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 2017  gennaio 23 Lunedì calendario

La Lazio, il calcio, le pistole: l’incredibile morte di Re Cecconi

Sono passati 40 anni, ma sembra un’era geologica. Era l’Italia del piombo. La violenza politica, le rapine a mano armata, i film poliziotteschi. Un rampante imprenditore di nome Silvio Berlusconi (pieno di capelli) posava per un servizio su l’Espresso con una pistola ben in vista sulla scrivania. Già allora il calcio si poteva vivere come un’esperienza religiosa, ma era tutto più normale, con meno soldi; i campioni passeggiavano in mezzo alla gente comune. Una squadra promossa dalla serie B, la Lazio, riusciva a contendere lo scudetto ai giganti del Nord e poi a vincerlo l’anno successivo, sotto la gestione casereccia di un presidente palazzinaro e sparagnino, Umberto Lenzini. E grazie a giocatori forti, rissosi, scapestrati, che amavano le armi ed erano considerati tutti fascisti (a ragione o spesso a torto). L’icona era Giorgio Chinaglia, uno dei più amati si chiamava Luciano Re Cecconi.
Re Cecconi era “il saggio”. Centrocampista appariscente perché biondissimo, pochi vezzi e corsa inesauribile. In uno spogliatoio di spacconi, era il più umile e riflessivo. Ma con un destino assurdo.
Il 18 gennaio 1977 Re Cecconi entra in una gioielleria del suo quartiere, Collina Fleming (Roma Nord), insieme al compagno di squadra Ghedin e a un amico profumiere. Il proprietario del negozio, Bruno Tabocchini, non lo riconosce. Vede il bavero della giacca alzato e le mani in tasca, sente – è convinto di aver sentito – una frase: “Fermi, è una rapina”. Prende la pistola e spara. Re Cecconi muore a 28 anni. Il gioielliere viene assolto “per legittima difesa putativa” dopo un processo per direttissima, consumato in un paio di settimane.
Guy Chiappaventi, scrittore e giornalista di La7, ha rimesso insieme le tessere di questo racconto incredibile nel libro “Aveva un volto bianco e tirato”, edito da Tunué. “Questa storia – scrive – mi ossessiona da quando ero ragazzino. Mi ossessiona adesso, come giornalista e come padre. E mi ossessionava allora, quando a dieci anni pensavo che la Lazio fosse la vita e nella squadra del subbuteo che avevo comprato usata in viale Marconi il calciatore con la maglia numero otto era stato ridipinto con i capelli biondi”.
Nel suo libro si legge l’urgenza di liberare Re Cecconi dall’immagine affibbiata a quella Lazio: di fascisti e pistoleri. Chi era, invece?
I soprannomi sono importanti. Li ho studiati nelle questioni di mafia, spesso raccontano il carattere dei personaggi. E contano, nelle squadre. Quella Lazio era politicamente scorretta; pazza, selvaggia e sentimentale. I soprannomi lo testimoniano: Chinaglia è “Long John Silver”, il pirata dell’isola del tesoro, Wilson è “il Padrino”, come fosse un boss, Petrelli lo chiamano “Pedro”, come un personaggio da spaghetti western, Gigi Martini è “il Comandante”, perché ama il volo. Re Cecconi invece è “il Saggio”, il più lineare di tutti.
Era davvero un saggio?
È uno che nella vita si è guadagnato tutto con il sudore, è partito davvero dalle retrovie. Nasce nella provincia di Milano, suo padre è un muratore, la mamma casalinga. Fanno anche i mezzadri, Luciano è addetto alla mungitura della mucca. Pranzano con pane e latte. Poi fa il carrozziere, l’elettricista; si alza prestissimo per andarsi allenare a Busto Arsizio, al campo della Pro Patria.
Più tardi farà anche paracadutismo con l’inseparabile Martini.
È Martini che quasi lo costringe. Al primo volo Re Cecconi ha paura, gli dice: “Gigi, ma se il paracadute non si apre?”. Poi ci prende gusto. Ma resta il fatto che fosse uno con la testa sulle spalle, e le mani nel grasso dell’autofficina.
Dopo aver riletto le carte del processo che idea si è fatto: era uno scherzo oppure no? Re Cecconi pronunciò la frase “è una rapina”?
Cosa sia successo in quel negozio rimane un mistero, non si può prendere una posizione netta. Mi limito a riportare le versioni discordanti: il gioielliere dice di aver sentito questa frase, lo confermano anche la moglie e il macellaio che erano lì con loro. Ghedin invece fa una gran confusione: dice prima una cosa e poi si smentisce, la sua testimonianaza non è solida.
E poi c’è il profumiere.
È quello a cui il pm dà più credito, dovrebbe essere un testimone imparziale. Lui dice di non aver sentito Re Cecconi pronunciare nessuna frase. Quello che sappiamo per certo è che Tabocchini spara a bruciapelo. E che l’arma, stranamente, viene puntata prima verso Ghedin e poi su Re Cecconi.
Era una Lazio incredibile, letteraria, dentro e fuori dal campo.
Petrelli aveva portato in quel gruppo, nel ritiro di Tor di Quinto, la passione per le pistole. Sparavano ovunque. Una volta una pallottola finisce nell’edificio di fronte, una clinica per persone disabili, nell’armadio di un ragazzo. L’allenatore, Maestrelli, deve rassicurare i carabinieri che non sarebbe successo più. Lo stesso Maestrelli che in un’altra occasione si trova un proiettile nello stanzino dopo un colpo sparato in spogliatoio.
Una squadra segnata anche da rivalità tremende tra i suoi stessi giocatori.
Chinaglia ogni venerdì andava a casa di Maestrelli per chiedergli – senza successo – di non far giocare Martini e Re Cecconi. Ma era pure una squadra con un fascino straordinario: un gruppo di peones, di outsider pazzoidi, fuori dall’establishment, che assalta il potere delle grandi del Nord. Perde uno scudetto all’ultima giornata e lo vince l’anno dopo, nel giorno del referendum sul divorzio. Quella Lazio dava l’idea che potesse cambiare tutto, poi non è cambiato niente. È sparita come una meteora, in pochi anni: la morte di Maestrelli, quella di Re Cecconi, Chinaglia che va in America e il calcio scommesse nel 1980.
Era una Lazio fascista?
Molto meno di quanto si è scritto. Chinaglia passa per “fascistone” ma è solo un anarcoide di Carrara, che poi si candiderà con la Dc. Wilson prende posizione contro il divorzio, ma è un andreottiano spinto. Maestrelli è stato partigiano, Oddi viene da una borgata rossa, Frustalupi è di estrazione socialista. Martini invece è di estrema destra e più tardi diventerà parlamentare di Alleanza nazionale.
Nel libro si chiede anche se la sentenza sia stata influenzata dal fatto che Re Cecconi giocasse in una squadra così, lontana dal potere calcistico e considerata un covo di pistoleri.
Quella Lazio non aveva una società adeguata a gestire una situazione così grande e delicata. Ma il processo, che incredibilmente si esaurisce con il primo grado di giudizio, è stato influenzato molto di più dal contesto generale.
La violenza di quell’Italia era impressionante.
La Lazio vince lo scudetto nel ‘74, l’anno dell’Italicus, di piazza della Loggia, del rapimento del giudice Sossi. Nel giorno i cui muore Re Cecconi c’è un gioielliere quasi ammazzato a Trastevere; nel primo giorno del processo ce n’è uno ucciso a Verona e ci sono quattro rapine con morti. Tutti avevano una pistola, dal giovane Berlusconi al tabaccaio di Ponte Milvio.