la Repubblica, 21 gennaio 2017
«Noi, i figli dimenticati degli ergastolani. La nostra vita tra bugie e sensi di colpa»
PADOVA Qualcuno ricorda di essere tornato da scuola e che papà non c’era più, e di aver capito solo tanto tempo dopo che cosa era successo. Qualcuno si beve per anni la pietosa bugia del papà al lavoro, all’estero. Altri assistono all’arresto, spesso di notte. I figli degli ergastolani crescono senza un genitore, girando l’Italia per i colloqui mensili, perquisiti e sottoposti a tutte le restrizioni pensate per gli adulti, ma su di loro ricadono le colpe dei padri, non hanno diritto neppure alla pietà. A Padova la rivista Ristretti Orizzonti ha organizzato una «Giornata di dialogo» con ergastolani, detenuti con lunghe pene e con i loro figli, compagne, genitori, fratelli e sorelle, una rara occasione per ascoltare le storie di questi figli di «uomini ombra». Così speciale che persino papa Francesco ha mandato attraverso il cappellano del carcere una lettera per invitare gli ergastolani e i loro familiari a continuare a sperare: «Mi pare urgente una correzione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la parola pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l’ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere». Le storie dei familiari degli ergastolani parlano di pene che non tengono in nessun conto l’esistenza dei bambini. Francesca Romeo, figlia di Tommaso arrestato 25 anni fa, quando lei aveva 18 mesi: «Ho tanta rabbia dentro, ce l’ho con il mondo intero. Ero piccola e non riuscivo a capire perché il mio papà a ogni mio compleanno, ogni Natale, ogni Pasqua o semplicemente al mio primo giorno di scuola non c’era. Alla morte ci si rassegna, ma io un padre ce l’ho, ma è sepolto vivo». La rabbia è legata soprattutto agli anni di 41 bis, un’ora al mese di colloquio: «Poggiavamo la mano sul vetro per fare finta di toccarci ma in realtà toccavamo un vetro freddo. Per sette anni non ho sentito il calore di mio padre, non ho potuto abbracciarlo né baciarlo né stare sulle sue gambe, cosa che faccio a tutt’oggi anche se ho 23 anni, forse per la troppa voglia di avere un papà come tutti gli altri».
Suor Consuelo Rosmini, preside di una scuola a Palermo: «Mio fratello Demetrio è in carcere da 26 anni e 47 giorni, senza mai un permesso. Spostato in carceri diverse ogni due anni, ho visto il suo cervello appiattirsi. Quando è uscito dal 41 bis ci siamo trovati in una grande stanza deserta attorno a un tavolo. Ma non riuscivamo nemmeno a toccarci, a stare vicino. La solitudine inaridisce, ciascuno si chiude in se stesso ed è difficile poi uscirne».
Suela Muca, figlia di Dritan, si è sempre vergognata e sentita colpevole. «Ho passato tutta la vita a girare carceri. Non solo dovevo levarmi le scarpe per le perquisizioni prima di entrare, una volta mi sono anche caduti i pantaloni perché mi avevano preso la cintura… sì, a una bambina. Avevo attorno a me famiglie normali, e cercavo di far sembrare normale anche la mia, dicevo solo che mio padre era lontano per lavoro. Col mio fidanzato ho parlato dopo un anno e mezzo che stavamo assieme. È stata una liberazione: piano piano l’ho detto anche agli amici, e infine ho trovato il coraggio di sognare il mio futuro. Mi sono iscritta a Giurisprudenza. Io, la figlia di un detenuto. Non so come, ma sono riuscita a trasformare quella che era una vergogna in un vantaggio».
Ieri nel carcere di Padova, quasi 600 persone hanno ascoltato le testimonianze degli ergastolani e dei loro familiari. L’ascolto e il riconoscimento sociale del dolore sono il primo passo per superare il trauma. Poi bisognerebbe pensare a pene che non aggiungessero inutile sofferenza alla privazione della libertà, che tenessero conto della funzione riabilitativa della pena prevista dalla Costituzione.