Il Messaggero, 23 gennaio 2017
Pym, il riscatto dell’incompresa
Il caso letterario legato al nome di Barbara Pym occupò le pagine culturali dei quotidiani del Regno Unito durante l’inverno del 1977, al termine dello spoglio dei voti di un referendum promosso dal Times Literary Supplement sul narratore più sottovalutato dell’intero Novecento britannico. Il maggior numero di consensi andò a una signora ultrasessantenne da tempo costretta al silenzio a causa dei rifiuti delle case editrici, indisponibili a proporre nuove opere. Da allora nel Regno Unito il nome di Barbara Pym, da molti ritenuta l’erede di Jane Austen, viene fatto ogni volta che si parla di clamorosi errori in campo editoriale. Una incapacità di giudizio che ha colpito autori di grande fama tra i quali vanno ricordati Melville, Conan Doyle, Garcia Marquez, Primo Levi e, di recente, J. K. Rowling. Nel 1977, ai giornalisti corsi a intervistarla nella sua casa nell’Oxfordshire, Pym spiegò che l’ultimo libro era apparso nel 1961, e che prima di quella data aveva pubblicato sei romanzi alternando il lavoro letterario con l’impiego in una associazione di antropologi. Le prove successive era state respinte, ma lei non aveva smesso di scrivere, accumulando inediti nel cassetto.
IL CLAMORE
Il clamore suscitato dal referendum le permise di venire accolta dalla prestigiosa Macmillan, ma purtroppo non riuscì a godersi a lungo la tardiva popolarità, poiché scomparve nel 1980 dopo l’uscita di altri quattro volumi premiati da ottimi risultati in termini di vendite. Da allora l’interesse per l’opera di Barbara Pym non è mai diminuito nei paesi di lingua inglese e sta crescendo anche in Italia grazie ad Astrea edizioni che ne stampa le opere. L’ultima in ordine di tempo a entrare in catalogo è Un po’ meno che angeli, uscito nel 1955 (pagine 290, euro 18), resoconto di piccoli intrighi nel polveroso universo degli antropologi che Pym conosceva perfettamente. A Londra, intanto, è apparsa di recente una biografia (Barbara Pym. A Passionate Force, Book Guide), la Bbc sta trasmettendo la riduzione radiofonica di Donne eccellenti (pubblicato nel 2012 sempre da Astrea) e la Barbara Pym Society organizza un convegno per la primavera mentre a marzo l’università di Harvard le dedica un seminario con anglisti di tutto il mondo.
LE TRAME
Nelle sue storie le trame contano poco, spesso si chiudono con un lieto fine incongruo, intriso di sarcasmo. Contano di più i singoli episodi, la qualità dell’osservazione da cui questi nascono. Sono poi immancabili le complesse organizzazioni dei pasti delle persone sole, gli imbarazzi delle eroine che non sanno mai cosa ordinare quando un uomo le invita al pub o cosa mettersi per una riunione un po’ diversa dall’ordinario. Sempre in equilibrio tra ironia e compassione, Pym ritrae la routine di signore o signorine che trovano nella cura del prossimo un antidoto per combattere il timore della solitudine. Con Jane Austen e Cechov, entrambi molto amati, la scrittrice, a giudizio di Hannah Rosefield che lo scorso autunno ha firmato un lungo articolo sul New York Times, ha in comune la ristrettezza del mondo ritratto nei romanzi che diventano la sintesi perfetta di ambiti ben più vasti, sottomessi all’ipocrisia delle convezioni. Come le sue protagoniste anche Pym fu un’esponente della middle class: nacque in provincia, da una famiglia che manteneva stretti rapporti con la chiesa del luogo, studiò a Oxford e quindi si trasferì a Londra.
Non si sposò mai, tuttavia, come attestano i diari usciti postumi a cura della sorella (A Very Private Eye, Macmillan), visse due o tre passioni per uomini che probabilmente si resero conto solo in parte (e quasi distrattamente) della loro intensità. Al pari di Jane Austen, mantenne una costante indifferenza per i grandi avvenimenti del proprio tempo. Se nella Austen non ci sono accenni alla rivoluzione industriale o alle guerre napoleoniche, nei libri della Pym è assente qualsiasi riferimento alle lotte femministe o alle trasformazioni della società britannica durante il secondo dopoguerra. Tutto, invece, ruota intorno a piccole tempeste in ambito domestico o sentimentale, una scelta che gli editori giudicarono di scarso interesse nel corso dei Sessanta, respingendo quei manoscritti che grazie al Times Literary Supplement avrebbero poi ottenuto un largo successo. Mrs C. è in biblioteca. – annotava sul diario dopo l’ennesimo rifiuto – Sta pranzando. Mangia un sandwich con coltello e forchetta, ha un bicchiere di latte a portata di mano. Perché questo tipo di cose non viene più considerato accettabile?
Il tempo ha dimostrato che i lettori non avevano perso interesse per le vicende che amava raccontare. Forse non va inserita nel ristretto elenco degli inglesi di primissimo piano. Tuttavia continua a incantare i lettori in virtù di un britannicissimo talento nel ritrarre con raffinata grazia solitarie signorine di mezza età sempre occupate a bere innumerevoli tazze di tè, a innamorarsi di antropologi poco disponibili al matrimonio o a organizzare feste di beneficenza nel cortile della parrocchia.