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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

Promossi i primi esponenti della nuova squadra

I riflettori erano tutti puntati, fuori dal Palazzo del Parlamento, sull’inaugurazione di Donald Trump quale 45esimo presidente degli Stati Uniti. Ma è stato dentro Capitol Hill che ha preso corpo davvero l’era Trump, con un’inaugurazione assai più sottotono, quella dei primi esponenti della squadra degli uomini – e qualche donna – che conteranno nella sua amministrazione. Tre ministri cruciali hanno di fatto ricevuto i nullaosta per insediarsi nelle prossime ore, a cominciare dai responsabili della sicurezza nazionale: il generale James Mattis alla Difesa, incaricato di mantenere le promesse di un rafforzamento del Pentagono per ridare grandezza all’America.
Un altro generale, John Kelly, alla Sicurezza del territorio (Homeland Security) necessaria contro la minaccia del terrorismo, islamico e non. E molto vicino all’incarico è anche l’ex deputato Mike Pompeo, che ministro non è ma quasi, come nuovo direttore dei servizi segreti per eccellenza, quella Cia che Trump vorrebbe riformare dopo averla attaccata per le scomode rivelazioni di interferenze di Mosca a suo favore nelle elezioni.
Non è un debutto tranquillo, neppure quello di tutti gli uomini del presidente: rimane la transizione più lenta e confusa da decenni, tra polemiche su eccessive richieste di trasparenza sui prescelti avanzate dai democratici e sospetti di inadeguati controlli e documenti forniti dai repubblicani. I ritardi sono tali da aver costretto Trump a una soluzione d’emergenza: richiamare in servizio oltre 50 alti funzionari di Barack Obama. Tra loro Thomas Shannon quale segretario di Stato a interim.
Candidati sotto assedio
Trump ha inoltre scelto finora solo 29 di 660 alti funzionari a livello ministeriale. E alcuni dei suoi candidati “minori”, sono sotto assedio nelle audizioni: l’ereditiera Betsy DeVos, all’Istruzione, si è dimostrata ignorante delle principali leggi sulla scuola e forte avversione al sistema pubblico a vantaggio di istituti privati e confessionali. Tom Price alla Sanità è stato scottato da ipotesi di insider trading su titoli del settore. E il magnate del fast food Andrew Puzder potrebbe ritirarsi dal dipartimento del Lavoro, perseguitato da sospetti che avrebbe picchiato la ex moglie.
Ma numerosi esponenti del governo che oggi mancano ancora all’appello formale dovrebbero presto ricevere il consenso di un Congresso, comunque a maggioranza repubblicana e entrare a far parte della cerchia più ristretta di Trump: su tutti Rex Tillerson, l’ex boss del gigante petrolifero ExxonMobil allo State Department. Come anche Steven Mnuchin, fedelissimo della prima ora di Trump ed ex allievo Goldman Sachs, al Tesoro. E al Commercio il finanziare Wilbur Ross, specializzato in aziende e settori in crisi.
La cerchia ristretta
Atri ancora fanno già parte di diritto dell’inner circle senza bisogno di via libera parlamentari: il vicepresidente ed ex governatore dell’Indiana Mike Pence, ovviamente, liaison con il partito repubblicano e l’establishment conservatore assieme al capo di staff Reince Priebus, ex presidente del partito. O ancora il generale con passato nell’intelligence Michael Flynn, consigliere di sicurezza nazionale, e l’ex presidente di Breitbart News Steve Bannon e Kellyanne Conway per la strategia e la comunicazione. Soprattutto il 56enne Gary Cohn, prelevato dalla poltrona di direttore generale di Goldman per diventare capoeconomista della Casa Bianca, la cui influenza è in rapida ascesa. E il genero e confidente Jared Kushner, marito di Ivanka ed epigono di un’altra dinastia immobiliare, nonostante i sospetti di nepotismo e conflitti d’interesse.
Generali e capitani
Un ruolo forte e forse decisivo – d’immagine e credibilità oltre che di sostanza per un governo ricco di incognite – dovrebbero giocarlo però generali, finanzieri e capitani d’impresa passati al vaglio del Congresso. Mattis, 66 anni, ha il soprannome di Mad Dog, cane pazzo, ma in realtà vanta fama di “monaco guerriero”, sobrio e fine stratega. Fu comandante delle forze armate nel delicato teatro mediorientale, iracheno e afghano.
Seppur contrario all’accordo nucleare con l’Iran, non è per il suo abbandono, ed è un critico dell’aggressività russa. Trump lo ha paragonato a George Patton, eroe dello sbarco in Normandia. Il 66enne Kelly, ex marine e responsabile del Southern Command, ha un’utile predilezione per la difesa del confine meridionale del Paese ma con misure assai meno controverse del muro anti-immigrati con il Messico.
Il re del petrolio
L’executive per definizione, il 64enne Tillerson, è da parte sua inviso agli ambientalisti ma non nega l’esistenza dell’effetto serra. Ha lunga esperienza nel trattare con governi difficili – compresa la Russia dove Trump spera in un “reset” delle relazioni in funzione anti-terrorismo – quale amministratore delegato della principale azienda americana in un settore strategico quale l’energia e, contano i repubblicani, potrebbe tradurla in abilità diplomatica. Il 79enne Ross, che al Commercio sarà a cavallo di politica interna e estera, porta con sé la qualifica di riorganizzatore di società sotto pressione, dalla siderurgia al carbone, dalle telecomunicazioni al tessile. Il soprannome, Re delle bancarotte, e un patrimonio personale da 2,5 miliardi non giovano. Ma rivendica sensibilità alle necessità delle imprese nell’ambito di un’agenda economica che oscilla tra protezionismo e mercato e intende promuovere made in Usa e creazione di posti di lavoro.
Mnuchin al Tesoro è forse il meno conosciuto dei plenipotenziari di Trump. Ma non è affatto l’ultimo: l’esperienza di economia e piazze finanziarie deriva al 54enne ex banchiere dall’esser stato partner a Goldman e lanciato fondi hedge di successo. Anche se durante la crisi del 2008 si è distinto per aver comprato, risanato e rivenduto con guadagno la fallita banca IndyMac – lui dice d’aver facilitato il rifinanziamento di mutui, altri gli rimproverano troppi pignoramenti. Ha inoltre dimenticato di rivelare cento milioni di asset alle Cayman.