Libero, 23 gennaio 2017
«Eremita tra i cani per amore di una donna»
Fa un freddo da morire in questo angolo di canyon circondato da rupi alte che guardano il mare. La vasca per lavarsi è un torrente di acqua gelida che scorre rapido e impervio. La cucina un fuoco vivo che brucia le paure e allevia le pene. E il water, beh quello è un po’ di terriccio ricavato in un angolo di bosco, «scavi la superficie e copri con le foglie, come fanno i gatti, come si faceva un tempo...». Gianni Menichetti se ne sta seduto davanti alla brace accesa della sua dimora tre metri per tre. Due sedie, due cassoni di legno e 38 anni di vita stipata dentro. Non conserva vestiti ma miniature e poesie che ha composto con maniacale dedizione e sincero talento. Il tavolo non c’è, non chiedetelo, è un lusso e un ingombro che certe vite non si permettono.
Trentotto anni su questa parete di roccia e natura... mai pentito Gianni?
«Non si torna indietro, ho sempre guardato avanti».
Ma eri un ragazzo quando sei arrivato. «Era il ’70 e potevo diventare un bravo professore. Facevo le magistrali, ero appassionato di studi orientali. Leggevo Gandhi e ne ero travolto».
E cosa accadde?
«Ero venuto a Napoli per studiare ma salii quassù per caso e rimasi folgorato da Vali Myers che divenne poi la mia compagna, la mia musa, il sangue delle mie vene. Vali era una grande artista, un animo indipendente che combatteva una battaglia durissima per salvare quest’angolo di paradiso».
Fu amore a prima vista?
«Vali era troppo selvatica per amare un uomo, amava le sue volpi e ne ebbe cinque. L’incontro con lei fu straordinario, ma non voglio parlarne perché mi pare di profanarlo».
Ti trasferisti qui?
«Lei dopo quel primo incontro volò a New York per una mostra e il marito mi chiese di venire ad accudire i cani. Il pomeriggio ero dai miei in Toscana, due ore dopo in stazione che mi imbarcavo per Napoli».
Un nuovo inizio.
«Lavorai qui per due tre settimane, era freddo e pioveva e io non ero abituato agli “elementi” della natura ma fui capace di vivere mesi in una grotta. Ero arrivato che pesavo niente, dopo un anno potevo portare fino a 70 chili sulle spalle».
E ora sei l’eremita di Positano.
«Sono spiritualmente vicino agli eremiti anche se con qualche concessione in più rispetto al passato. Vivere lontano dalla società con qualcuno di buon cuore che ti porta il pane ogni giorno, oggi non è più possibile».
Ma ami la solitudine o non vivresti “appeso” a un anfiteatro di montagna.
«Ammetto che da bambino non avevo voglia di giocare con i compagni, passavo le ore a guardare i disegni sul pavimento e non sentivo il minimo desiderio di vissuto collettivo».
Qui vicino ci sono due paesini...
«Nocelle e Montepertuso, ma i turisti non vengono, è troppo pericoloso quest’angolo di roccia e bosco».
Tu e Vali contro le speculazioni edilizie e l’assalto dei turisti, la vostra battaglia personale. E il servizio militare invece?
«Se sei pacifista devi combattere altrimenti il sogno finisce. Quanto al militare, riuscii ad evitarlo. Posso prendere ordini da una donna ma non da un colonnello o da un capitano. E poi all’epoca ero molto gracile, mi riformarono per denutrizione. Provai a spiegare che non potevo prendere servizio in quanto seguace della religione jainista, fu tutto inutile, non sapevano neppure scrivere la parola».
La tua compagna era artista ma tu di che vivevi?
«Io ero la moglie del marinaio. All’i- nizio i suoi erano viaggi brevi poi sem- pre più lunghi. La sua prima vera mostra la fece ad Amsterdam nel ’72 ma lei prima di allora viveva come un topolino di chiesa, tanta povertà e sacrifici. Stava via mesi e mi scriveva lunghe lettere con la sua calligrafia bellissima».
La tua famiglia in Toscana che diceva?
«Tornai un anno e
mezzo dopo la grande
fuga. Mio padre dimostrò una dignità straordinaria, mia madre invece si buttò in terra per la disperazione, avevo i capelli lunghi e i tatuaggi
intorno agli occhi. Un
po’ la capisco. Ero bravo
e promettente a scuola, dal suo punto di vista avevo gettato tutto alle ortiche.
Sono venuti mai a trovarti?
«Una volta sola e poi più. E anche allora mio padre non disse nulla».
Dimmi dei tatuaggi.
«Quelli intorno agli occhi dolorosissimi, li volle Vali e me li fece una sera. In mezzo alla fronte invece ho tatuata una zampa di volpe. Ti dico un segreto: a Napoli i tatuaggi aiutavano molto a quell’epoca perché per strada la gente ti vedeva e diceva “cumpà anche tu a Poggioreale...?” e ovviamente ti rispettavano».
Come si vive qui?
«Qui il sole arriva alle 14 e tramonta alle 16, bisogna essere temprati».
Un telefono uscito chissà da dove e zero elettricità, un bel po’ spartano come modo di vivere.
«Sono l’unico in tutta la valle che non ha elettricità perché l’elettricità è oltraggiosa, come le mail. Le leggo una volta ogni dieci giorni e mi vergogno a farlo».
E la luce?
«Usiamo le candele e le luci a gas fatte con bombole e globo di cristallo».
Dimmi delle tue giornate.
«Ho orari rigorosi, come tutti quelli che hanno una vita fuori dalle regole. La giornata poi segue i tempi degli animali».
Quanti sono?
«15 gallinelle, 30 tortore, 3 anatre, una tartaruga che ha più di 100 anni, due gatti e 21 cani. La prima cosa che faccio la mattina è dare il grano a tutti gli animali del cortile, poi facciamo un grande fuoco per cucinare gli avanzi. È una grande famiglia la nostra, non si pranza a ostriche e caviale, si fa una pasta e quella basta per tutti».
Dove stanno i tuoi cani?
«Dentro il muro di cinta che circonda la proprietà di questa dimora settecentesca attorno a cui sono fiorite mille leggende. Stanno molto bene, ho fatto il loro albero genealogico e ne ho contati oltre 350 in 38 anni che vivo qua. Amo i cani ma Nola è stata la mia ultima favorita, poi se n’è andata nei campi elisi, mi piace pensarla così la morte».
E Lulù, la tua anatra?
«Loulou mia cara... alla francese. La trovarono i cani a valle che era caduta in un cespuglio, l’amai subito».
Hai una nuova compagna?
«Una cipriota cresciuta a Londra, la mia salvezza. Ha 30 anni meno di me e fa la fotografa analogica. Lei ha un senso della parsimonia pazzesco, non butta via niente e coltiva un piccolo orticello con le verdure essenziali».
Tu invece?
«Io sono figlio di un contadino della Toscana che era in grado di citare Dante, Petrarca e i grandi della letteratura. Ma non ho mai avuto grossa familiarità con la terra.
Di che vi nutrite?
«Facciamo una spesa una volta a settimana in un posticino molto economico».
Hai detto che sei vegetariano.
«Non sempre. Confesso di avere qualche sardina sulla coscienza».
E i soldi per vivere?
«Faccio una mostra l’anno, gli dei mi proteggono».
Le famose miniature...
«Ritraggo cani e animali selvatici, falchi, volpi. Lavoro con foglia d’oro e d’argento su carta d’Amalfi».
Viaggi tanto?
«Ho perduto la voglia. Le persone viaggiano come forsennate alla ricerca della felicità ma io l’ho trovata in questo luogo e non voglio più separarmene».
Stalattiti sulla testa, il freddo che ti penetra nelle ossa e poi il silenzio, quello più profondo e ancestrale. Come si sopravvive?
«Il silenzio non mi ha mai fatto paura, da queste parti è sempre un silenzio vivo, l’acqua che scorre nel torrente, il verso delle galline, il canticchiare delle tortore, i cani che abbaiano. Dopo la morte di Vali, ho vissuto un lungo periodo da solo in cui facevo interessanti chiacchiere con me stesso».
Ma le medicine servono in un posto così?
«Tre anni fa fui costretto a fare un ciclo di antibiotico per un’infezione intestinale piuttosto seria, fu l’unica volta che presi una medicina e mi vergogno ancora a raccontarlo».
Hai mai pensato di fare un figlio?
«Perché prolungare la tragedia umana? Ho visto un solo film nella mia gioventù, tanti anni fa, “Vita di cani” di Charlie Chaplin. Alla fine i due innamorati si abbracciavano e aprivano la tendina della culla. Dentro sai chi c’era? Il cucciolo di un cane».