col tempo potrebbe seriamente sfidare le grandi catene. Non a caso, la norma approvata dalla Camera vieta anche di associare a un home restaurant l’ospitalità tipo Airbnb.
Oltre a tutti i lacci e lacciuoli, è stata comunque introdotta una procedura semplificata per avviare l’attività: a tal fine, sarà sufficiente una segnalazione certificata (Scia) da inviare per via telematica.
Per quanto riguarda la tutela dei consumatori, sono previsti requisiti di abitabilità e igiene per le case, l’attestato Haccp sui prodotti alimentari e pure la fedina penale pulita (o quasi) per i cuochi. Valgono infatti le stesse regole di onorabilità per l’esercizio di attività commerciali, precluse a chi è stato condannato per delitti non colposi con pena superiore a tre anni.