la Repubblica, 21 gennaio 2017
La memoria della montagna
PER i montanari non c’è niente di misterioso in una valanga. La gravità è la legge del loro mondo: l’acqua, la terra, le pietre, la legna, vanno dall’alto verso il basso, questo è il moto naturale di ogni cosa e lo stesso succede alla neve, che durante le grandi nevicate si accumula sui pendii finché pesa troppo e scivola giù. Quando?, è la prima domanda.
LA RISPOSTA è difficile perché non conta solo il peso della neve, ma anche l’inclinazione e l’attrito della montagna. Il bosco dà molto attrito, la pietraia poco, l’erba secca dell’inverno ancora meno. Se giorni di gelo hanno prodotto uno strato di ghiaccio sul terreno, e poi su quel ghiaccio ha nevicato molto, allora la montagna diventa uno scivolo da cui viene giù tutto. Il distacco non è graduale ma improvviso quando un certo limite viene superato, e ha il rumore di una frattura: per il peso della neve, o il calore del giorno che la scioglie alla base, o una scossa della montagna. Questi non sono eventi straordinari, sono misurabili e prevedibili: nel caso del Rigopiano una nevicata di quelle che ogni tanto arrivano, e le scosse sismiche che sul Gran Sasso si ripetono da mesi. Allora in alto, sui pendii spogli e ripidi, un banco di neve si stacca, scivola giù e prende velocità e volume, diventa una valanga così potente da sradicare gli alberi, trascinare i massi e sollevare la terra. In basso, all’albergo, arriva anticipata da un vento improvviso, il “soffio della valanga” che è la massa d’aria spostata dalla massa di neve, e alle spalle si lascia un solco scuro, l’erba e le rocce che riaffiorano dopo che la montagna si è liberata di quel peso. La neve che su in alto era morbida, neve fresca appena scesa dal cielo, è stata pressata nella caduta e giù in basso, sulle macerie e sui cadaveri, è ghiacciata e dura come cemento. Anche per questo ha creato delle stanze e per fortuna, tra quei muri di neve, qualcuno si è salvato.
Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Se si osserva il fianco della montagna, si vede che è fatto a sporgenze e rientranze più o meno verticali che dalla base salgono fino in cima. Le sporgenze sono i crinali, le creste, i costoni, le morene, i contrafforti; le rientranze sono i colatoi e i canaloni. La montagna non è nata con questa forma all’inizio dei tempi, è stata scavata dall’acqua, dal ghiaccio e dalla neve. Se fosse una casa con un tetto quegli avvallamenti sarebbero le grondaie, e infatti è lì che scorrono i torrenti. E naturalmente è per di lì che scendono le slavine: la neve che si stacca e cade è come invitata a prendere quella strada. Dire che la base di un canalone non è a rischio di slavina è come dire che il letto di un fiume asciutto non è a rischio di alluvione, solo perché da tanti anni nessuno ha più visto l’acqua. E costruirci una casa in mezzo.
In montagna ci sono valanghe che vengono giù puntuali tutti gli inverni, nello stesso canalone, dopo ogni nevicata. Lasciano scie visibili anche d’estate, piste in mezzo al bosco dove non fanno in tempo a crescere gli alberi. Altre valanghe cadono solo negli inverni più nevosi, e allora per qualche anno nei canaloni si trovano arbusti e alberelli, spesso piegati verso il basso. Altre ancora vengono giù ogni cinquanta o sessant’anni, magari. Non tempi geologici, tempi commensurabili alla vita umana. In quei cinquanta o sessant’anni, sulla scia della valanga, è cresciuto un giovane bosco, e sulle pietre trascinate giù si è accumulata terra ed è cresciuta l’erba, ma a guardar bene i segni si vedono sempre: quello è il canalone, quelli i detriti della valanga. È rarissimo, così raro che io non ne ho notizia nella mia montagna, che una valanga cada dove non è mai caduta prima. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo.
Così come non ho mai sentito che una valanga colpisca delle antiche case. Sono sempre edifici moderni, costruiti dove una volta c’era poco o nulla. I montanari sceglievano i posti per le case e i villaggi con criteri molto precisi, che non avevano a che fare con la divinazione: piuttosto con la memoria e l’osservazione. Serviva l’acqua, serviva il sole, e serviva un posto al sicuro dalle valanghe. Lì si può costruire e lì no, per chi abita in montagna è un sapere che passa insieme alla lingua, ai nomi delle cose. Oppure si costruivano alpeggi per l’estate in luoghi poco sicuri d’inverno, si correva il rischio sapendo di andare via alla prima neve: il peggio che poteva capitare era trovare la stalla danneggiata o distrutta in primavera. Ma non moriva nessuno.
Penso che i morti del Rigopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso, non attento e non saggio, di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa.