Corriere della Sera, 23 gennaio 2017
I «calabroni» che guidano la globalizzazione
Con il Muro di Berlino si sgretolò un mondo, non soltanto la società del socialismo reale, la vita nelle squallide periferie in stile sovietico… Da allora si accelerò il processo di globalizzazione (e poi di finanziarizzazione) che ha trasformato per sempre le nostre vite, cambiando radicalmente quella solida borghesia milanese che basava il suo benessere sulla «fabbrichetta».
Di questo passaggio di epoca parla il nuovo libro di Marco Weiss, I calabroni. Romanzo di una multinazionale (Frassinelli, pagine 312, e 19,50).
I «calabroni» del titolo sono i signori dell’economia tedesca, «un club che ronza come un’arnia di calabroni infuriati», un ristretto circolo di potenti che decide le strategie e le sorti dell’economia continentale. Una decisione presa all’ultimo piano di un grattacielo sul Reno si ripercuote a cascata sul mondo della piccola e media industria lombarda. È il processo che racconta Weiss, che nel descrivere un passaggio d’epoca (la data d’inizio è il novembre 1989, quella finale la discesa in campo di Berlusconi nel ’93), anima il suo racconto di personaggi indimenticabili. C’è il protagonista, Nikolaus Bernoulli, italo-svizzero raffinato, pianista, bevitore di tè verde, che conduce con successo una impresa chimica nell’hinterland milanese, c’è il suo rivale Ivan Puntatore, detto il Punta, o anche il cinghiale, il cui intercalare prediletto è «diocaro» e la cui filosofia di vita è riassumibile nella domanda «ma a me cosa viene in tasca?», c’è il «calabrone tedesco», Hermann Hettche che dà il via al piano di acquisizioni in Italia, amante del calcio e della birra, che a fine missione dovrà cedere il passo ai nuovi squali della finanza... E poi le mogli, le (gli) amanti, gli amici, i familiari…
Marco Weiss, scrittore alla quinta opera, è stato un industriale ma anche un discreto protagonista della vita culturale milanese (lo si poteva incontrare negli anni Settanta a giocare a boccette da Oreste, in Brera, con Umberto Eco e Giovanni Gandini, e negli anni Ottanta e Novanta alla libreria di via Verdi). Nei precedenti libri – Il calciatore, Sinemà, I bambini di Clavières, Il bravo soldato – ha raccontato storie ispirate a vari pezzi della sua vita, dalla passione per il pallone all’esperienza nel cinema (in anni giovanili è stato assistente del regista Valerio Zurlini).
Con I calabroni la sua narrativa ha fatto un vero salto di qualità, regalando ai lettori lo spaccato di una società in declino che a torto ritenevamo incrollabile.
L’autore, come il suo alter ego Nikolaus Bernoulli, è stato a capo dell’impresa di famiglia e ha poi diretto la filiale italiana di una multinazionale. Ha conosciuto dall’interno il mondo di cui scrive e ha saputo alzare lo sguardo restituendoci un quadro d’insieme. Non è un caso che uno dei pochi libri citati ne I calabroni sia I Buddenbrook di Thomas Mann. Ma siamo sicuri, senza tema di esagerare, che nel libro di Weiss si trovi una eco della mimesi linguistica di un Gadda (leggere i gustosi siparietti molto politicamente scorretti degli industriali brianzoli) e delle letture degli scrittori milanesi che nel secondo Novecento hanno fatto la spola tra industria e letteratura.
In alcuni passaggi si avverte anche l’esperienza dell’apprendistato da cineasta, per esempio in alcuni colpi di scena degni di una commedia brillante. E poi la conoscenza diretta dei luoghi, dai cieli di Germania ai tramonti sul lago Lemano agli angoli suggestivi della costa maremmana ai resort della Florida, e soprattutto agli squarci precisi degli eleganti e discreti interni borghesi di Milano.