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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

W la mamma

La 67ª edizione del festival inizia il 7 febbraio e si conclude l’11. Ufficializzata la presenza di Maurizio Crozza con le sue copertine. Lunga la lista dei super ospiti musicali, da Tiziano Ferro a Zucchero. Ci sarà anche Sveva Alviti, l’attrice che ha interpretato Dalida, nel film realizzato in Francia. In onda anche il ricordo di Luigi Tenco che si tolse la vita durante la kermesse di 50 anni fa.
CHE IN GARA ci fossero ben due pezzi dedicati alla mamma, seppure di segno opposto, questo non lo avrebbe potuto immaginare nessuno. Sorprendente, a dir poco. E se ne parlerà molto. Per il resto, la vetrina del festival è come al solito, inevitabilmente, specchio di pregi e nefandezze del nostro mondo musicale. La tendenza è quantomena duplice. A fronte dell’aumento a 22 canzoni, non del tutto comprensibile, è evidente come Conti abbia da una parte messo a segno bei colpi, tra i migliori degli ultimi anni, vedi Fiorella Mannoia, Samuel, Ron, lo stesso D’Alessio in gara, più una discreta lista di artisti di buona qualità, ma dall’altra parte si avverte un preoccupante ritorno di un basso livello che si era ultimamente diradato. Risultato? Quest’anno il festival sarà più del solito un saliscendi, un ottovolante tra beltà e orrore, il che comunque ci garantisce quantomeno un livello meno appiattito e soporifero del solito. I generi ci sono più o meno tutti, compreso il rap che ormai fa parte stabilmente del copione, ma come al solito manca quasi del tutto il rock, quello il festival proprio non ce la fa ad assorbirlo. Altro dato singolare è che nell’insieme c’è un’alta densità di testo, tante, tantissime parole. Insomma un festival verboso, prolisso se vogliamo, a dispetto della estrema sintesi di cui spesso le canzoni danno prova. Qualche volta questo significa voglia di dire cose, ricchezza d’ispirazione, ma come sappiamo al festival i parametri ordinari possono saltare in qualsiasi momento. Dobbiamo prepararci a una lunga maratona, meno noiosa, musicalmente parlando, di quanto potessimo legittimamente temere, ma proprio per la maggiore varietà delle proposte, è un buona edizione per voti e palette in compagnia.
1. AL BANO
“Di rose e di spine”
Questa volta si tratta di una romanza, senza se e senza ma, di quelle che in altri tempi avrebbero fatto crollare il teatro. Succederà anche oggi? Di sicuro Al Bano ormai ha travalicato ogni regola e pudore. Con licenza di cantarsi addosso.
2. BIANCA ATZEI
“Ora esisti solo tu”
Doveva giustificare al meglio la sua seconda presenza tra i big del festival. Ma il pezzo di Checco Silvestre dei Modà è palesemente uno scarto. Poco utile allo scopo.
3. ALESSIO BERNABEI
“Nel mezzo di un applauso”
Già un record, esattamente in linea con le conduzioni di Carlo Conti, per la terza volta consecutiva al festival, le ultime due come solista, per portare uno scadente pezzo dance.
4. MICHELE BRAVI
“Il diario degli errori”
Situazione delicata. Ha appena fatto coming out, e porta una canzone che suona erroneamente come una piccola, ma certamente prematura, My way. Una tranche autobiografica con errori, ferite e pentimenti che in bocca a un giovanissimo artista risulta singolare. Da riascoltare.
5. CHIARA
“Nessun posto è casa mia”
Grande sforzo di evoluzione. Dietro questa nuova eleganza c’è la produzione e la scuola di Mauro Pagani, e si sente. Il pezzo può solo crescere man mano che lo si ascolta.
6. CLEMENTINO
“Ragazzi fuori”
Ci si poteva e doveva aspettare molto di più. Il tema è forte, il pezzo è buono, ma sui ragazzi di strada a Napoli, di questi tempi, la realtà supera di gran lunga la fantasia del rapper.
7. LODOVICA COMELLO
“Il cielo non mi basta”
Poteva essere il suo momento, l’occasione per uscire dalla dimensione disneyana, e il talento c’è tutto. Ma il pezzo è davvero scialbo, vecchio e fuori moda.
8. GIGI D’ALESSIO
“La prima stella”
Questa volta la tessitura armonica del pezzo è complessa, ben strutturata, ma, ahinoi, grazie a D’Alessio torna ufficialmente la mamma al festival di Sanremo. Dovrebbe essere proibito dal regolamento, ma non lo è. Era dai tempi di Luca Barbarossa che non succedeva, e già allora era sembrata una scelta per così dire antica. Oggi D’Alessio si rivolge a una mamma che non c’è più (se per questo l’aveva già fatto McCartney in Let it be ma non è una giustificazione) e per il popolo italiano è difficile immaginare qualcosa di più commovente. Insomma “son tutte belle le mamme del mondo”, ma così è voler vincere facile. Troppo facile. “Sento la tua voce”, canta a un certo punto. Mmm…
9. ELODIE
“Tutta colpa mia”
Difficile immaginare un pezzo di Emma Marrone in minore, eppure è successo.
10. GIUSY FERRERI
“Fatalmente male”
Sarà, ma quel tipico effetto nasale del timbro vocale ormai fa sembrare la Ferreri un’imitatrice. Ma ha senso fare la parodia di se stessi?
11. FRANCESCO GABBANI
“Occidentali’s karma”
Sembra il sequel del pezzo con cui vinse tra i giovani dell’anno scorso, di nuovo un melting pop di simboli e stereotipi del nostro mondo. Il karma dell’occidente passa attraverso nirvana, Buddha, umanità virtuale. È aggressivo, vivace, per fortuna.
12. FIORELLA MANNOIA 
“Che sia benedetta”
Diciamo pure che la Mannoia al festival poteva anche cantare un bollettino meteo e risultare la migliore, figuriamoci poi se porta una canzone piena di tensione, sogni, bilanci, sulla vita che passa e che va benedetta, come una preghiera laica per le nostre esistenze.
13. MARCO MASINI
“Spostato di un secondo”
Evviva. È originale, spregiudicato, avventuroso. Una delle migliori canzoni in programma, con una originale idea su “cosa sarebbe il mondo se tutto quanto fosse spostato di un secondo”. Potrebbe anche vincere, meritatamente.
14. ERMAL META
“Vietato morire”
Sempre di mamma si tratta, ma all’estremo opposto di D’Alessio, una mamma eroica che subisce violenza e cerca di difendere il figlio da un padre violento, convincendolo che la vita si può misurare con altro. Da applauso.
15. FABRIZIO MORO
“Portami via”
Più classico del prevedibile. Il suo pezzo ricorda, ed è un complimento, La cura di Battiato, ma in chiave: “portami via”, dalle difficoltà, dai muri troppo alti, dal passato.
16. NESLI E ALICE PABA
“Do retta a te”
Inspiegabile. Il pezzo è terribilmente brutto, e peggiorato da un duetto di cui non si sentiva alcun bisogno.
17. RAIGE E GIULIA LUZI
“Togliamoci la voglia”
La cosa più interessante del pezzo è la base, con campionamenti rock, chitarre slide, per un pezzo misto di rap e melodia in cui si celebra la voglia di vivere e di fare sesso.
18. RON
“L’ottava meraviglia”
In un contesto simile la sua vocazione giganteggia. La canzone è raffinata, accorata, colma di amore per la bellezza che le melodie possono sprigionare.
19. SAMUEL
“Vedrai”
Tocca a lui portare modernità, leggerezza pop combinata alla ricerca di qualità. Vuole celebrare al festival nel migliore dei modi la dolce libertà di un percorso individuale.
20. SERGIO SYLVESTRE
“Con te”
Il testo l’ha scritto Giorgia. E forse anche per questo il pezzo vira verso un mondo di soul, ma come spesso accade al festival alcuni giovani sembrano di gran lunga più tradizionali dei più maturi colleghi.
21. PAOLA TURCI
“Fatti bella per te”
Ritmata e trascinante, un inno tutto femminile alla libertà dai vincoli e al potere dell’emozione per uscire da qualsiasi prigione.
22. MICHELE ZARRILLO
“Mani nelle mani”
“Tu sei passione e tormento, tu sei aurora e tramonto”, canta Zarrillo, e ce la mette davvero tutta, canta a squarciagola, non si risparmia, ma per un ritorno al festival, dopo tanti anni, ci sarebbe voluto uno dei suoi pezzi migliori.