Varie, 23 gennaio 2017
I GRATTACIELI PIÙ ALTI DEL MONDO
Questo articolo è tratto da «la Lettura» #260 in edicola dal 20 al 26 novembre dove accompagna la Visual data sui cento grattacieli più alti del mondo curata da Valerio Pellegrini, visual designer specializzato in informazione
Sta diventando un testa a testa tra super tall, giganti del cielo, la gara tra Est e Ovest. Ed è già in bilico l’ultimo record stabilito con la torre Burj Khalifa di Dubai – progettata dallo studio Skidmore, Owings and Merrill di Chicago – alta 829 metri. Nella città degli Emirati sono da poco iniziati i lavori di un altro colosso, disegnato da Santiago Calatrava, destinato a superarla. Sempre che a batterlo sul tempo, con un anno di anticipo, non sia la candidata in pectore a conquistare il primato mondiale nel 2019: la Jeddah Tower in Arabia Saudita. La struttura, che si estende su una superficie di 530 mila metri quadrati e svetta per un chilometro dalla base all’antenna, porta la firma degli architetti Adrian Smith e Gordon Hill. L’opera, che conta tra i suoi maggiori finanziatori la Jeddah Economic Company e la società saudita Alinma Investment, potrebbe arrivare a costare oltre due miliardi di dollari. shadow carousel I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo I cento grattacieli più alti del mondoL?assalto dell?Oriente al cielo
Nella torre, dalla destinazione mista, troveranno spazio un hotel extra lusso (il Four Seasons), uffici, 439 appartamenti, condomini a cinque stelle e oltre 2 mila parcheggi. Da Guinness anche l’osservatorio che dovrebbe scalzare dal podio quello della Freedom Tower a New York: il punto panoramico, 30 metri di diametro, sorgerà al 157° piano, 55 livelli più su del rivale statunitense.
In equilibrio tra tecnologia e sostenibilità, con il suo slancio verticale leggermente asimmetrico l’edificio ricorda un fascio di foglie: un’esplosione di vita foriera di crescita, simile alle piante del deserto che si sviluppano dal terreno come un unicum per poi separarsi alla sommità. La base dalla forma a tre petali è l’ideale per i moduli residenziali, mentre le ali affusolate dal profilo aerodinamico contribuiscono a ridurre il sovraccarico dovuto ai vortici ventosi. Gli stessi accorgimenti sono stati adottati sulle pareti esterne, per minimizzare il consumo energetico e limitare l’impatto termico.
Tra le imprese più ambiziose, il sofisticato sistema di 59 ascensori, cinque dei quali a due piani: quelli diretti all’osservatorio viaggeranno a una media di 10 metri al secondo.
A far slittare la chiusura dei lavori di circa un anno sono stati problemi finanziari riconducibili in massima parte all’appaltatore, il Saudi Binladin Group. La multinazionale si è trovata in difficoltà a causa di un grave incidente: il collasso di una gru alla Grande moschea della Mecca che ha ucciso 107 persone. Il cantiere si è sbloccato grazie a un prestito bancario che ha assicurato il flusso di denaro indispensabile per riguadagnare tempo. E costruire al ritmo di un piano ogni cinque giorni. 23 novembre 2016 (modifica il 23 novembre 2016 | 20:51)
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Fonte: Cecilia Attanasio Ghezzi, La Stampa 13/1/2017
Testo Frammento
84 GRATTACIELI IN UN ANNO: IL RECORD DELLA CINA –
Per il nono anno di fila, la Repubblica popolare cinese detiene il primato per il numero di grattacieli costruiti. Sono i dati del Consiglio per gli alti edifici e per gli habitat urbani statunitense. Nel 2016 in Cina sono stati ultimati 84 dei 128 palazzi che superano i 200 metri di altezza costruiti in tutto il mondo. Per farsi un’idea, il suo record è seguito dagli appena sette grattacieli portati a termine negli Stati Uniti e dai sei in Corea del Sud. E già nel 2015 ne aveva completati 68. Altro record.
Nella metropoli meridionale di Shenzhen, proprio di fronte l’ex colonia britannica di Hong Kong, il centro finanziario Ping An con i suoi 599 metri di altezza diventerà quest’anno il secondo palazzo più alto del Paese. Appena dietro lo Shanghai Tower, a sua volta al secondo posto della classifica mondiale. Ma i primati sono soprattutto sulla quantità. Shenzhen quest’anno ha visto ultimare 11 grattacieli, un numero pari a quello di Stati Uniti e Qatar messi insieme. È seguita dalla megalapoli della Cina centrale di Chongqing e da quella della Cina meridionale di Guangzhou, che noi siamo abituati a chiamare Canton. Con la costruzione ultimata di sei grattacieli ciascuna, le due metropoli da sole fanno concorrenza a paesi come la Corea del Sud. Ormai la Cina ha 490 grattacieli contro i 176 degli Stati Uniti e gli 89 degli Emirati Arabi.
Ma c’è un’altra caratteristica tutta cinese. I cantieri stanno procedendo nonostante il rallentamento economico e la crisi immobiliare. Ogni trimestre viene affittato il 25 per cento in meno degli spazi uso ufficio costruiti. La già citata Shanghai Tower è riuscita ad affittare appena il 60 per cento dei suoi spazi. Il punto che gli sviluppatori immobiliari cercano di ricavare il più possibile dalla costruzione degli edifici aumentando gli spazi che possono essere dati in affitto ma soprattutto che i governi locali hanno tutto l’interesse a vederli sorgere come funghi: i nuovi skyline cittadini sono di fatto la misura più immediata e tangibile del progresso economico raggiunto. Anche se spesso si tratta solo di apparenza. Anzi.
Nel 1999 l’economista Andrew Lawrence, sviluppò quello che poi sarebbe passato alla storia come l’«indice dei grattacieli». Di fatto potrebbe trattarsi di coincidenze, ma è curiosa l’analogia che vede l’economie in esplosione annunciare il più alto dei grattacieli per poi implodere al completamento dello stesso. È successo nella New York di inizio Novecento, quando lo svelamento del Singer Building e della Metropolitan Life Tower è coinciso con la crisi del 1907 e con l’Empire State Building che venne inaugurato nel ’31, l’anno della grande depressione. È successo in Malesia con le torri Petronas che si sono conquistate il primato nel 1996, poco prima della crisi finanziaria asiatica e con il Burj Khalifa di Dubai che ha aperto nel 2010 nel pieno di una crisi finanziaria locale e globale. E forse non è un caso che nel 2015, proprio il giorno dell’inaugurazione della Shanghai Tower, il grattacielo più alto della Cina, le borse hanno registrato quel crollo del 7 per cento che portò alla chiusura dei mercati locali per le successive 24 ore. Staremo a vedere.
***Fonte: Aurelio Magistà, Affari & Finanza 9/1/2017
Testo Frammento
DALLA NUVOLA DI FUKSAS ALLE TORRI DI PIANO: SUCCESSI E AFFARI DELLE GRANDI ARCHISTAR –
U na manciata di spiccioli e una montagna di polemiche. Questo è più o meno quello che ha prodotto La Nuvola di Massimiliano Fuksas. Fulcro del progetto del Nuovo centro congressi all’Eur di Roma, costata circa 240 milioni, ha rischiato di restare incompiuta. Poi Renzi l’ha fortemente voluta malgrado i tanti avversari. Come sempre, le grandi opere in Italia diventano guerre di religione: basta ricordare quelle ricorrenti legate all’ipotesi del ponte sullo Stretto di Messina. Ma nel mondo le cose vanno un po’ diversamente, ed è una buona notizia. Le costruzioni infatti continueranno a fare il loro dovere: trainare l’economia mondiale nei prossimi anni, come confermano diversi e autorevoli studi.
A rappresentare gli esempi di punta del settore saranno progetti nel segno del binomio grandi opere & grandi architetti. O, quanto meno, grandi studi di architettura. Come quelli che guidano la classifica da poco uscita della rivista Building Design, il ranking dei primi cento studi al mondo guidato da due atelier californiani: l’Aecom di Los Angeles, 1.370 architetti, e il Gensler di San Francisco, 1.346 architetti. Vere e proprie multinazionali della progettazione con fatturati di centinaia di milioni di dollari nei principali Paesi. Certo, anche l’architettura si è da tempo arresa al fenomeno delle grandi firme, archistar la cui griffe va a impreziosire imponenti programmi di sviluppo edilizio. Per esempio l’aeroporto
di Pechino, un complesso piano infrastrutturale la cui prima parte è stata completata nel 2008 ma che si concluderà solo nel 2025: il terminal 1 è stato firmato da Zaha Hadid, la progettista inglese di origine irachena scomparsa a marzo. Ma vediamo meglio le previsioni. Il report Global Construction 2030, elaborato da Oxford Economics e Global Construction Prespectives, prevede che nei prossimi 13 anni le costruzioni nel mondo cresceranno del 58% raggiungendo un valore di 15,5 trilioni di dollari nel 2030. Una crescita annuale del 3,9%, superiore di un punto a quella prevista per il pil mondiale. E guidata da tre Paesi, Stati Uniti, Cina e India, che da soli svilupperanno il 57% della crescita totale. Gli Usa saranno primi, con un ritmo del 5 per cento annuo, mentre la Cina pur restando fra i leader rallenterà, come era inevitabile, considerato che nel triennio 2010-2012 ha costruito più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti in oltre un secolo, dal 1900 al 2013. Fra i primi tre, il fenomeno emergente è quello dell’India, che secondo le previsioni del report già nel 2021 sorpasserà l’attuale terzo in classifica, il Giappone, per assecondare un boom demografico che fino al 2030 conteggerà una popolazione di 165 milioni di persone in più. Altri Paesi dalla crescita importante saranno: in Medio Oriente, Arabia Saudita e Qatar, in Asia l’Indonesia, e poi le nazioni dell’Africa subsahariana, in particolare la Nigeria. Negative le stime per l’ex emergente Brasile, con un’ipotesi di crescita media annua fino al 2030 dell’1 per cento scarso. Attualmente un’ipotetica classifica mondiale delle grandi opere vedrebbe ai primi posti alcuni progetti in Medio Oriente, per esempio l’aeroporto Al Maktoum di Dubai, che quando sarà completato nel 2018 si estenderà per oltre 22 miglia quadrate, o il “padre” di tutti i parchi giochi, sempre a Dubai: il divertimentificio, previsto per il 2025, quando sarà finito, con i suoi 278 chilometri quadrati potrebbe contenere senza problemi tre Disneyland World. O ancora Jubail II, la grande città industriale dell’Arabia Saudita che dovrebbe essere ultimata entro il 2024. I costi non sono ancora esattamente calcolabili, ma per le sole infrastrutture si spenderanno circa 80 miliardi di dollari. In Cina si stanno invece concentrando sul problema dell’acqua: il cinquanta per cento della popolazione che vive nel nord del Paese ha solo il 20 per cento delle risorse idriche e quindi nei prossimi anni si lavorerà soprattutto a dighe e canali, in particolare i tre che con percorsi complessivamente pari a più di seicento miglia faranno arrivare a nord l’acqua dei grandi fiumi grazie a lavori che dovrebbero durare quasi cinquanta anni. In Europa, dove si prevede che per tornare ai livelli pre-crisi si dovrà aspettare il 2025, Brexit permettendo il Paese trainante resterà l’Inghilterra, in cui al momento l’opera più importante è l’estensione della metropolitana: il Crossrail si svilupperà per un centinaio di chilometri. Prossime fasi di ultimazione: il tratto della Elizabeth Lane da Liverpool Street a Shenfield verrà inaugurato a maggio prossimo; gli altri fra il 2018 e il 2020. In tanto fermento, di cui quelli citati non sono che alcuni macroscopici esempi, gli studi italiani o quelli stranieri con una sede e un fatturato italiano non sono certo protagonisti. Il fatturato dello studio di Renzo Piano Rpbw, primo classificato secondo il ranking della società milanese Guamari, è di 12,8 milioni di euro. Cifre relativamente piccole che risentono facilmente dell’arrivo o della scomparsa di importanti incarichi. Anche così si spiegano i forti incrementi del secondo e terzo in classifica, One Works, +81,6 per cento con 12,3 milioni di euro, e Lombardini22, +72,2 per cento con 9 milioni di euro. Da sottolineare la performance di Antonio Citterio che con Patricia Viel fattura 8,6 milioni di euro con la società dedicata agli interni, e 8 con quella di architettura, per un totale che vedrebbe il team al primo posto. Abbiamo contattato alcuni dei protagonisti dei grandi progetti dei prossimi anni per capire quali sono i lavori più interessanti e quali interventi ritengono prioritari per migliorare davvero la qualità della vita. Antonio Citterio indica i grattacieli residenziali su cui sta lavorando in Thailandia e Taiwan, mentre tra i progetti più qualificanti in tutto il mondo, in corso o recenti sceglie l’High Line di New York che ha trasformato in parco la ferrovia soprelevata in disuso, il Neues Museum di Berlino, il Rolex Learning Center di Losanna e l’Elbphilarmonie, la concert hall progettata da Herzog & de Meuron a Losanna. Tra i progetti utili alla qualità della vita, oltre a infrastrutture e strutture educative, indica il «flexibile affordable housing, una tipologia abitativa innovative, configurata sui nuovi bisogni ma anche flessibile e adattabile, comunque dimensionata per rispondere alle necessità delle nuove generazioni e, naturalmente, il riuso delle strutture esistenti». Daniel Libeskind tra le proprie opere sottolinea il «Kurdistan Museum a Erbil, in Iraq, che diventerà la più grande istituzione del mondo per presentare la cultura e l’identità curda. I Paesi chiave per le costruzioni continueranno a essere India e Cina, anche se la Cina dovrà migliorare le best pratices e gli standard per la sostenibilità. A questi due aggiungerei l’Africa. In ogni caso, ciò che può migliorare la qualità della vita nelle nostre città sono lo spazio pubblico e l’attenzione alla densità abitativa». Massimiliano a Doriana Fuksas ovviamente scelgono il Nuovo centro congressi, «il più grande progetto degli ultimi cinquant’anni a Roma», ma aggiungono «il Peres Center of Peace in Israele e la riqualificazione del Beverly Center di Los Angeles con un investimento di 500 milioni di dollari. Tra i Paesi più strategici indicano «l’Iran, che si sta aprendo al mondo, come altri in Oriente, ma soprattutto l’Africa». Sulla qualità della vita Fuksas ha una pazza idea: «progettare una città con pochissime macchine, dove la gente si incontri, convivano tutela e rispetto del territorio, sostenibilità e cultura. Una città che offra stimoli, passioni, sentimenti, con più etica e meno estetica». Lo studio Zaha Hadid Architects che continua a essere molto attivo anche dopo la scomparsa della fondatrice, tra i punti strategici per le grandi opere del futuro, alla sostenibilità aggiunge la capacità di «ridurre le disparità sociali con una progettazione che sia inclusiva, grazie anche a una tecnica delle costruzioni meno costosa, che consenta anche a chi non è ricco di avere una casa propria. In questo le nuove tecnologie di progettazione sono importanti alleate perché permettono di avere edifici ad alte prestazioni, con spazi e forme ripensati sulle nuove esigenze, a costi più accessibili».
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• finita l’era dei grattacieli? Siamo tutti ancora sotto l’impressione dell’assalto kamikaze alle Twin Towers e avremmo dunque voglia di dire: sì, è finita. Eppure, eppure...L’attentato di New York è arrivato nel momento in cui il grattacielo sembrava la soluzione perfetta a due questioni planetarie. Prima questione: siamo più di sette miliardi e tendiamo a concentrarci nelle città. Un fenomeno che si chiama”urbanesimo” (dal latino urbs): lasciare la campagna per andare a vivere in una metropoli. Nel 2005, per la prima volta nella storia del pianeta, ci saranno più abitanti nei centri urbani che nelle campagne. Perciò svilupparsi verso il cielo sembra (o sembrava prima dell’11 settembre) quasi una soluzione obbligata. Seconda questione: svilupparsi in orizzontale, con i soliti palazzi, palazzine o villette, costa moltissimo in termini di trasporto e ancora di più in termini di energia, come si è visto anche di recente in California. Il grattacielo fa viaggiare interi popoli in ascensore e fornisce senza problemi luce, riscaldamento e aria condizionata. Questo sembra indiscutibile e, fino alle Twin Towers, risultava privo di obiezioni. Certo ci sono gli ostacoli tecnologici. Per quanto ci si può sviluppare in altezza? Ottocento metri? Mille metri? E che cosa significa, alla fine, costruire edifici di proporzioni simili, capaci di ospitare cento-duecentomila persone?
• La faccenda si capisce meglio facendo un po’ di storia. Il punto di partenza è il 1852, anno di invenzione dell’ascensore. Prima del 1852 esisteva un sistema di montacarichi a base di corde e pulegge, alimentato da un motore a vapore. Alleviava la fatica di salire, ma le corde si rompevano spesso, e così si mandavano su solamente oggetti. Poiché bisognava per forza far le scale a piedi, difficilmente un palazzo andava oltre i cinque piani. Anche le insulae romane, antenate della moderna edilizia popolare, si fermavano a quei livelli. Perciò anticamente i”quartieri alti” erano i meno pregiati, quelli destinati alla servitù e ai poveri. Poi Elisha Otis inventò l’ascensore, semplicemente applicando al vecchio montacarichi un freno di sicurezza capace di ancorare la piattaforma alle sue guide. Era la seconda metà dell’Ottocento, il costo del terreno edificabile saliva in continuazione e un nuovo boom industriale richiamava gente nelle città. C’erano cioè le condizioni generali classiche (le stesse di ora) per lo sviluppo verticale degli edifici. Restava il problema tecnico, perché far stare in piedi un affare da trenta piani (o da cento) non è come far stare in piedi una casa da cinque. Il problema tecnico ha un nome: calcestruzzo.
• Il calcestruzzo veniva adoperato già dai romani. Si ottiene legando materiali inerti – come sabbia, ghiaia o pietra – con cemento, o calce idraulica, e acqua. Colando poi in forme adatte il calcestruzzo attorno a tondini di ferro si ottengono le travi e i piloni di cemento armato, basi della moderna edilizia abitativa. Vantaggi: buona resistenza alla trazione e alla compressione, accettabile resistenza alla flessione. Svantaggi: il calcestruzzo è piuttosto caro. Soluzione normale: adoperare il calcestruzzo solo per l’ossatura, e negli spazi tra travi e piloni, che non devono resistere alla compressione, disporre muri di mattoni, di solito forati (sono forati anche i larghi elementi in laterizio che si appoggiano sui travi per costruire le solette tra i piani). Senonché se il cemento armato viene utilizzato per edifici oltre i trenta piani, l’intera struttura si fa troppo pesante. E se si cerca di sostenerla con fondamenta adeguate, si rischiano danni imprevedibili sia alle falde acquifere che alle strutture sotterranee realizzate dall’uomo: ferrovie metropolitane, fogne, cunicoli per la distribuzione del gas e dell’energia elettrica. Il massimo di un edificio in muratura, dunque, è compreso tra i 65 e gli 80 metri. Troppo poco, per un Paese in grande espansione quale erano gli Stati Uniti di fine ’800.
• Ma è una regola non scritta della civiltà che quando l’economia pone una domanda, subito la tecnologia trova una risposta. Così, nel 1883 fu inventata a Chicago la struttura a gabbia d’acciaio, anima dei moderni grattacieli. Il primo esemplare fu la torre di dieci piani della Chicago Home Insurance, purtroppo demolita nel 1927. La finanziarono le assicurazioni e la cosa ha un sapore amarognolo: il disastro delle Torri Gemelle rischia adesso di proiettare proprio il mondo delle assicurazioni nella più acuta crisi di tutti i tempi, per la somma astronomica degli indennizzi che dovrano essere pagati. Ma quale fu il trucco adottato dagli architetti di quella torre, identificati da allora nell’espressione”Scuola di Chicago”? Molto semplicemente: per sostenere il peso misero al posto del cemento armato l’intera intelaiatura in ferro. Le putrelle vennero collocate una sull’altra da gru e paranchi e via via imbullonate in modo che stessero ben ferme. Su una struttura così il rivestimento può poi essere completato con materiali leggerissimi, come il vetro e l’alluminio, che dànno ai grattacieli quel caratteristico aspetto scintillante. Per descrivere il montaggio di questo castello risplendente di vetro è stata usata l’immagine dell’apertura di un cannocchiale. E a cannocchiale si sono infatti richiuse su se stesse le Twin Towers, sotto la duplice botta.
• Per esigenze di prestigio nacque poi l’Empire State Building, che coi suoi 381 metri fu il più alto palazzo del mondo dal 1931 al 1947. Più precisamente, fu una risposta della General Motors all’altro colosso automobilistico della Chrysler, che nel 1926 aveva voluto dotarsi di una nuova sede che trasferisse da Chicago a New York il primato mondiale dei grattacieli. Commissionato direttamente dal magnate Walter Chrysler al progettista William Van Alen, alto 319,43 metri, con la caratteristica guglia a dischi raggiati che ne fa uno dei più classici esempi di art déco, il Chrysler Building fu inaugurato nel 1930, dopo appena quattro anni di lavoro. Ma già nell’ottobre 1929 John Jacob Raskob, creatore dell’altro colosso automobilistico della General Motors, aveva fatto partire i lavori per l’Empire State Building. Anch’esso in puro stile déco, costruito nel tempo record di 13 mesi, fu inaugurato il primo maggio 1931. Si era in piena crisi economica (siamo nel ’29...) e l’Empire, come i newyorkesi lo chiamano familiarmente, fu all’inizio un cattivo affare per i suoi costruttori. Nei suoi 102 piani, infatti, solo il 25% dei locali fu affittato, e nei primi tempi i newyorkesi lo considerarono soprattutto un belvedere: per ricavarne qualcosa lo si apriva infatti alle comitive di turisti, al prezzo di un biglietto.
• Fu solo con il New Deal rooseveltiano, a partire dal 1933, che il gigante iniziò a trasformarsi nel formidabile centro di attività commerciali, finanziarie e culturali che è tutt’ora, con il 99% dello spazio occupato. Ma ormai la fama di attrattiva turistica si era affermata e il servizio di visite a pagamento (67 ascensori, due milioni di visitatori l’anno e la famosa terrazza al 102° piano, da cui si vede Manhattan per una panoramica di 80 miglia) rimase. Alto in origine 381 metri (bisognava polverizzare il record del Chrysler Palace), l’Empire fu il grattacielo più grande del mondo fino al 1947, quando vennero su i 443 metri della Sears Tower di Chicago. Ma poi l’Empire tornò primo nel 1950, grazie all’aggiunta di un’antenna televisiva da 67 metri, che portava l’altezza totale a 448 metri. E restò primo fino al 1971, per un totale di 40 anni, con un solo intervallo di tre. Dopo l’Empire, venne il primato delle Torri Gemelle (Twin Towers) del World Trade Center di New York, il colosso abbattuto di cui tutti i giornali, nei giorni della tragedia, hanno snocciolato le faraoniche coordinate e la spettacolare storia. L’idea, nel 1966, era venuta alla Port Authority of New York and New Jersey, con l’obiettivo di attrarre la grande impresa nel settore sud di Manhattan (Downtown) all’epoca piuttosto depresso rispetto all’area centrale dell’isola (la Midtwon), tant’è vero che il cantiere fu aperto in un’area dismessa di sei ettari e mezzo in riva al fiume Hudson, candidata a degradare in slum.
• Curiosamente, come tra la progettazione e l’inaugurazione dell’Empire c’era stata di mezzo la grande crisi del ’29, anche tra la partenza e l’arrivo dell’operazione Twin Towers venne una grande crisi. E fu quella determinata dall’aumento dei prezzi del petrolio dopo la Guerra del Kippur. Come l’Empire, anche le Twin Towers decisero di far fronte al problema degli appartamenti sfitti con i biglietti d’ingresso per turisti, (80.000 al giorno: l’ascensore li portava in 58 secondi al 107esimo piano sud dove c’era la mostra del commercio o al 107simo piano nord dove c’era il ristorante Windows on the World,”Finestre sul Mondo”, oppure, con qualche secondo in più, al centodecimo, la spettacolare piattaforma panoramica all’aperto, da evitare però nei giorni di vento...). Il piccolo Guinness del doppio edificio che non è più ci ricorda anche che erano 50.000 le persone quotidianamente al lavoro nelle sue viscere, impiegate in oltre 500 società, tra organizzazioni internazionali, banche, agenzie assicurative, ditte immobiliari, imprese di spedizioni, istituti scientifici. E nel piano sotterraneo, quello colpito nel 1993 da un altro attentato, c’erano una stazione della metropolitana e una galleria commerciale con 70 negozi. Ben 100 erano gli ascensori al servizio di questa intera città in doppia verticale, illuminata da 43.000 finestre. Il progetto degli architetti Minoru Yamasaki ed Emory Roth aveva richiesto oltre 180.000 tonnellate di acciaio e 4.800 chilometri di cavi elettrici. All’incrocio tra Church Vesey, West e Liberty Street il complesso era innalzato su una duplice pianta quadrata di 63 metri di lato, con fondamenta che penetravano per 21 metri di profondità nella roccia di lavagna.
• Memore di un incidente capitato all’Empire nel 1945 (per un errore di rotta provocato dalla nebbia un bombardiere Mitchell B-25 era andato a schiantarsi sul 79simo piano, provocando 14 morti) l’architetto Yamasaki aveva studiato la struttura delle Twin Towers in modo da farle sopravvivere «all’impatto di un jet». Per la precisione, di quello che all’epoca era il più grande aereo esistente: il 707 Intercontinental. Il 26 febbraio 1993 quella struttura anti-aerea si rivelò, imprevedibilmente, anche estremamente efficace contro gli incendi. Quella volta, i terroristi tentarono di far saltare le colonne di sostegno lungo un muro perimetrale della Torre 2, per farla cadere sull’altra e distruggerle entrambe. E effettivamente l’esplosione, oltre a uccidere sei persone e a ferirne oltre un migliaio, riuscì a causare danni per diversi milioni di dollari. Ma le torri si comportarono come grosse ciminiere, risucchiando l’aria mossa alla base delle torri dalle esplosioni e spingendola verso la cima, per espellerla. Nei 110 piani oltre 50.000 persone rimasero intrappolate nell’oscurità assoluta, mentre i sistemi di emergenza entravano in tilt, il fumo invadeva tutto e la mancanza d’aria spingeva molti a rompere i vetri delle finestre. Ma lo scheletro d’acciaio riuscì ad assorbire la forza distruttiva della bomba, distribuendone l’onda d’urto lungo l’intera colonna. E le colonne di cemento rinforzato, costruite per assicurare rigidità alla torre, fecero da sfiatatoi per il fuoco e il fumo, fino a quando i pompieri non riuscirono a farlo uscire spaccando le vetrate dei vetri inferiori e tagliando le prese d’aria sul tetto della torre. Qui ci sarebbe da fare un discorso sulla comunicazione di massa: la stampa si dimenticò subito dell’attentato (che preparava quello di adesso) perché era in corso l’affare O.J. Simpson, molto più spettacolare e attraente per l’opinione pubblica.
• Le Torri Gemelle di New York, comunque, non erano già più il palazzo più alto del mondo. Dopo 27 anni di primato, le avevano infatti sopravanzate le Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur in Malaysia, Torri Gemelle intitolate alla compagnia petrolifera dello Stato malese. Questa clamorosa prova di prestigio da parte di una tigre dell’Asia Orientale è stata realizzata dall’argentino Cesar Pelli, che ha usato cemento armato per la parte centrale e per le colonne perimetrali; 26.000 tonnellate di acciaio per le gabbie, il pinnacolo e l’acrobatico ponte che unisce le due torri a 170 metri di altezza; e, ovviamente, un mare di vetri per le oltre 32.000 finestre, indispensabile fonte di aerazione nel clima tropicale. Inaugurate nel 1998, servite da 10 ascensori verticali e da 29 trenini orizzontali per ogni torre, costate 1,2 miliardi di dollari (2.500 mila miliardi di lire circa), con la struttura a fuso e il disegno a stella a otto punte che dovrebbe simbolizzare «tipici valori islamici come l’unità, l’armonia, la stabilità e la razionalità», le Petronas hanno pure i motivi decorativi dell’ingresso ispirati all’artigianato tradizionale malese, e locali appositi per permettere agli impiegati di pregare comodamente verso la Mecca. Insomma, una sintesi tra avvenirismo tecnologico e tradizione, espressamente voluta dal primo ministro, l’ambizioso Mahatir Mohamad, «per mettere Kuala Lumpur sulla mappa del mondo», come ha avuto occasione di dire. Se non altro, è riuscito a far diventare le due torri malesi lo scenario di un kolossal hollywoodiano del 1999: Entrapment, con Sean Connery e Catherine Zeta-Jones.
• Anche nel sistema a scheletro di acciaio, però, oltre i 400 metri di altezza la necessità di elementi strutturali sarebbe tale da ridurre la superficie effettivamente disponibile a proporzioni inferiori al 30%. E sopra ai 500 metri, poi, la costruzione sarebbe antieconomica perfino in città sovraffollate come Hong Kong. A partire da una certa altezza, tutti i piani inferiori dovrebbero infatti essere occupati da colonne di struttura, condotte di aria condizionata e ascensori. L’edificio oscillerebbe pericolosamente, per via del vento e dei movimenti sismici (che ci sono sempre anche se noi li avvertiamo solo da una certa intensità in poi). E climatizzarlo con mezzi artificiali sarebbe poi impossibile. Insomma il numero dei movimenti orizzontali e verticali sarebbe tale da far collassare tutta la struttura. In effetti, già negli anni Cinquanta il grande guru dell’architettura contemporanea Frank Lloyd Wright aveva disegnato una Torre di un Miglio, alta 1610 metri e percorsa in ogni dove da ascensori azionati da energia nucleare. Per la mancanza di tecniche e materiali adeguati quello schizzo era stato giudicato un semplice sogno.
• possibile un salto tecnologico che permetta di sostituire qualcos’altro al sistema dello scheletro metallico, allo stesso modo in cui lo scheletro metallico ha permesso di andare oltre il cemento armato? Su questo nodo si confrontano due scuole. La prima punta su nuovi materiali super-resistenti che offrano una relativa convenienza. Ad esempio, poiché in presenza del vento l’acciaio è troppo elastico, si stanno studiando nuovi calcestruzzi capaci di resistere a una spinta superiore alla tonnellata per centimetro quadrato, contro i tre quintali dei cementi tradizionali. E un altro percorso ancora potrebbe essere addirittura il ritorno al bitume, che all’alba della storia fu il segreto architettonico di quegli antenati dei grattacieli che furono le ziggurat babilonesi, a loro volta all’origine del mito della Torre di Babele. Ma una soluzione ancora più radicale che si sta prospettando sarebbe quella di sostituire il cemento con i fullereni: molecole di carbonio a forma di cupola geodesica, più resistenti dell’acciaio e più leggere del titanio. proprio su questi materiali, anzi, che la giapponese Taisei Corporation stava studiando una meraviglia da fantascienza: una piramide chiamata X-see e alta ben quattromila metri. Un intero Monte Bianco artificiale, e abitabile. La seconda scuola, non necessariamente in alternativa alla prima, è invece quella dello studio progettistico sulle forme. Strutture prive di spigoli, orientate verso i venti e spesso intervallate da spazi per ridurre la spinta degli elementi. Leslie Robertson, ingegnere strutturale, dice addirittura che ci sarebbe già la tecnologia per costruire «una torre fino alla luna», con poche formule matematiche. Il problema sarebbe solo nei fondi. Secondo Robertson, la chiave è nel rapporto base-altezza da mantenere su una proporzione tra 6 e 8. Per un grattacielo di 600 metri, dunque, ci vorrebbe una base di 90 metri, e per uno di mille metri una base di 140.
• Il progettista italiano Vittorio Camerini, proprio perché convinto della necessità di sviluppare le future città «in verticale e non più in orizzontale» ha ideato quello che dovrebbe diventare il grattacielo più alto d’Italia: la Torre Monrif, 310 metri e 70 piani, che dovrebbe sorgere a Milano presso la Stazione Garibaldi. La sua tesi è che nuove sagome, allo studio nelle gallerie del vento, sarebbero necessarie per affrontare il problema delle oscillazioni di 3-4 metri che si iniziano a verificare a partire da una certa altezza. Un grattacielo dalle forme uniformi produce infatti più facilmente vortici d’aria, che aumentano le oscillazioni e producono una sorta di risonanza in grado di minare la struttura dell’edificio, quando il vento aumenta di potenza. In futuro, quindi, non dovremmo veder più quel panorama di torri regolari che dall’esperienza della New York di inizio secolo era stato ripreso da Fritz Lang nel suo celebre film Metropolis, come emblema dei giorni a venire. probabile, al contrario, che il nostro orizzonte urbano sia presto costituito da un assortimento di forme bizzarre.
• Un limite da tenere presente è che comunque gli ascensori non potrebbero mai viaggiare a una velocità superiore ai 36 chilometri l’ora. Per problemi fisiologici, infatti, l’orecchio non si adatta che lentamente ai cambiamenti di pressione. E l’ascensore, lo abbiamo ricordato, resta il vero motore del grattacielo. Alcuni economisti sostengono anzi che la crisi degli alloggi sovietica – uno dei più potenti deflagratori di tutto il sistema – fu provocata da una scelta sbagliata dei pianificatori che, investendo in altri settori giudicati più strategici piuttosto che in un’industria nazionale degli ascensori, avrebbe reso impossibile il ricorso ai grattacieli su vasta scala. Sono tutti progetti o ambizioni che adesso vanno messi al condizionale o al passato: dopo la tragedia delle Twin Towers nulla potrà più essere come prima. D’altra parte, i grattacieli hanno mostrato una particolare predisposizione per gli eventi disatrosi e luttuosi: non solo il già ricordato aereo che nel ’45 finì addosso all’Empire e i due attentati alle Twin Towers del 1993, ma anche i roghi della Northwest Tower (Londra, 1996), di Nathan Road (Hong Kong, 1996), Bangkok e Giacarta (1997), della torre Ostiankino di Mosca (l’anno scorso).
• Per non parlare dei terremoti: è dimostrato che quando la terra si muove i grattacieli perdono il proprio centro di gravità, la cima dell’edificio tende a restare indietro rispetto alla base e le colonne portanti vengono sottoposte a un forte stress. In casi estremi le strutture portanti finiscono per curvarsi, con danno irreparabile. In casi ancora più estremi il vertice della costruzione può venire spinto lontano dalla verticale del suo centro di gravità, spezzando così il palazzo. La soluzione ideale, per questa parte del problema, sarebbe quella di non costruire in zone sismiche. Ma alcune di queste aree sono proprio quelle dove il costo del terreno edilizio è più caro. Un paliativo, in questi casi, è nel rafforzare le fondamenta. A Nagoya, a soli 200 Km in linea d’aria da Kobe, il progetto delle JR Central Towers prevedeva un grattacielo di 243,84 metri proprio sopra la locale stazione ferroviaria, dove passa un milione e mezzo di persone al giorno. L’architetto Paul Katz vi ha dunque fatto scavare una caverna sotterranea con l’idea di ancorare il palazzo mediante fasci di acciaio rinforzato di 40 metri, affondati nella roccia per metà della loro lunghezza e poi avvolti in piloni di cemento rivestiti da una gabbia d’acciaio. La caverna sarebbe poi colmata da uno strato di cemento di cinque metri e mezzo. Queste sarebbero le cosidette”fondamenta a tappeto volante”. Anche la base delle Petronas Towers è stata rinforzata con 70 tonnellate di cemento: la più grande colata singola mai realizzata al mondo. Ma i progettisti più aggiornati ritengono ormai che neanche con questi rinforzi le gabbie siano del tutto affidabili. Oggi ci si affida dunque a smorzatori installati nelle travi diagonali della struttura, valvole idrauliche poste all’interno di barre di rinforzo piazzate diagonalmente attraverso le cornici di acciaio, che assorbono una parte dell’energia mentre le barre si allungano o accorciano a seconda delle forze in gioco: fino al triplo, rispetto a un palazzo che ne è privo.
• Tutto questo prima delle Twin Towers e dei dubbi e paure che ne conseguono su tutto il pianeta. Dubbi e paure che si fondano su un sentimento ancestrale per spiegare il quale si potrebbe ricordare addirittura il racconto della Genesi e il mito terribile della Torre di Babele e del caos universale inflitto all’umanità troppo superba. Dice, citando le leggi di Peter, il”caosologo” Jeff Goldblum in Jurassic Park: «Se c’è qualcosa che può andar male, andrà male». Proprio perché i grandi sistemi più sono grandi e più diventano di una complessità che rende difficile prevedere tutte le evenienze. E cosa ci può essere di più complesso di una doppia torre che pretende di contenere dentro di sé l’intera popolazione di una città? Complesso e vulnerabile... Eppure c’è chi continua a scommettere sul futuro dei grattacieli. Ad esempio Massimiliano Fuksas, uno dei più noti architetti italiani. «In futuro bisognerà certo valutare nei progetti dei grattacieli anche la variabile dei possibili attacchi terroristi. Ma è davvero impossibile rinunciare a costruire edifici così elevati. Con l’impressionante sviluppo delle megalopoli, da Mexico City a Shangai, non c’è altro modo per preservare il territorio, che è patrimonio altrettanto vitale. E poi è nel dna dell’uomo misurarsi con il cielo. Le cattedrali medievali nascono in fondo dallo stesso azzardo. Molte sono crollate, buttate giù da guerre e terremoti, o divorate dal fuoco. Ma le abbiamo sempre ricostruite».
• Qual è davvero il grattacielo più alto di tutti? Le Petronas Twin Towers vincono se si tiene conto del solo edificio, ma considerando anche l’antenna televisiva al primo posto va messa la Torre Ostiankino di Mosca (540 metri). Gli intenditori però sostengono che il palazzo propriamente detto è in questo caso troppo basso (337 metri) e che dunque la Ostiankino non va neanche presa in considerazione. Piuttosto c’è la Sears Tower di Chicago: costruita nel 1947, fu per tre anni – con i suoi 443 metri – il grattacielo più alto del mondo. Ancora adesso ha due primati: quello del tetto, posto a 441 metri, e quello del più alto piano abitato, a 436. Le Petronas, infatti, realizzano il loro record grazie a 34 metri di guglia decorativa che si innalza a spirale sugli 88 piani abitati. Nel planisfero qui sopra si vedono i più importanti grattacieli del mondo: quelli esistenti e quelli progettati. I progetti sono segnati con un asterisco. Il più ambizioso è il World Centre for Vedic Learning di San Paolo del Brasile, che ha già ottenuto tutte le autorizzazioni. Se sorgerà davvero, sarà alto 677 metri.
• La Torre Bionica, ovvero un grattacielo alto un chilometro e 128 metri, progettato da tre architetti spagnoli e in attesa di finanziamenti e localizzazione: costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi di dollari e ci vorrebbero tra i 15 e i 20 anni di lavoro per costruirlo. Come si fa a raggiungere una simile altezza? «Imitando la natura» dice Javier Pioz, uno dei tre architetti: «I vegetali – gli alberi – raggiungono le loro dimensioni maggiori grazie a un tipo di struttura spugnoso, che si sostiene non grazie a poderosi pieni, ma grazie agli agili vuoti. Quanto naggiore è l’altezza di un organismo, tanto maggiore è la sua proporzione di vuoti interni: il 29% in un virgulto di 4 millimetri di diametro, ma il 46% quando la stessa pianticella arriva agli 8 millimetri». La Torre Bionica (’bionica” perché ispirata alla natura) avrà dunque una base di un chilometro, riempita da una città con aree di approvvigionamento di tutti i tipi. E una struttura a spugna, cioè ricca di vuoti, e con una corteccia a elica (ancora vuoti) come quella di un albero. Un edificio tutto fatto perciò di membrane, cristalli e supporti in alluminio e acciaio, capaci cioè di far circolare l’aria. Dentro vi sarebbero 12 quartieri verticali, ognuno alto 80 metri e inframezzati di vuoti in modo tale che solo il 13% dello spazio risulta alla fine occupato da strutture. Vuoti anche tra un quartiere e l’altro, in modo da tenere isolati i piani in caso di incendio. Ogni quartiere (nel disegno a lato, l’illustratore Giorgio Pomella ha appunto isolato uno di questi quartieri) conterrebbe due gruppi di edifici, uno interno e uno esterno, con un piccolo lago al centro, terrazze e giardini tutt’intorno. In ogni quartiere 92 pilastri sosterrebbero la struttura e consentirebbero il trasporto di energia, comunicazioni, acqua, aria e abitanti. Infatti, gli abitanti (centomila almeno, più o meno l’intera Val d’Aosta) si muoverebbero all’interno dei 300 piani della Torre grazie a 368 ascensori sia orizzontali che verticali capaci di correre in certi punti anche a 54 chilometri l’ora. Dopo aver suscitato un certo interesse in Giappone, hanno fatto un pensierino alla torre i cinesi di Hong Kong: l’idea era quella di costruire un’isola artificiale di un chilometro di diametro, collegata con ponti e tunnel sottomarini. Per far fronte all’investimento si sarebbero affittati i moduli di 80 metri man mano che il grattacielo cresceva. Un quarto dei locali sarebbe stato adibito a uffici e abitazioni8, un altro quarto per infrastrutture di servizio, la restante metà – specialmente ai piani alti – hotel. Ci stanno pensando anche a Shangai: entro il 2050 questa città dovrebbe arrivare a 30 milioni di abitanti. Un progetto meno ambizioso ma ugualmente mozzafiato è intanto allo studio a Tokyo: un cono alto 850 metri, costruito su un’isola artificiale, fatto da quartieri di 30 piani con un metrò verticale capace di portare 160 passeggeri per volta per collegare i quartieri e ascensori più piccoli per andare da un piano all’altro.
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C’è lo Shanghai Skywalk, all’88esimo e ultimo piano della torre Jin Mao di Pudong, 340 metri a picco sulla metropoli cinese. Non proprio un’esperienza per tutti: la piattaforma di 60 metri non ha barriere né protezioni. Si viene imbragati e si trotterella liberamente ai confini con vuoto. Oppure l’i360 di Brighton della British Airways, il deck mobile d’osservazione più alto del mondo firmato dagli architetti dello studio Marks Barfield, gli stessi del London Eye, la ruota panoramica sulla riva Sud del Tamigi, a Londra. Ancora, lo SkySlide dello SkySpace Observation Deck sulla sommità della U.S. Bank Tower di Los Angeles, uno scivolone sospeso a oltre 300 metri dalla strada che porta dal 70esimo al 69esimo piano dell’edificio.
Si tratta di alcune fra le più impressionanti piattaforme d’osservazione, terrazze sul nulla, corridoi sospesi e spesso completamente trasparenti del mondo. La Cnn ne ha messa insieme una quindicina visto che questo genere di soluzioni architettoniche, evidentemente rivolte ai turisti (a patto che non soffrano di vertigini), sta prendendo sempre più piede. Lo SkyWalk di Shaghai, per esempio, è stato inaugurato appena la scorsa estate così come la i360.
C’è anche “la scalinata verso il nulla”. Così è stata battezzata la piccola piattaforma protetta dal vetro che si affaccia sul ghiacciaio del monte Dachstein. Si tratta della conclusione del percorso che attraversa anche il ponte sospeso più alto dell’Austria, lungo 100 metri a 396 di altezza. Appena 14 scalini scendono verso il ghiacciaio, di cui si può godere anche in un altro modo: con lo Skywalk dedicato, una vicina piattaforma da cui scorgere un panorama senza eguali che spazia dalla Repubblica Ceca alla Slovenia al di sopra delle Alpi austriache. Nel primo caso non si tratterà della celebre “Stairway to Heaven” del Led Zeppelin ma poco ci manca. Sempre nelle Alpi si rimane con il tedesco AlpspiX, un doppio corridoio che s’incrocia a mille metri sulla vallata ai piedi dell’Alpspitz.
Viste dall’alto: le più spettacolari al mondo La struttura più elevata del Giappone – ma anche la seconda del mondo dopo il surreale Burj Khalifa di Dubai – è invece la Skytree di Sumida, a Tokyo, da cui scorgere nelle giornate serene perfino il monte Fuji: la torre, utilizzata per le telecomunicazioni e per il turismo, svetta di 634 metri con due ponti d’osservazione, il primo a quota 360, il secondo a 450 metri. Ci sono poi piattaforme divenute tali a seguito di potenti eventi naturali, come il tornado che nel 2003 ha distrutto 11 delle 20 torri del viadotto Kinzua, nella contea di McKeen, in Pennsylvania, Stati Uniti, all’epoca della costruzione (1882) considerato una delle nuove meraviglie del mondo. Oggi, oltre che magnifico punto d’osservazione, è una testimonianza della travolgente forza della natura.
Ce ne sono davvero per ogni gusto, di attrazioni simili. Per chi voglia, un po’ come a Shaghai, provare brividi fortissimi (è il caso della camminata intorno all’EdgeWalk, la struttura più alta del Canada, o del Cliffwalk sul fiume Capilano, sempre in Canada, a Nord di Vancouver) così come per chi desideri qualcosa di più tranquillo (i cubi d’osservazione The Ledge alle Willis Tower di Chicago). Non può inoltre mancare una sosta al 68, 69esimoe 72esimo piano dello Shard di Londra, l’edificio più alto dell’Unione Europea a Southwark. Più complicato, ma non impossibile, arrivare allo straordinario fiordo di Aurland, in Norvegia, da ammirare grazie all’elegante struttura Stegastein, da incrociare seguendo uno dei giri turistici più affascinanti del Paese a tre ore di guida da Bergen. Lì si trova anche una delle toilette da record.
Condividi C’è spazio anche per l’Italia, con le piattaforme panoramiche “Il binocolo di Matteo Thun” e “La voliera”, all’interno dei giardini di Castel Trauttmansdorff a Merano. La prima, in particolare, è trasparente al 95% ed è stata inaugurata nel 2005 da un’idea dell’architetto e designer altoatesino Matteo Thun. Si salgono le scale e ci si eleva verso il cielo per poi abbandonarsi alla piana dell’Adige, alla conca di Merano con lo scenario dei rilievi a 360 gradi. Nel punto più elevato dei giardini c’è invece la grande Voliera dei lori e pappagalli. Una passerella di 15 metri che conduce letteralmente nel vuoto.
Chiudono la rassegna la piattaforma Top of Tyrol, completata nel 2008 sul ghiacciaio dello Stubai, in Austria, a a 3.210 metri sul livello del mare e sospesa per nove metri oltre la roccia, e lo skywalk del Grand Canyon, negli Stati Uniti, il percorso a ferro di cavallo sospeso sul Grand Canyon West, in Arizona: 21 metri dalla roccia a 360 metri di vuoto sotto ai piedi.
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Simone Pagliani ha abitato al 29° piano del Burj Khalifa da febbraio 2011 ad agosto dell’anno dopo. «Avevo puntato un appartamento al 92°, che costava pure meno del mio perché c’è chi ha paura di vivere sopra le nuvole, letteralmente; ma me l’hanno soffiato sotto il naso». Già pilota delle Frecce Tricolori, oggi dell’Eni, in quel periodo stava addestrando la pattuglia acrobatica emiratina Al Fursan, «i cavalieri» in arabo. «Avevamo il rimborso spese e io, a differenza di altri colleghi che avevano scelto villette davanti al mare, ero rimasto incantato da quel grattacielo che mi faceva pensare a Mago Merlino».
Per il suo appartamento di 100 metri quadrati, tre bagni, due camere da letto e soggiorno con cucina a vista, pagava tremila euro al mese. «In linea con il mercato. Ma non tutti sono disposti a vivere lì, può essere una esperienza estraniante: non stendi mai i panni, c’è l’asciugatrice; la raccolta differenziata viene fatta al piano, a mano, da un inserviente che sta chiuso in una stanza; in caso di incendio non devi correre fuori, ma ogni tot piani ci sono camere ignifughe che fanno da punti di raccolta; non puoi mai aprire le finestre; puoi scegliere l’aroma da farti spruzzare con l’aria condizionata; è tutto elettrico; non ci sono i citofoni, devi sempre parlare con il personale della reception; senti inquietanti schiocchi di assestamento del metallo, che si dilata o si restringe a seconda della temperatura».
Il bilancio per lui, alla fine, è stato più che positivo: «Lo ricordo come un posto magico. Le mie finestre si affacciavano sui giochi d’acqua delle fontane del Dubai Mall». Più di una volta è salito sulla terrazza al 122° piano riservata ai condòmini, ancora ben al di sotto della punta da record a 829,8 metri. Primato che ha tutta l’intenzione di polverizzare la Torre del Creek Harbour, sempre a Dubai, ennesimo complesso di grattacieli (gli appartamenti sono già in vendita) di cui «The Tower», affidata all’archistar Santiago Calatrava, rappresenta il fiore all’occhiello: oltre un chilometro di flessuosità per ammirare il panorama a 360 gradi; i lavori sono iniziati lunedì con tanto di «benedizione» del sovrano Mohammed bin Rashid Al Maktoum. Una gara al rilancio per toccare davvero il cielo con un dito, ma anche una sfida per chi deve progettare complessi residenziali sempre più grandi, dove non è troppo esagerato immaginare riunioni di condominio dentro i palazzetti dello sport.
«La sfida di noi architetti è anzitutto quella di far convivere migliaia di persone», spiega Antonio Citterio, che con il suo studio ha già costruito una torre-albergo a Hong Kong e che ora ne sta seguendo altre due, di cui una a Bangkok con 1.250 appartamenti. «Nei Paesi in via di sviluppo e in quelli ad alta densità demografica è inevitabile che le città crescano in verticale. Il problema non è far usare la doccia contemporaneamente a tante persone; per quello esistono soluzioni tecniche. Il punto è saper rispondere a un nuovo concetto di casa, con appartamenti più piccoli, simili a suite, da ventidue a 40 metri quadrati. Sono spazi molto privati, che servono solo per dormire, perché poi ci sono spazi condivisi per pranzi o cene con ospiti, per far giocare i bambini, per guardare un film».
I primi pensieri dei profani, però, sono molto pratici. Per esempio, gli ascensori: chi si occupa della manutenzione? «I grattacieli nascono con l’invenzione dell’ascensore», risponde Carlo Ratti, che pochi mesi fa con il suo studio ha svelato il progetto di un parco verticale con osservatorio panoramico alto oltre 1.600 metri.
«Oggi la costruzione di un grande complesso residenziale rappresenta una poderosa operazione economica che coinvolge decine e decine di realtà diverse, tra cui aziende specializzate a gestire la manutenzione degli ascensori o di altri equipaggiamenti tecnici. Nei prossimi anni ci sarà un’ulteriore rivoluzione, con ascensori basati su motori lineari: un sistema che permette di avere diverse cabine nello stesso vano».
Mini «villaggi verticali», uno scenario tuttavia ancora lontano per l’Italia. Riprende Citterio: «Non ci riguarda, infatti. Sia perché non abbiamo una crescita demografica che li giustifichi, ma soprattutto perché abbiamo lo spazio, a differenza di San Paolo del Brasile, Taichung, Hong Kong, metropoli con una concentrazione di milioni di abitanti».
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Sarà il sole a far crescere i nuovi grattacieli. O meglio: sarà l’energia solare, e pulita, a produrre il materiale di cui gli edifici del futuro saranno fatti, il legno. Che è l’anima e il corpo di grattacieli di 19 piani come la Kulturhus che si sta per costruire a Stoccolma, o di colossi di 35 piani come il centro Baobab, sorta di bamboo aerospaziale pensato per abbellire la Parigi del futuro.
Questa nuova ondata di progetti architettonici a emissioni zero, e anzi in grado di trattenere i gas serra imprigionati in pareti, pavimenti, colonne e travi, sta raccogliendo sempre più attenzione in Europa e Nordamerica ed è in realtà il recupero di una tradizione antica. Ma con ambizioni di eternità: in Giappone, ambiente piovoso e sismico, sono rimasti in piedi edifici in legno costruiti 1400 anni fa, come la pagoda a 5 piani di Horyu-Ji (607 d.c.). Se guardiamo poi alle case rurali in America, non si è mai smesso di costruire col legno, ma fino ad oggi mancavano le tecnologie adatte a sfidare le altezze di città.
Da qualche anno, però, qualcosa è cambiato. «C’è un nuovo materiale, che per capirci potremmo definire una specie di “super compensato”, che ci permette cose prima impensabili. È il legno lamellare a strati incrociati» spiega l’architetto americano Thomas Robinson, che grazie a questo materiale (detto anche Clt, cross laminated timber) tirerà su i 12 piani dell’avveniristico palazzo Framework, a Portland. Il Clt si ottiene sovrapponendo e incollando fino a sette massicci strati di legno, orientati in modo che le fibre di uno strato siano perpendicolari a quelle dei due strati adiacenti: questo accorgimento aumenta la resistenza del legno alle forze esterne.
«Il legno è più leggero del calcestruzzo, ha un ottimo rapporto tra resistenza e peso che lo rende un materiale molto competitivo con quelli più usati oggi». Tanto più che i nuovi demiurghi del legno non sono degli integralisti: «Nei miei progetti strutture e rivestimenti sono di legno, ma le fondamenta sono ancora di calcestruzzo armato, e le giunture tra i pannelli di legno sono di acciaio» osserva Robinson. «Anche l’integrazione può funzionare: la leggerezza del legno lo rende perfetto per aggiungere rapidamente nuovi piani a palazzi già in cemento».
È proprio la capienza il problema di oggi, e soprattutto di domani: per la crescente urbanizzazione del mondo e i cambiamenti climatici, l’Onu stima che 2,5 miliardi di esseri umani, entro il 2050, avranno bisogno di una nuova abitazione nelle città. Conciliare quest’esigenza insopprimibile e l’altrettanto pressante bisogno di proteggere il pianeta dai gas serra – la produzione di calcestruzzo e acciaio fanno insieme l’8% delle emissioni – è il problema. Il legno è la soluzione.
Neanche troppo rischiosa: «Di fronte al fuoco, il Clt si comporta come un grosso tronco in un falò: mentre i pezzi di legno più piccoli prendono fuoco, il tronco resiste a lungo, forma uno strato esterno di carbone che difende la parte più interna» risponde Robinson. «La velocità di questo processo è nota, così oggi sappiamo stimare lo spessore necessario a ottenere una congrua protezione antincendio».
Anche il terremoto è un nemico affrontabile: «Se rinforzato da barre d’acciaio in tensione, il legno è adatto a costruire edifici capaci di un ondeggiamento controllato che scarica, attraverso le fondamenta, le forze laterali generate dal sisma». E poi il legno pare capace di sopire anche le vibrazioni dell’anima: uno studio giapponese del 2005 ha trovato che, di fronte a un pannello di legno, la pressione del sangue scende in modo significativo, davanti a un pannello di acciaio si alza. Il legno, forse evocandoci l’idea ancestrale della foresta – cibo, vita e nascondigli – riduce la sensazione di minaccia che il sistema simpatico fa scattare in condizioni di stress. Ecco perché le nuove giungle metropolitane non potranno farne più a meno.
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Una gigantesca ombra si allunga su Central park, e non è un modo di dire. Una nuova generazione di grattacieli sta crescendo a Manhattan, nell’area in cui midtwon incontra la parte alta della città, proprio a ridosso del parco. Si tratta di una decina di palazzi residenziali che fanno gola a miliardari arabi, russi e cinesi e che rivaleggiano in altezza con i palazzi di Wall Street.
Il problema è che l’altezza sta erodendo uno dei beni fondamentale per Central park: la luce del sole. Una simulazione fatta dalla Municipal art society mostra l’estensione dell’ombra alle 4 del pomeriggio una volta che i progetti in corso saranno ultimati: il lato sud è in ombra per vari isolati, ma il cono d’ombra dei nuovi palazzi è talmente ampio da raggiungere il lato est, dove ci sono vari parchi giochi per bambini. Gli abitanti del community board numero 5, la zona interessata, non hanno preso bene la nouvelle vague architettonica che sta mutando lo skyline newyorchese. Il grattacielo al 432 di Park avenue è il palazzo residenziale più alto d’Occidente, perfino più alto della Freedom tower (la più alta delle nuove torri a Ground zero), se non si calcola l’antenna del World trade center. Più in basso c’è il One57, colosso da 75 piani disegnato da Christian de Portzamparc.
Nel 1987 Jacqueline Kennedy aveva guidato una protesta contro la costruzione di una torre a Columbus circle soprannominata «progetto ombrello»: i manifestanti avevano aperto migliaia di ombrelli, per mostrare fin dove la costruzione avrebbe fatto ombra. Allora gli sviluppatori del progetto desistettero. Stavolta non andrà così.
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«La leadership del Papa, con le sue parole e le sue azioni, ha ispirato la gente di tutto il mondo e io credo che il suo messaggio di unità e di amicizia a tutti i popoli e le fedi sia oggi più importante che mai». La sceicca Mozah bint Nasser Al Missned, madre dell’attuale sceicco del Qatar incontrerà oggi il premier Matteo Renzi e domani papa Francesco per parlare di istruzione. «Da oltre vent’anni il fulcro del mio lavoro è fornire istruzione di qualità in Qatar e nel mondo: in questi due incontri, voglio discutere di alcuni progetti educativi. La questione più urgente è offrire istruzione ai rifugiati», dice la sceicca al Corriere in un’intervista scritta, la prima concessa a un giornale italiano.
Incoronata da Forbes una delle 100 donne più potenti del mondo, è diventata a 18 anni (seconda) moglie del monarca poligamo del Qatar, Paese ricchissimo di gas naturale e con proprietà in tutto il mondo (incluso il quartiere dei grattacieli a Milano). Si è ritagliata una visibilità impensabile per altre First lady del Golfo: laurea in Sociologia, un master, viaggia in eleganti abiti occidentali adattati alla tradizione, ha creato un campus a Doha che ospita le più prestigiose università Usa. Tre anni fa il marito ha abdicato in favore del secondogenito. La sceicca evita solo due domande: una sulle scelte della First lady siriana Asma Assad; l’altra sul padre, dissidente, esiliato dall’allora sceicco (padre di suo marito e da quest’ultimo rovesciato).
Lei ha appoggiato importanti iniziative per l’istruzione dei rifugiati siriani, pensa che potranno tornare a casa se Assad resta al potere?
«Non sono un funzionario del governo, non voglio parlare di politica. Ma è chiaro che dobbiamo creare una Siria sicura e pacifica, con un governo rappresentativo, cosicché i siriani possano ricostruire le loro vite. L’istruzione è importantissima per i rifugiati, ma è sotto attacco: 6.000 scuole sono state distrutte in Siria, gli insegnanti assassinati. Dal 2009 scuole, università, studenti e insegnanti sono stati attaccati deliberatamente in 30 paesi. È ora di rispondere e di punire i responsabili attraverso le leggi internazionali e le risoluzioni Onu. La mia fondazione Education Above All fornisce istruzione primaria a 7 milioni di bambini e saranno presto 10 milioni, tra cui 1 milione di rifugiati siriani. Ma se non li proteggiamo, ciò che costruiamo per anni può essere distrutto in pochi minuti».
Le relazioni del Qatar sono state danneggiate dalla pubblicità negativa legata alla Coppa del Mondo, al trattamento dei migranti e allo scandalo Fifa? Per il vostro ministero degli Esteri le accuse sono razziste...
«Quando siamo partiti per ospitare la Coppa del Mondo 2022 sapevamo che non sarebbe stato facile. Ma abbiamo messo insieme la proposta migliore. È un’opportunità per mostrare il Qatar al mondo e sviluppare il nostro Paese. La Qatar Foundation sta svolgendo un ruolo leader per stabilire standard obbligatori, in linea con le migliori pratiche internazionali, che devono essere rispettati da tutti i costruttori. E stiamo formando ispettori del lavoro».
C’è chi dice che l’estremismo del Califfato dovrebbe farci riflettere sul bisogno di riforme all’interno dell’Islam...
«Non c’è bisogno di riformare l’Islam, dobbiamo riformare noi stessi in modo da vivere secondo i principi centrali dell’Islam: giustizia, tolleranza e compassione. L’estremismo è alimentato dalla mancanza di speranza, che è spesso il prodotto del caos causato da interventi militari o da tentativi di sopprimere i movimenti giovanili. Non dimentichiamo che l’estremismo non risiede solo in Medio Oriente. Esiste in tutto il mondo, in Africa e in Asia. L’istruzione è la via migliore per contrastare e sconfiggere l’ideologia estremista. Se falliamo, la situazione peggiorerà».
C’è uno scontro di civiltà fra l’Islam e l’Europa?
«Assolutamente no. È una tesi stanca e, credo, screditata. Le nostre culture hanno una lunga storia di pace, amicizia, collaborazione. L’Europa ha radici multiculturali. Condividiamo la filosofia, le scienze e la letteratura greche e romane. Un tempo la fusione di stili europei e islamici in Sicilia ha creato l’architettura più bella mai vista. Oggi cristiani e musulmani assistono insieme i profughi».
Perché il Qatar compra così tante opere d’arte internazionali?
«Non sono coinvolta nelle decisioni sugli investimenti. Ma come molti qatarini, amo l’arte. Per questo visitiamo città come Roma, Firenze, Parigi e Londra».
Entrambe le sue figlie hanno un ruolo pubblico. La loro generazione di donne è diversa dalle precedenti?
«Sono orgogliosa. Stanno facendo la differenza – Mayassa guidando Qatar Museums e Hind come amministratore delegato di Qatar Foundation – e il loro successo mostra alle giovani dove si può arrivare. La storia di questa regione è piena di donne potenti e dinamiche. La mia speranza come madre è che le mie figlie continuino a guidare e ispirare le donne nello stesso modo».
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Date un’occhiata all’orizzonte, la prossima volta che vi trovate sul Tamigi: vedrete una foresta di alberi meccanici. Non è un’illusione ottica: la riva meridionale del fiume somiglia a un gigantesco cantiere. Sono già stati approvati piani per costruirci, nei prossimi dieci anni, duecentocinquanta grattacieli o perlomeno edifici di oltre venti piani l’uno. Un’esagerazione, dirà chi ama la Londra di casette vittoriane; ma intanto l’industria edilizia festeggia e ci sono all’opera più gru qui che in tutto il Regno Unito. Un’altra esagerazione. Ma è questa, ormai, la misura standard della capitale britannica. Sotto qualunque aspetto la si esamini, la città all’ombra (si fa per dire) del Big Ben sommerge il resto della nazione che le sta intorno. E pure, a spingere lo sguardo più in là, il resto d’Europa. E forse, a ben rifletterci, il resto del mondo. Nemmeno New York, scrive questa settimana il Financial Times, rappresenta la globalizzazione quanto Londra. In America, comunque, esistono altre grandi città: Los Angeles, Chicago. Il gigantismo di Londra divora e fa scomparire tutti.
Nei giorni scorsi ha raggiunto il suo record storico di popolazione: 8 milioni e 615 mila abitanti. Quarant’anni fa erano 6 milioni e mezzo. Tra dieci anni si stima che saranno ancora di più: 10 milioni (e sono già 12 milioni adesso, in effetti, contando gli sterminati sobborghi). Ancora più significativa del totale, tuttavia, è la composizione della popolazione: il 40 per cento degli abitanti sono nati all’estero, percentuale destinata a diventare maggioranza entro un decennio. Nelle sue strade si parlano 300 lingue. Ci sono almeno 50 comunità etniche di 50 mila o più persone: come dire 50 piccole città straniere racchiuse in una sola. L’etnia più numerosa? I polacchi. Noi italiani siamo al sesto posto.
Lo strapotere di Londra ha ucciso le altre città del regno. La seconda maggiore è Birmingham, 1 milione di abitanti: alzi la mano chi l’ha visitata. Manchester e Liverpool non decollano. Edimburgo vive del festival estivo e comunque ambisce a diventare capitale di uno stato indipendente – la Scozia. A proposito: il valore di tutti gli immobili di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, le tre regioni autonome del Regno Unito, è pari ai dieci quartieri più posh di Londra (che di quartieri, in tutto, ne ha 88). Il valore medio di una casa, nel resto del paese, è 220 mila sterline (270 mila euro). A Londra è più del doppio, mezzo milione di sterline. Nelle zone più chic come Chelsea e South Kensington è due milioni. Il boom del mattone è finanziato dai ricchi: tutti quelli della terra vogliono un pied-a-terre da queste parti e proprio ieri l’Independent ha rivelato un giro di paradisi fiscali e riciclaggio di denaro dietro gli investimenti immobiliari. Ma a Londra circolano più soldi anche per gli altri. Il reddito medio britannico è 25 mila sterline, quello di Londra 50 mila. Se Londra fosse una nazione, negli ultimi quattro anni il suo pil sarebbe cresciuto del 12 per cento, più del doppio di quello britannico.
È anche una città di forti diseguaglianze, con sacche di profonda miseria e costi proibitivi: in questi giorni una campagna di poster denuncia il caro- vita con lo slogan «sono costretto ad andarmene». È pure più violenta dell’immagine che se ne fanno i turisti a spasso per il centro: nel 2014 ci sono stati 93 omicidi (ma nel 2001 erano 200), le gang giovanili fanno stragi di adolescenti, l’ultimo un 15enne ucciso da una coltellata a Islington, quartiere alla moda dove un tempo viveva Tony Blair, per rubargli la bici. Eppure frotte di immigrati ci sbarcano da tutto il mondo, attirati come da una calamita che offre di più: più opportunità, più cultura, più tutto. Un columnist propone che diventi una città-nazione, suggerendo come confine l’M25, la circonvallazione che le gira intorno: lunga 275 chilometri, per avere un’idea delle dimensioni. Londra potrebbe perfino avere il proprio campionato di calcio e sarebbe di ottimo livello: ha 6 squadre di Premier League e altrettante in B. Due sono agli ottavi di Champions: più di quante ne ha l’Italia.
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NEW YORK
Dalla “Broccolino” di tanti italiani che qui, per più di un secolo, sono riusciti a lasciarsi alle spalle la miseria delle loro terre, alla “Brooklynmania” degli ultimi anni: ma adesso per il vecchio quartiere degli immigrati diventato improvvisamente più “trendy” di Manhattan sta arrivando il momento dello “sboom”. Non perché siano venuti meno i motivi del successo di Brooklyn: il fiorire di distretti degli artisti, da Williamsburg a Dumbo, nuovi centri culturali, la Barclays Arena che ormai brilla più del Madison Square Garden. E poi uffici, fabbriche di stampanti 3D e gruppi dell’editoria digitale che continuano a trasferirsi oltre l’East River. Lo “sboom” è tutto immobiliare e nasce dal fatto che i costruttori di New York hanno esagerato. A Flatbush, intorno al Barclays Center, ci sono più di 20 grattacieli e megacondomini in costruzione o appena completati: con questi edifici complessivamente entro l’anno prossimo entreranno sul mercato altri 7500 appartamenti per famiglie. Troppi per un mercato che era già cresciuto molto e che gli immobiliaristi considerano ormai saturo. Per riuscire ad affittare tutti gli alloggi dell’Hub, una torre di 56 piani con 750 appartamenti al 333 di Schermerhorn Street o i 586 di Ashland Place considerata fino a ieri impensabile: attirare inquilini offrendo qualche mese di affitto gratuito: in genere due, ma in qualche caso si arriva anche a quattro pur di riempire i nuovi edifici. Un fenomeno che, a cascata, deprime l’intero mercato immobiliare, a tutto vantaggio di chi già vive in affitto: alla scadenza dei contratti, i padroni di casa si affrettano a offrire il rinnovo a condizioni agevolate nel timore che i loro inquilini vengano attratti dalle nuove torri. All’eccessivo attivismo dei costruttori si aggiunge, poi, la vulnerabilità del sistema dei trasporti. La metropolitana di New York è vecchia e funziona 24 ore su 24. Per risistemare le parti più fatiscenti è necessario bloccarla per lunghi periodi di tempo. È quello che succederà nel 2019 alla linea L, l’unica ad attraversare Williamsburg, che verrà bloccata per almeno un anno e mezzo: vanno rifatti i tunnel sotto l’East River invasi dall’acqua quattro anni fa, durante l’uragano “Sandy”. Così molti “professional” che erano venuti a vivere in questo quartiere pieno di giovani e con un’atmosfera vivace perché in pochi minuti potevano, comunque, arrivare a Manhattan in metrò, ora stanno pensando di tornare nel cuore di New York.
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«Abbiamo rotto un tabù». L’ha detto Anne Hidalgo, sindaco socialista di Parigi. Quel tabù delle altezze vertiginose, che dal lontano 1973, quando venne inaugurata la modernista e nerastra Tour Montparnasse, da sempre rigettata dalla stragrande maggioranza dei parigini, non si è più costruito in città un grattacielo degno di questo nome. Intanto, negli ultimi anni, da Barcellona a Londra, passando per Milano, ne nascevano in tutta Europa. Ebbene, anche la capitale francese avrà il suo. Si chiamerà Triangle, alto 180 metri, 48 piani di vetro e cemento.
Alla Porte de Versailles
Un grosso triangolo, appunto, frutto della fantasia degli architetti Jacques Herzog e Thierry de Meuron, già creatori della Tate Modern di Londra. La Tour Triangle (un investimento di oltre 500 milioni di euro, inaugurazione attesa all’inizio del 2020) si concretizzerà nel cuore del Parc des Expositions, alla Porte de Versailles, ai limiti Sud-Ovest della Parigi intra-muros : quella storica, delimitata dal périphérique, la tangenziale. Non è stato facile far passare questo progetto per la Hidalgo, strenua sponsor del grattacielo. Nel novembre 2014 il consiglio comunale lo aveva rigettato (dopo annosi dibattiti, che andavano avanti dal 2008). Ieri, invece, 87 consiglieri si sono espressi a favore contro 74 contrari. Il sindaco, comunque, ha messo le mani avanti, sottolineando che «non porterò avanti una politica simile al mio omologo di Londra, con più di 300 torri lungo il Tamigi». Triangle, in ogni caso, sarà solo il primo dei grattacieli di nuova generazione a Parigi: altri tre dovrebbero seguire. Mentre nei giorni scorsi anche due torri gemelle (Hermitage Plaza), 320 metri di altezza, disegnate da Norman Foster, hanno avuto il via libera definitivo: saranno costruite alla Défense, quartiere d’affari subito fuori dal périphérique, già un concentrato di grattacieli.
La «torre socialista»
Ritornando al Triangle, fortemente appoggiato dal Partito socialista e da quello comunista, si era ritrovato contro nel novembre scorso una strana ed eterogenea alleanza, con dentro i verdi (per i quali resta «un orrore terribilmente energivoro»), l’estrema sinistra ma anche il centro-destra, compreso i Repubblicani, l’ex Ump, guidato nel consiglio comunale da Nathalie Kosciusko-Morizet, ai tempi di Nicolas Sarkozy agguerrita ministro dell’Ecologia.
Ieri il progetto è passato perché alcuni consiglieri del fronte conservatore l’hanno appoggiato (ma non la Kosciusko-Morizet), dopo che negli ultimi mesi era stato rivisto, con alcune aggiunte. Oltre agli uffici, che rappresentano ancora il grosso della superficie, Triangle comprenderà anche un hotel di lusso, uno skybar con un’invidiabile vista sulla metropoli. E soprattutto un vasto spazio per il coworking, aperto ai giovani professionisti parigini.
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Non è il più alto al mondo. Ormai la corsa ai vertici è appannaggio dell’Oriente. È il più alto dell’Occidente: 541 metri. Lontano dagli 828 metri di Burj Khalifa a Dubai e ben sotto i 601 metri della saudita Torre dell’Orologio reale alla Mecca che slancia la mezzaluna verso le stelle. Ma il One World Trade Center di New York, da poco completato a Manhattan, ha un’importanza che supera le dimensioni. Tutti i grattacieli sembrano artefatti seriali, il loro gigantismo convoglia l’attenzione sulle loro misure. Il disegno schematico, le facciate a vetri, li fanno sembrare tutti simili tra loro. Ma a guardare più attentamente si nota che, pur con le similitudini che li accomunano, pur nell’atteggiamento progettuale globalizzato che domina ovunque, ognuno ha qualcosa che lo distingue. Il One World Trade Center è un proclama di ottimismo che compagina il sogno americano con l̵7;arido potere economico. Simboleggia la capacità di risorgere dalle ceneri. «Un’affermazione di speranza e una sfida scritta con l’acciaio e col cristallo, una meraviglia di pertinacia, espressione di un popolo costretto letteralmente a scavare a fondo per ripartire, dopo aver sofferto un terribile colpo». Così ne scrive Josh Sanburn sulla rivista Time.
Completata negli aspetti strutturali, la nuova torre che domina New York sarà abitata entro la fine del 2014. Ha fondazioni profonde 60 metri e gli operai che le scavavano ogni giorno trovavano brani di vestiti, corpi, suppellettili schiacciati nel terreno dal collasso delle torri gemelle dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001. Abbattute perché espressione dal capitalismo americano, rinascono in quest’unico pilastro il cui disegno rievoca il grande obelisco bianco che domina la spianata verde della capitale, in ciò sottolineando anche l’unione del Paese: nei suoi aspetti politici, storici, sociali rappresentati da Washington DC, e in quelli economici, culturali, imprenditoriali, incarnati da New York.
Ci son voluti sette anni per erigerla, dal 2006 al 2013; ora si sta completando l’architettura interna dei suoi 104 piani. È costata 3,9 miliardi di dollari, quasi tre volte Burj Khalifa che pure la supera in altezza di 287 metri. Perché non solo è dotata di ogni più avanzato ritrovato tecnologico e per il risparmio energetico, ma è anche intesa a evitare il ripetersi del disastro dell’11 settembre. Le Torri gemelle avevano una struttura di acciaio che si fuse col calore dell’incendio innescato dagli aerei che le colpirono. La nuova torre ha un nucleo portante protetto da quasi 160 mila metri cubi del cemento più solido, capace di resistere a una compressione di 14 mila Psi (libbra per pollice quadrato): per paragone il cemento comune ha una resistenza pari a 3 mila Psi. Insomma, il fusto che la sostiene è duro come il granito, e vi si trovano settantun ascensori, molteplici rampe di scale, i sistemi automatici antincendio. È destinato resistere nel tempo, e questo è un concetto nuovo, estraneo agli edifici più recenti che a volte in città come New York, sono sostituiti dopo pochi lustri. Il pennone eleva a quota 1776 piedi (tanti quanti gli anni della rivoluzione americana) un faro la cui luce si diffonde per 80 chilometri all’intorno. ’Beacon of hope’, faro di speranza per il mondo, è per tradizione il modo in cui gli Stati Uniti amano pensarsi.
Ma non meno carica di significati è la torre della Mecca, la seconda più alta al mondo. Sul suo pennone c’è la mezzaluna, simbolo dell’Islam. Anch’essa di notte si illumina, come l’orologio che sta poco sotto, a circa 480 metri, i cui quattro quadranti da 46 metri di diametro si vedono sui quattro lati da una distanza di 25 chilometri. Sta di fronte alla Ka’bah: il luogo sacro dove almeno una volta nella vita ogni musulmano deve recarsi in pellegrinaggio. E ne è il segno che da lontano avvistano i pellegrini in arrivo. La costruzione del complesso di cui fa parte è costata sui 15 miliardi di dollari: include altre sei torri di circa 250 metri l’una e in totale dispone di un milione e mezzo di metri quadrati di superfici ove possono trovare posto 100 mila ospiti, in vari hotel, ovviamente lussuosissimi. Perché l’islam non è solo la religione delle grandi masse, ma anche quella dei grandi petrolieri arabi. Ci sono un osservatorio lunare, un museo islamico, diversi eliporti.
È anzitutto un monumento ed è stato costruito dal gruppo saudita Binladen, il cui nome peraltro è stato reso famoso da Osama, il fondatore di Al Qaeda. Se questi distrusse le torri gemelle di New York, altri Binladen non solo hanno eretto una delle torri più alte del mondo, ma hanno cominciato a costruire la Torre del Regno a Gedda. Nel 2019 dovrebbe arrivare al chilometro verticale di altezza. Chi mai oserà superarla?
Forse neppure la Cina. Qui a Shanghai si sta completando una torre la Shanghai Tower, che coi suoi 632 metri sta scalzando la Mecca dal secondo posto. E poco lontano c’è il Financial Center, coi suoi 492 metri sinora il più alto di Shanghai, sovrastato da un’apertura quadrangolare. All’origine doveva essere rotonda, ma vi fu un sollevamento di massa: nel tondo si ravvisava un richiamo alla bandiera giapponese, di cui la Cina soffrì l’imperialismo, e questo non era tollerato. Per quanto fosse un centro finanziario, tutti lo percepivano come il simbolo della città. Il 90 per cento dei grattacieli superiori ai 200 metri innalzati nel 2013 sono in Asia: (74 per cento nel Lontano Oriente, 16 per cento nel Medio Oriente). A prescindere dalla loro destinazione, si nota la ricerca di qualcosa di specifico che li connoti. Per esempio il JW Marriott Marquis di Dubai, alto 355 metri: consta di due torri, la prima del 2012, la seconda sarà abitabile tra qualche mese. Le facciate ricurve unite, su una linea verticale, in pianta appaiono come le valve di una conchiglia. In alzato presentano cornici verso l’alto aggettanti, come accade con gli anelli che formano i tronchi delle palme: anche in Taipei 101, edificio principe della capitale taiwanese si adottò un disegno simile. Ma a Dubai la vicinanza col modello degli alberi tipici della regione è più marcato, plastico, e ricercato. A prima vista potrebbe fare pensare a un ritorno del postmoderno, ma in realtà il vigore tecnologico e l’influsso del disegno organico esprimono un tentativo diverso di superare l’uniformità globalizzante. C’è la ricerca della connessione col luogo. Dubai, vista da lontano, è ormai un ciuffo di grattacieli, ma non è un’imitazione di New York o di Chicago, le città capostipiti della verticalità sono evidenti.
Simile ricerca è evidente nelle quattro Torri di Piazza Sowwah di Abu Dahbi. Si raccolgono attorno a un laghetto artificiale e la loro sezione trasversale presenta un profilo simile a quello di una spiga, che si dilata verso l’alto. Il tutto è studiato per far circolare l’aria fresca in uscita dagli ambienti interni, nei doppi vetri delle facciate, per spingere rapidamente fuori l’aria surriscaldata dal sole che vi si raccoglie. Un sistema ’passivo’ di controllo della temperatura, simile a quelli da sempre in uso negli edifici tradizionali della zona, ma portato su una scala gigantesca. Non c’è solo globalizzazione, nei grattacieli. C’è anche molto dell’identità dei popoli.
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