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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

I misteri nel caveau di Bankitalia

Zaffiri. Smeraldi. Polvere di diamanti. Lingotti d’oro. Anelli di platino, pezzi d’avorio, decorazioni civili e militari. Il piccolo collare dell’Annunziata che Mussolini portava con sé, il 27 aprile 1945, fuggendo verso la Svizzera con Claretta Petacci. La tuta da meccanico indossata quel giorno da Claretta per mimetizzarsi tra i soldati tedeschi. E poi monete d’oro e d’argento, documenti pubblici e privati, titoli e banconote ormai fuori corso, francobolli, un servizio d’argento dei Savoia da 600 pezzi, i libretti di risparmio degli ebrei italiani di Salonicco e perfino qualche azione della ferrovia Berlino-Baghdad. Quanto vale questo po’ po’ di roba? Boh. Soprattutto considerando che è custodita da settant’anni in un sotterraneo blindato, insieme ad altre centinaia di pacchi di cui nessuno conosce esattamente il contenuto. Figurarsi il valore.
Ma perché nessuno apre e guarda? Mistero. Perché a nessuno interessa? Altro mistero. E chi è il proprietario? Lo Stato. Per l’esattezza, il ministero dell’Economia e delle finanze, negli ultimi due anni retto da Pier Carlo Padoan. Quanto al perché nessuno al Mef si dia una mossa per vedere che cosa c’è in quei pacchi, e magari capire che cosa si può fare dello sconosciuto tesoro che contengono (venderlo? esporlo? affidarlo agli studiosi?), beh, è una delle storie più straordinarie di burocrazia mai offerte da questo Paese. Basta solo dire che, nell’ultimo anno, se ne sono occupati dal Quirinale al ministero dei Beni culturali, dalla commissione Finanze del Senato al ministero dell’Economia, passando pure per gli uffici della Banca d’Italia: «Eppure non si è riusciti a venire a capo di niente» sbotta esasperato il senatore Giuseppe Vacciano, ex M5s, che con le sue interrogazioni ha sollevato il caso trovando «un muro di gomma. Totale».
Di che cosa parliamo? Di 419 depositi, per un totale di 2.087 sacchi di juta (in gergo «bisacce») di varie dimensioni (da due a 50 litri), chiusi con tre sigilli di piombo e attualmente custoditi nel caveau della filiale di via dei Mille della Banca d’Italia, a Roma, a due passi dalla stazione Termini. Dentro ci sono gli «oggetti di varia natura e provenienza» che nel corso degli anni erano stati depositati alla Tesoreria centrale dello Stato e che nel 1998, con il trasferimento del servizio di tesoreria alla Banca d’Italia, sono finiti in custodia alla stessa Bankitalia. E lì sono tranquillamente stati dimenticati, malgrado si sapesse che dentro c’erano, e ci sono tuttora, cimeli di straordinario valore storico ed economico.
Basta dire che tre dei depositi (numero 30, 31 e 32) arrivavano dritti dritti da Como, dove la filiale della Banca d’Italia ha custodito dal 1945 al 1953 i gioielli e i vestiti del Duce e della Petacci catturati a Dongo: dal collare dell’Annunziata (in oro, massima onorificenza di casa Savoia) alle decorazioni del Terzo Reich (in oro, platino e brillanti), dai pezzi d’avorio alle spille, dagli orecchini alle medagliette di famiglia con la Madonna o con Gesù Bambino. Sempre da Como arrivavano i beni sequestrati a donna Rachele, installata con la famiglia a Villa Manerbio. «Tutto materiale che dovrebbe essere esposto in un museo ma che dal 1945 passa da un bunker all’altro nel disinteresse più totale dello Stato» insiste Vacciano.
Solo nel 2011, 66 anni dopo il sequestro, il Mef ha dichiarato patrimonio pubblico «i beni mobili confiscati a Mussolini» e li ha inseriti nell’inventario della sede centrale. Ma se chiedete al ministero, e Panorama l’ha fatto, l’elenco dettagliato di quei beni acquisiti, gettate tutti nel panico. Dov’è finito? Qualcuno lo sa? Alza le mani perfino Eugenio Lo Sardo, direttore dell’Archivio centrale dello Stato, cui tocca per legge la vigilanza sugli archivi ministeriali: «Non eravamo nemmeno al corrente dell’esistenza di questi depositi presso Bankitalia».
Non è una barzelletta. «È storia. Purtroppo» protesta Mauro Marino, presidente della commissione Finanze del Senato. «Anche noi abbiamo chiesto copia dell’inventario: mai avuta. Abbiamo chiesto di fare un sopralluogo nel caveau: impossibile. Il viceministro Enrico Zanetti (oggi ex, ndr) è venuto in commissione a dirci, sostanzialmente, che al ministero dormono dal 1978. Pazzesco». Infatti è proprio al 1978 che risale la prima parzialissima catalogazione dei depositi. E già allora la commissione di esperti guidati dal sovrintendente Claudio Strinati non ha avuto dubbi: c’era materiale degno di finire in un museo. Ottimo, ha detto il ministro. Per quasi vent’anni non è successo altro.
Nel 2005 è tornata alla carica la responsabile della Tesoreria, Silvana Caudai, che con un gruppo interministeriale di esperti («tutti volontari») in due anni è riuscita a catalogare una sessantina di depositi su 419. È saltato fuori di tutto: candelabri, posate, vassoi e altra argenteria di casa Savoia; un sacchetto pieno di gemme, gioielli, orologi d’oro (42 hanno ancora il cartellino del prezzo) confiscati ai gerarchi fascisti in fuga; monete d’oro, lingotti, placche di platino e preziosi, catalogati come «corpi di reato» e depositati tra il 1943 e il 1945; «fedi nuziali, catenine, medagliette, piccole gioie e ultimi esemplari dell’oro donato alla patria: struggenti» (parola della Caudai); anelli e portafogli sequestrati ai prigionieri di guerra inglesi; effetti personali delle vittime del terremoto di Reggio Calabria del 1908 di cui non è stato mai possibile rintracciare proprietari o eredi.
Ma almeno a rintracciarli avevano provato. Allora. Oggi, ecco la storia scandalosa del sacco etichettato «comunità italiana di Salonicco», zeppo di lettere, documenti, fotografie, testamenti, libretti al portatore, banconote per milioni di dracme: sono i beni che gli ebrei di origine italiana in fuga dalla città greca, dove la grande comunità sefardita veniva completamente annientata dai nazisti, avevano cercato di mettere in salvo attraverso la Regia legazione d’Ungheria in Grecia. Nel ’46 gli ungheresi hanno consegnato tutto all’ambasciata italiana di Atene. I nostri diplomatici ci hanno dormito sopra fino al 1962, quando la Farnesina ha finalmente depositato il sacco alla Tesoreria dello Stato. Ma lì ha trovato la stessa sorte di tutto il resto: l’oblio. Per 44 anni.
Solo nel 2006 è stato aperto per la prima volta. «E prima di richiuderlo abbiamo chiesto al ministero degli Esteri di attivarsi per individuare gli eredi» giura Caudai. Andata in pensione di lì a poco, non ha mai saputo com’è finita la storia. Voi avete dubbi? «Nessuno ci ha mai informato di questo materiale, la cui esistenza è completamente sconosciuta anche agli studiosi delia Shoah» trasecola il responsabile del dipartimento culturale della comunità ebraica di Roma, Claudio Procaccia, contattato da Panorama. Giorgia Calò, l’assessora alla Cultura della comunità, vuole chiedere l’accesso al deposito: «Sono certa che dal punto di vista storico e culturale sia un ritrovamento straordinario. Ci organizzeremo con l’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane, ndr) e con le organizzazioni internazionali che si occupano di Shoah per decidere una strategia comune di intervento». Il suo entusiasmo per la scoperta è però venato di indignazione. Comprensibilissima: «Sono la nipote di un sopravvissuto. E quel sacco sciattamente dimenticato in un caveau per me è il simbolo delle migliaia di beni sottratti agli ebrei e mai restituiti ai legittimi proprietari: case, aziende, quadri, denaro... Un’ingiustizia mai sanata e una ferita ancora aperta».
Fermiamoci qui. Tanto ci sono altri 360 depositi, e chissà quante bisacce, ancora da aprire. Di qualcuno si sa a grandi linee il contenuto: secondo una relazione di Marco Rosi, responsabile del caveau di Bankitalia, 47 contengono «oro e metalli preziosi», 130 «titoli di varia natura», più di 100 «valuta estera non realizzabile», ossia fuori corso, e altri 6 «medaglie e onorificenze della Gioventù italiana del Littorio». Ma ce ne sono altri di cui, dopo 70 anni, «si sa solo che contengono “oggetti diversi”». Che dire di più? «Che lo Stato deve ottimizzare le proprie risorse. Si possono mettere sul mercato le collezioni di monete e di francobolli, le pietre preziose e l’oro, e collocare nei musei gli oggetti di maggior valore storico-artistico, restituendoli ai cittadini» propone Giuseppe Vacciano. Ottima idea. Ma prima di vendere, o di esporre, bisogna finire almeno di catalogare. Qualcuno svegli il Mef.