il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2017
La vera storia di “Varichina”, il padre di tutti i Gay Pride
Quante volte capitava, da ragazzini, di fermarsi a pomiciare sulle panchine di piazza Cesare Battisti, prima che la rifacessero: all’improvviso, come dal nulla, arrivava da lontano una voce mezza urlata che faceva i complimenti. A lui, non a lei. E allora lo vedevi, quasi all’angolo di via Nicolai, e scattava la risatina. Lorenzo se ne accorgeva e fingeva di arrabbiarsi: “Tutt’ do avit a venì” (“Tutti qui dovete venire”, ndr), gridava e con la mano si batteva il culo. Non ha mai fatto male a nessuno, Lorenzo; anzi, per noi ragazzini della Bari di metà anni Ottanta era quasi un’istituzione, con quelle sue camicie a fiori annodate sopra l’ombelico e quegli immancabili zoccoli di legno. Da prendere in giro, ma da rispettare. “Lorenzoooo”, gridavamo dall’altra parte del marciapiede, quando lo incrociavamo nel suo quartiere, Libertà: palazzi liberty dell’inizio del secolo scorso, fiori di ferro sulle ringhiere, il Tribunale su uno sfondo, l’Ateneo sull’altro e un pullulare di quella Bari che aveva visto la guerra. Come lui, Lorenzo De Santis. Per tutti, Varichina.
Si deve al lavoro di Mariangela Barbanente e di Antonio Palumbo se adesso “la vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis” potrà uscire dai confini del capoluogo pugliese. Ne hanno fatto una splendida docufiction, distribuito da Ismaele Film e prodotto da Apulia Film Commission, che sarà in sala dal 2 febbraio. Una ricostruzione del personaggio, interpretato dal bravissimo Totò Onnis, alternata ai ricordi di chi Lorenzo l’aveva conosciuto bene e da vicino.
Nato nel 1938 in una famiglia molto numerosa, “dove l’unica Libertà che avevamo era quella di morire di fame” – si ascolta nel film – a 10 anni Lorenzo consegnava i detersivi che vendeva sua madre. Ecco perché il nome “Varichina”. Con i fratelli, poi, non aveva mai avuto un buon rapporto, anzi, loro “lo sfruttavano”. Quel suo essere eccentrico, i capelli con i boccoli cui teneva tantissimo, le camicette da donna che gli regalavano e che lui portava aperte a mostrare il petto villoso, quel suo vezzo – il braccio alzato a mantenere una inesistente borsetta – tutto questo era troppo per una famiglia povera di via Garruba. E infatti ad adottarlo erano state le vicine, quelle con cui disquisiva di tende col merletto nei cortili interni dei palazzi e che faceva finta di non conoscere per strada per non metterle in imbarazzo.
“Negli anni Settanta – racconta nella pellicola il regista Nico Cirasola – anche molti notabili avevano il ‘vizietto’: imprenditori, giornalisti, commercianti. Ma erano intoccabili. Invece lui no: su di lui si scaricava tutto, anche le frustrazioni”. Lorenzo ogni giorno celebrava il suo Gay Pride, solo e defilato dallo stesso ambiente gay, ostentando la sua omosessualità senza troppi cristi e madonne. Dalla sua bocca uscivano le peggiori parolacce che noi ragazzini avessimo mai sentito. Ma era divertente, e soprattutto innocuo.
Non tutti, però, lo erano con lui. Una volta, i bulletti del rione gli tirarono una pietra in faccia: zigomo rotto e sei punti di sutura. Un’altra volta si prese un “mazziatone” per aver molestato un ragazzo. Oppure gli facevano scherzi cattivi: una secchiata di gamberetti dentro casa o un’ambulanza chiamata perché “De Santis sta incinta”.
Lorenzo di mestiere faceva il parcheggiatore abusivo e il pulitore di bagni pubblici, e non perdeva occasione per lanciare apprezzamenti sugli uomini che scendevano dalle macchine. Oppure se ne andava sulla strada verso Torre a Mare e faceva il maggiordomo delle puttane che ricevevano nelle villette affacciate sul mare: preparava il caffè ai clienti e dava consigli alle ragazze sulla biancheria intima da indossare.
E poi si innamorava, Varichina, spesso, dei soldati americani portati dalla guerra o degli studenti o di qualche cliente. “La sera tornano tutti dalle loro mogli – diceva – ma il giorno dopo vengono di nuovo a cercarmi”. Amori che non sapremo mai se sono esistiti o meno, se sono o no stati ricambiati: De Santis è morto solo, nel 2003, in un letto di una clinica barese dove lo avevano mandato i servizi sociali. Aveva perso entrambe le gambe, per un diabete scompensato che gli aveva procurato gangrene. “Solo i maschi mi devono lavare – diceva agli infermieri prima di cadere nella più buia delle depressioni – e mi devono sempre lavare le palle. Senza guanti”.