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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

Intervento pubblico e inflazione salvano le banche dalla crisi

DAVOS Per mesi, le banche italiane sono state le maggiori indiziate d’Europa, con molti investitori preoccupati che le difficoltà del Monte dei Paschi di Siena potessero provocare una crisi sistemica. Nelle stanze del “World Economic Forum” di Davos, il principale congresso di banchieri e policymaker del mondo conclusosi ieri, il clima che si respirava era però di maggiore ottimismo. Gli enormi problemi strutturali del settore, dallo stock di crediti deteriorati a un modello di business tutto da reinventare, permangono. Ma la sensazione diffusa, ben espressa dal presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem in un’intervista a Repubblica, è che almeno alcuni problemi siano in via di soluzione.
«Nei principali tavoli del Wef non si è parlato di banche italiane, e questo è di per sé un elemento positivo», dice Davide Serra del Fondo Algebris. «Più in generale gli investitori non sembrano più credere al rischio di una crisi sistemica».
I FATTORI DI FIDUCIA
Tre elementi contribuiscono a creare un clima di maggiore fiducia. Il primo sono i dati macroeconomici, che indicano un’inflazione in leggera ripresa nell’eurozona, guidata da una ripresa che sembra andare consolidandosi. Se questa “riflazione” dovesse continuare, le banche potranno contare su una prospettiva di moderati rialzi dei tassi d’interesse nel prossimo futuro, che aiuterà la redditività. Il secondo è lo stanziamento di un fondo di 20 miliardi di euro da parte del governo per aiutare le banche in crisi tra cui Mps. Il sacrificio doloroso da parte dei contribuenti dà maggiore fiducia agli investitori sul fatto che i problemi del Monte non verranno scaricati sul resto del settore, come era avvenuto per esempio con la creazione del fondo salva-banche Atlante.
Infine, c’è l’aumento di capitale da 13 miliardi di euro di UniCredit, che sta raccogliendo consensi tra gli investitori stranieri, in particolare, per la scelta coraggiosa di svalutare le sofferenze fino a un valore di 25 centesimi di euro. Per mesi, gli investitori avevano temuto che il domino della crisi delle banche italiane potesse toccare il gigante di Piazza Gae Aulenti a Milano, un rischio che scomparirebbe se, come sembra, la ricapitalizzazione avrà successo.
I PROBLEMI IRRISOLTI
Al netto di questi elementi positivi restano però diverse criticità. Intanto la ricapitalizzazione preventiva del Monte che, nelle parole di un funzionario del governo, «è un titolo con una pagina ancora da scrivere». I nodi, da questo punto di vista, sono quattro: prima di tutto, non è ancora chiaro quali saranno le condizioni imposte dalla Commissione Ue, anche per quel che riguarda il ristoro degli investitori truffati. C’è poi il rischio concreto di cause legali da parte degli obbligazionisti junior e senior, che potrebbero trovare troppo generose le condizioni di ristoro offerte a chi ha titoli più rischiosi dei loro. Alcuni studi legali si stanno già muovendo a riguardo.
Decisiva l’esecuzione del salvataggio, e in particolare l’eventuale intervento di Atlante, che secondo il governo dovrebbe ancora essere della partita nell’acquisto delle sofferenze del Monte. Questa ipotesi viene vista con meno favore da diversi azionisti del fondo, che preferirebbero concentrarsi su Veneto Banca e Popolare Vicenza, di cui sono proprietari: un’eventuale ricapitalizzazione pubblica di questi istituti vorrebbe infatti dire una perdita molto forte per i quasi 3,5 miliardi già investiti da Atlante che a questo punto preferirebbe proteggere il suo investimento.
Poi c’è il tema del piano strategico, e in particolare i tagli al personale e alle filiali che il Monte dovrà fare per rilanciarsi. Potrà il governo permettersi politicamente di sostenere un piano dai costi occupazionali elevati, dopo aver usato soldi pubblici per salvare la banca?
L’altro tema riguarda le banche minori, che potranno accedere al fondo del governo, ma che oggi devono confrontarsi con il benchmark molto aggressivo creato da UniCredit per la svalutazione del suo portafoglio di crediti deteriorati. Da questo punto di vista, sarà determinante il ruolo della Bce, che dovrà decidere fino a che punto intervenire in un dossier che in prima battuta è di competenza della Banca d’Italia.
Infine, la questione cruciale della redditività delle banche. La maggior parte dei previsori ritiene che l’Italia crescerà intorno all’1% quest’anno e il prossimo, un tasso ancora troppo basso per aumentare i ricavi e ridurre lo stock di crediti deteriorati in maniera sostenuta. A questo si aggiungono le sfide che hanno davanti tutte le banche europee, a partire dalla competizione del fintech, ai tassi che comunque sono destinati a restare bassi a lungo. «Come faranno domani le banche a guadagnare soldi nell’attuale ambiente economico?», si chiede Giovanni Bossi di Banca Ifis. «Gli interventi di salvataggio diventano un modo per comprare tempo. In assenza di nuovi business model che consentano alle banche di guadagnare, non escludo che tra qualche anno ci ritroveremo al punto di partenza».