la Repubblica, 21 gennaio 2017
Biles, volteggi verso Tokyo. «Ho ispirato l’America, ora imiterò Comaneci»
LA FORZA delle idee. Simone Biles va veloce, lo indica la voce squillante che descrive alla medesima tonalità l’incontro con Obama, l’infanzia inquieta, persino le ombre del doping. Una naturalezza in linea con l’esercizio che nel corpo libero porta il suo nome, “The Biles”: un doppio salto mortale nel quale uno scricciolo fasciato di muscoli dipinge traiettorie umanamente impensabili. Per molti è la più grande ginnasta di tutti i tempi. Classe e risultati: a Rio quattro medaglie d’oro e un bronzo – alla trave – ripreso per i capelli dopo un errore che avrebbe abbattuto chiunque. Impossibile da prevedere in quei giorni nell’Ohio, con gli anni novanta al crepuscolo come il suo rapporto con genitori senza lavoro, dediti a droghe e alcool, il trasferimento in Texas e l’educazione affidata ai nonni.
La sua storia parte da una infanzia difficile.
«Penso che tutti rendano quegli anni un po’ più tristi di quanto non siano stati realmente. La mia determinazione è data dall’amore che provo per lo sport e dagli obiettivi che mi sono posta. Non credo che le situazioni, i posti dove cresciuta, abbiano avuto un impatto in tal senso».
Come è cambiata la sua vita dopo Rio?
«È cambiata tanto, sono piena di impegni e tutti per strada mi riconoscono. L’Olimpiade ha rappresentato il miglior momento della mia vita. Lo sognavo da sempre, poi una volta che mi ci sono trovata le cose sono accadute con tale velocità che i ricordi sono già confusi».
E tra i tanti impegni anche un visita alla Casa Bianca.
«Quando si è bambini il sogno è sempre quello di diventare Presidente e visitare la Casa Bianca. È stato incredibile conoscere la famiglia Obama, il rapporto che c’è stato tra di noi. Ho anche presenziato a uno dei loro discorsi, sentirsi indicare come ispirazione per la Nazione è stato fantastico».
Dopo aver dominato tre anni a livello mondiale, immaginiamo la pressione ai Giochi.
«Si trattava solo di replicare in gara quanto fatto in allenamento, ma è semplice solo a dirsi. In realtà non sai mai come ti comporterai in una competizione alla quale non hai mai partecipato, i nervi alle volte possono saltare».
Trionfi che le sono valsi la nomination per il Laureus Sportswoman of The Year del 14 febbraio a Montecarlo.
«Essere nel meglio del meglio significa tantissimo per me, perché non si tratta di una selezione normale. È un onore essere insieme a chi ha ottenuto così tanto nel proprio sport».
Nella ginnastica la sua crescita è avvenuta sotto la guida dei coniugi Károlyi, gli scopritori di Nadia Comaneci.
«Una leggenda. Anche se non siamo cresciuti vedendola in azione, abbiamo visto molti suoi filmati. È un modello, spero di diventare come lei». In realtà Biles non fa pensare a Comaneci. Negli occhi dell’eroina del socialismo, mentre Montreal esprimeva “oh” di stupore per un “10” impensabile anche per i tabelloni che indicavano “1”, si mescolava una vena di seduzione “lolitesca” e un’altra malinconica, imprigionata in un castello di pretese e dure carezze del regime di Ceausescu. Biles invece è una icona mediatica moderna, social.
Ci parli della scelta di fare foto in costume su Sports Illustrated.
«Ho ricevuto molti commenti positivi da ragazze che hanno una muscolatura simile alla nostra, hanno visto come il loro corpo si possa rappresentare in una maniera artistica. Si possono aver muscoli, essere carine, magre. L’importante però è piacersi».
Simone Biles a parte, ci indica un altro personaggio della ginnastica mondiale?
«Mi viene da pensare a Dipa Karmakar. A Rio non ho avuto modo di parlarci molto, ma so quanto ha fatto per entrare nella storia, cosa ha rappresentato per l’India il suo quarto posto nel volteggio e quanti ragazzi abbia ispirato».
Lei va talmente veloce da soffrire del disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività.
«Tutti i bambini sono un po’ iperattivi. Ma andando avanti con l’età, quando ho dovuto chiedere di più alla mia concentrazione, il disturbo mi distraeva. E per il nostro sport, hai bisogno di essere concentrata al 100%».
Quando si è saputo che prendeva medicine, peraltro autorizzata a farlo, si è parlato di doping.
«Credo che se uno ha bisogno di qualcosa, ha semplicemente bisogno di qualcosa. Se serve una medicina, si prende e basta».
Aimee Boorman, la sua allenatrice, andrà in Florida. Valigie anche per lei?
«Voglio rimanere a Houston, quindi c’è l’eventualità che cambi tecnico...».
Da grande? Obbiettivo Tokyo?
«Ora mi sono presa una piccola pausa, ma nei miei programmi ci sono i Giochi del 2020. Spero di esserci, ma per farlo è necessario mantenere gli standard, portare al massimo sia il fisico che la mente».