la Repubblica, 21 gennaio 2017
L’Eni e gli affari in Nigeria. «Tangente da 1,3 miliardi»
MILANO «Fees». Le chiamano eufemisticamente così: commissioni. Eni sarebbe stata disposta a versarne fino a 2 miliardi di dollari pur di mettere le mani – insieme all’olandese Shell – sul giacimento nigeriano Opl 245. Alla fine, in realtà, l’accusa contesta “solo” un miliardo e 300 milioni, versati attraverso vorticosi giri di denaro. Meglio, su una sorta di ufficio di money transfer, uomini del governo di Abuja avrebbero prelevato fino a 480 milioni di dollari in contanti nel solo 2011.
La ricostruzione di una tangente che per consistenza, a memoria sembra non avere precedenti nel vecchio Continente, è quella che i pm milanesi, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno fatto nella chiusura indagini notificata il 22 dicembre a undici indagati e a due società: Eni e Shell appunto. Nel fascicolo, per corruzione internazionale, ci sono politici nigeriani, ma anche l’ex ad di Eni, Paolo Scaroni, l’attuale, Claudio Descalzi, il faccendiere Luigi Bisignani e alcuni manager del Cane a sei zampe.
Il miliardo e 300 milioni versati, però, non sarebbero serviti solo per le «fees» per i politici africani. No. Secondo i verbali e i rapporti investigativi del Nucleo di polizia tributaria, almeno 200 milioni sarebbero tornati nelle disponibilità estere di alcuni manager della stessa Eni.
«I 50 MILIONI PER SCARONI»
Secondo le dichiarazioni delll’ex responsabile nigeriano per Agip, Vincenzo Armanna (indagato a sua volta nella stessa inchiesta per aver ottenuto una parte della tangente), nel «settembre del 2011», mentre Eni e Shell stavano per ottenere in via esclusiva lo sfruttamento del giacimento off shore Opl 245, «50 milioni in contanti, in banconote da 100 dollari, erano state portate al chairman di Eni, cioè Scaroni».
Armanna racconta ai pm di aver saputo che il «denaro in contante era ancora cellophanato e fascettato, segno che proveniva direttamente da una banca». Secondo questo racconto, il denaro fu caricato su un «aereo privato, un Mitsubishi che Eni affittava da una società del console onorario in Congo».
Sempre seguendo il racconto dell’ex alto manager dell’Agip, il denaro doveva inizialmente essere depositato «su un conto della Banca Svizzera italiana (Bsi)». «Veniva spontaneo associarlo a Scaroni, che era consigliere d’amministrazione del gruppo Generali, proprietaria di Bsi». Per Armanna, di questo schema era stato ripetutamente messo a conoscenza anche l’attuale ad, Descalzi. Anche se il manager, a verbale, ha smentito.
IL CONSOLE E I SERVIZI
Armanna racconta come questo fiume di denaro in parte sarebbe servito per pagare politici. Non solo nigeriani, ma anche italiani, senza però saperli indicare. È in questa giungla di affari sporchi e appalti miliardari che spunta la figura di Luigi Bisignani – tra gli invitati al matrimonio di Armanna sotto la dicitura «amicizia particolare» -. Per la procura, il giornalista finito in Mani pulite per la tangente Enimont, poi nella P4 e «uomo sistema» durante i governi Berlusconi, avrebbe avuto un ruolo centrale, «presentando – secondo i pm – a Scaroni la possibilità di portare l’affare Opl245 in porto». E ricevendo una parte di denaro. Ma Bisignani è uno dei tanti mediatori di questo affaire. Una figura tanto oscura quanto misteriosa è quella di Gianfranco Falcioni, anche lui indagato, console onorario nella capitale africana. La procura lo accusa di aver ottenuto 50 milioni di euro della torta. «Falcioni – ricorda ancora Armanna – è stato nominato console su indicazioni convergenti dell’Aise (i nostri Servizi esteri, ndr) e dell’Eni». Armanna lo conosce durante una cena ad Abuja. «Falcioni parlava di una pretesa di una trentina di milioni di dollari legati a lavori che lui sosteneva di aver effettuato per Eni». Ma perché un console onorario deve avere un ruolo così stretto e affari così importanti con una multinazionale? La spiegazione continua a darla Armanna. «Bisignani mi disse che Falcioni era molto amico di Daniela Santanchè, che in quel periodo aveva un ruolo politico e aggiunse che Falcioni era un punto di riferimento in Nigeria per i politici italiani del centro- destra. Io, peraltro, constatai la sua dimestichezza con l’ambiente in un’occasione in cui si offrì di presentarmi un consigliere Eni in quota Lega». In una nota Eni «ribadisce la correttezza dell’operazione relativa all’acquisizione della licenza per lo sfruttamento del blocco OPL 245, conclusa, senza l’intervento di alcun intermediario, da Eni e Shell con il governo nigeriano».