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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

«Caro Aroldo forse un giorno ci perdoneremo». Intervista a Giuliana Lojodice

ROMA «Mi segua, le mostro dove Aroldo preparava i suoi personaggi». Gli esuli di Joyce, il misantropo di Molière, il marito di Svevo sono nati in questi quattro metri quadri rivestititi con la boiserie in legno, le applique classiche a candela, un grande specchio sopra il lavandino. È il bagno di casa Tieri-Lojodice ma potrebbe essere una quinta di teatro, come tutto in questo elegante attico della Balduina evoca la scena borghese di una delle “ditte” più celebrate del secondo Novecento. Perfino la storia d’amore di Giuliana e Aroldo, tra sentimenti complessi e colpi di scena, potrebbe essere un’opera sul mistero della vita scritta dai loro autori prediletti.
E anche i passaggi più laceranti si ricompongono nella voce armoniosa di Giuliana Lojodice, capace di attraversare gli abissi privati con una grazia molto british. Tiene vicino a sé il copione di Copenaghen, un’opera di Frayn che riprenderà a recitare in ottobre con Orsini e Popolizio. «Per un anno e mezzo ho rifiutato proposte poco convincenti. È stato Aroldo a insegnarmi a dire no».
Era lei che cercava i testi per entrambi. Mi chiedo se li scegliesse privilegiando il ruolo del suo compagno.
«Ma certo. Era quasi obbligatorio perché i grandi autori di una volta – da Shakespeare a Molière ma anche Arthur Miller – scrivevano solo per gli uomini. È capitato più volte che facessi un passo indietro, spingendo Aroldo a interpretare ruoli come il Misantropo che era adattissimo a lui mentre il personaggio femminile di Celimene risultava tra i più insignificanti. Per me era una sofferenza, ma mi adattavo».
Perché?
«Era una forma di rispetto verso un attore che aveva 25 anni più di me, dunque più carriera ed esperienza. E poi sentivo che traevo beneficio dalla sua forza perché sulla scena Aroldo era una roccia, un polo di attrazione irresistibile».
Quindi lei doveva lottare per ritagliarsi uno spazio.
«Sì, ogni sera. E talvolta mi accorgevo che il mio personaggio diventava preponderante, come la Bertha negli Esuli di Joyce».
E lui come reagiva?
«Non se ne accorgeva».
Per difesa?
«Probabilmente. Aveva un modo suo molto spiritoso per contenere il mio narcisismo. Quando mi facevano i complimenti in camerino, lui con la manina esortava a contenere l’entusiasmo: “Perché se no poi a casa…”. Io facevo finta di niente perché sapevo che era sensibile. Aroldo era calabrese, maschilista e femminaro: prima di me aveva avuto donne importanti».
Anna Magnani era rimasta male perché con lei non ci aveva provato.«L’aveva rincorso per le scale gridandogli “stronzooo”…» 
Ma lui le raccontava le sue storie?
«Sì, era attaccato al suo passato, e io lo rispettavo. Poi sapeva bene che questi suoi racconti non facevano che acuire la mia gelosia espressa nei suoi confronti, mentre viceversa si guardava bene da esprimere la sua gelosia rispetto al mio vissuto».
Una passione vera.
«Un sentimento totalizzante che auguro a tutte le donne. Anche se Aroldo non nominava mai l’amore. Non mi ha mai detto “ti amo”. Al massimo: Giuliana, provo una leggera inquietudine».
Fin dal principio lui ha mostrato una grande sicurezza.
«C’incontrammo per caso in un ascensore della Rai. Era il 1960, avevo vent’anni, portavo dei sandali. Mi scrutò sornione: “Che bei piedi, signorina”. Ci trovammo a lavorare insieme per una commedia di Dumas. Un pomeriggio mi invitò a casa sua a prendere il tè. A un certo punto dovetti andarmene perché c’era una persona che mi aspettava. “Vai vai, tanto tu qui stai”, e mi fece il gesto dell’indice sotto il palmo della mano. Come a dire: ti tengo tra le dita».
Ed era vero?
«Per sei anni non ci siamo più visti, ma io ero rimasta molto touchée. Era un uomo di grande sensualità, nello sguardo e nella voce. Non ho più incontrato uomini con la sua voce: maschia, forte, capace di una gamma infinita di intonazioni».
E quando vi siete rincontrati per l’Antigone nel 1966… 
 «…cominciò la nostra storia destinata a durare quarant’anni. Io all’inizio l’ho anche detestato perché mi rendevo conto che quest’uomo era riuscito a farmi sua. Per me fu anche una tragedia: nel frattempo mi ero sposata, avevo due figli. Uno scandalo colossale. Mio marito era disposto a concedermi la separazione consensuale a condizione che gli lasciassi i bambini».
E lei?
«Ero disperata. Poi ho capito che, a causa del mio lavoro, con i figli ci sarei stata poco comunque. Così accettai, ma per alcuni anni ho vissuto in una mansarda sopra di loro, pur di vederli ogni giorno. E anche dopo avrei continuato a incontrarli a pranzo».
E Aroldo?
«Non capiva. Un giorno è sbottato di brutto: tu la devi piantare con questo avanti e indietro. Era geloso perfino dei bambini. Io ne ho sofferto molto, mi sentivo colpevolizzata da tutti. Non potrò mai dimenticare mia figlia Sabrina che a dodici anni mi disse indicando Aroldo: “Dillo, dillo che hai scelto lui”. Poi sono diventata fatalista: un giorno ci perdoneremo tutto».
È arrivato quel giorno?
«Le ferite non si sono mai rimarginate. E i figli ne hanno risentito. Per questo non posso dire di essere stata davvero felice». 
Perché Aroldo non la capiva?
«Perché lui non aveva voluto figli, non amava i bambini. E voleva un possesso totale di me».
Litigavate?
«No, pochissimo. Lui la polemica non la gradiva. E allora girava le cose in modo spiritoso».
E vi portavate in scena le tensioni?
«Sì, inevitabilmente. Se io facevo la moglie o l’amante trasferivo sul palcoscenico quello che in quel momento provavo per lui. Però bastava che in scena mi guardasse in un certo modo, o divertito o per inzigarmi, che io mi mettevo a ridere ed era finita. Lui era molto simpatico. E mi ha conquistato non solo con la sua eleganza, i suoi impeccabili foularini, ma anche con la simpatia».
Che cosa le ha insegnato?
«Quasi tutto. Ho imparato da lui come vestirmi, a non seguire le mode. Non potevo “aggeggiarmi” come la ragazzetta sciocca perché avevo vicino un uomo importante. E poi lui aveva questo suo modo di tenere le redini della vita: mai un compromesso, mai una caduta volgare. Era un uomo molto complesso. E lo capivo anche dal modo in cui entrava nei personaggi, ogni volta spiazzandomi. Non è un caso che si sia specializzato in caratteri molto interiorizzati, morbosi, sfuggenti: era la sua natura».
Provavate a casa le scene?
«No, lavoravamo sulla memoria, intorno al tavolo di cucina. Ma la costruzione del personaggio avveniva a teatro. E lì l’intesa era immediata, istintiva. Una simbiosi perfetta. Ma mi chiedevo sempre dove lui studiasse la sua parte. E solo dopo ho capito che lavorava in bagno».
A 80 anni decise di smettere.
«Fu un dramma perché voleva che anche io lasciassi il teatro. Mi ossessionava. Pretendeva che io stessi sempre con lui e io mi sentivo morire. E quando scelsi di continuare a lavorare scese tra noi una grande freddezza».
La cecità non lo aiutava.
«Aveva perso il controllo – di me, della sua vita, dei suoi spazi – e reagì coltivando il sospetto e la paura. Voleva andare sempre in Chiesa, accarezzava la Madonnina chiedendo aiuto: una cosa struggente. Gli ultimi due anni sono stati un inferno».
Lei fu costretta a ricoverarlo.
«Non vivevo più. La notte Aroldo si svegliava con dolori lancinanti, urlava come un pazzo e non riuscivo a calmarlo. Così non potei fare altro che portarlo in una clinica. Ma lui non voleva. Così talvolta fingeva di non riconoscermi, oppure mi insultava».
Fino al colpo di scena finale.
«Sì, il suo testamento olografo. Si è vendicato di me lasciando i suoi averi a un nipote. È imprevedibile quello che può accadere nella testa di un vecchio. Aroldo aveva novant’anni».
Come se avesse voluto ribadire un controllo sui di lei.
«Sì, ora ti faccio vedere io, ti impongo la mia volontà. Ma io sono in pace con me stessa. Ho dato ad Aroldo tutto quello che potevo. E lui continua a stare qui con me, a osservarmi come in quella fotografia: ironico, tenero, lo sguardo smagato di chi sa come va a finire».