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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

Il genio dei balletti russi che ispirò Saint Laurent

Una regina di Saba, una Zobeide, una Cleopatra. Ricoperte di stoffe sgargianti, rilucenti di monili dorati, femmes fatales uscite dai Racconti delle mille e una notte scendono il grande scalone di Palais Garnier, l’Opéra di Parigi, accompagnate da compunti cavalieri. È il video di una sfilata di Karl Lagerfeld del 1994: si trattava di una collezione omaggio a Léon Bakst, artista totale, pittore, scenografo, costumista, stilista, creatore di interni, colonna dei Ballets Russes, la grande, avventurosa, impresa di Sergej Djagilev all’inizio 900. Il video è una installazione che conclude l’esposizione Bakst, des Ballets russes à la haute couture, all’Opéra di Parigi sino al 5 marzo in occasione del 150° della nascita. A Montecarlo intanto, a Villa Sauber, si è appena chiusa la mostra Designing Dreams. A Celebration of Leon Bakst.
Dal palco alla sfilata. Passare dalla sfilata al palcoscenico è stato un cammino compiuto da molti stilisti, a partire da Coco Chanel sino a Vivienne Westwood, per non parlare di Versace e Armani. Dal palcoscenico alla passerella è una strada meno usuale, e il primo a percorrerla è stato proprio lui, Léon Bakst. Una storia d’amore ricambiata quella fra teatro e moda: verso la fine del ’900 molti stilisti si sono inchinati a Bakts nelle loro collezioni. A partire da Yves Saint Laurent, di cui molti modelli erano in mostra a Montecarlo. E poi John Galliano per Dior, Christian Lacroix e appunto Lagerfeld.
Le origini di Bakst ci portano, lontano nella Russia occidentale, dove tradizionalmente era confinata la popolazione ebraica dell’Impero. Nasce nel 1866 a Grodno Léon Rosenberg; figlio di un rispettato intellettuale della comunità ebraica e nipote di un sarto, adotterà lo pseudonimo Bakst dal cognome della nonna paterna Bakster. A Pietroburgo è allievo della Accademia di Belle arti ed entra presto a far parte con Djagilev e Aleksandr Benois del gruppo di Mir Isskustva (il mondo dell’arte). Alla rivista dallo stesso nome prenderà parte attiva, non solo come pittore, ma da subito, per esempio, come creatore di interni. Tuttavia sarà il fervido clima parigino a permettergli di esplicitare al massimo questa poliedrica predisposizione.
È il 1909 quando Parigi scopre Bakst con i Ballets Russes in Cleopatra. Un appuntamento che si ripeterà a ogni stagione: Shéhérazade nel 1910 e poi via via Le Spectre de la rose (1911), Daphnis et Chloé (1912) e L’après midi d’un faune per Nijinsky nel 1913. È certamente con Shéhérazade che il pubblico si innamora dell’artista, del suo harem ridondante di cuscini e rigonfi tendaggi dai colori accesi, dai cromatismi caleidoscopici. Esotismo e erotismo vanno a braccetto con i costumi della bella Zobeide, dello schiavo d’oro, sulla scena Ida Rubinstein e Vaslav Nijinsky.
Il mago dei colori. D’Annunzio lo battezza «il mago dei colori», il Tout Paris lo adotta. «Bakstiser» diventa la parola d’ordine per gli interni e l’abbigliamento delle parigine. Robert de Montesquieu, Misia Sert la marchesa Casati, la contessa Greffhule sono ammiratori incondizionati dell’artista. Se la marchesa Casati gli chiede di disegnare eccentriche mise per i suoi balli a tema, a Misia Sert sono destinati modelli di cappellini per la vita ordinaria. E già allora i couturier, come Paul Poiret e Jeanne Paquin, traggono ispirazione dai suoi costumi. Ricordava, successivamente, Jean Cocteau: «Le donne eleganti subirono la volontà di Bakst. I corsetti, le ghirlande, le maniche a sbuffo, i diademi, i tulle, gli chignon scomparvero e lasciarono il posto ai turbanti, alle aigrette, alle tuniche persiane, alle collane di perle, a tutto un incredibile armamentario dalle Mille e Una Notte».
Il tout Paris. In quegli anni i salotti di Faubourg Saint Germain gli spalancano le porte. Il suo stile si rispecchia anche nella dimora lussuosa di Charles de Polignac descritta da Proust nella Recherche. James de Rothschild gli chiede di decorare la sua dimora londinese. Cocteau, Verhaeren, Nabokov lo annoverano fra i propri amici. Coty e Lalique intrecciano con lui collaborazioni e in mostra se ne può ammirare il frutto: floreali portacipria in metallo smaltato. Disegnerà delicati e preziosi tutù per La morte del cigno di Anna Pavlova, ma è con Ida Rubinstein che l’avventura artistica si approfondisce (per esempio nel Martirio di San Sebastiano di D’Annunzio e Debussy) dopo la rottura con Djagilev, grande scopritore di talenti ma restio a pagare gli onorari. Sarà il clamoroso fiasco della Bella addormentata del 1921 a Londra, le cui scene e costumi costarono una fortuna, a sancire definitivamente il divorzio. In generale il suo lavoro per la scena, le arti decorative, la moda influenzerà generazioni sino alla fine del secolo. La sua neanche ventennale attività in Francia (morirà nel 1924) è illustrata nell’esposizione, curata dalla Bibliothèque nationale de France e l’Opéra, con 130 pezzi provenienti da collezioni pubbliche e private.