Corriere della Sera, 23 gennaio 2017
Muti e la Scala in venti opere
Il Maestro è tornato. La Scala è l’esperienza centrale della sua vita. Riccardo Muti vi ha passato 19 anni come direttore musicale: dal 1986 al 2005 ha interpretato 50 titoli, da Pergolesi a Poulenc. Tenendo il timone sull’identità del teatro che è anche l’identità dell’Italia: «noi» siamo il melodramma dell’Ottocento. E dunque Verdi. La collana allegata al Corriere della Sera riunisce 20 opere, scelte dal maestro: 17 sono cd, 3 sono dvd.
Cominciamo da qui. «Si tratta di tre spettacoli straordinari. Nel Don Giovanni intensificai il rapporto con Giorgio Strehler. Un’intesa perfetta. Imparai una lezione da quell’esperienza. Seguiva tutte le prove, anche per le luci. Lo ricordo alle nove di sera, nella sala buia, rimase tre ore a perfezionare un momento che era già magico; ricordo la discussione su dove mettere il Commendatore, alla fine dell’opera, quando condanna Don Giovanni. Era una voce dall’Inferno. Lo mettemmo a fianco del podio, in buca: nessuno in sala capì da dove venisse quella voce». Il dvd di Otello con Placido Domingo: «Dovetti convincerlo perché, dopo 350 recite nel mondo, non voleva più farlo. In una lettera, Verdi scrisse che voleva un diapason basso per l’ Otello, a 432 (a Vienna sono sui 445). Significava avere un suono più scuro. Con gli strumenti a fiato è impossibile e ne facemmo costruire di nuovi a Parigi. Arrivammo a 436. Improvvisamente diventò l’argomento del giorno, erano tutti diventati esperti di diapason. Infine L’Europa riconosciuta di Salieri dove volli riproporre l’accoppiata Ronconi-Pizzi: si festeggiava la ristrutturazione del teatro, era stato il titolo che nel 1778 l’aveva inaugurato».
Ci sono state rinunce dolorose nella collana, pensiamo al Nabucco ? «Sì, certo. Mancano anche i Dialoghi delle carmelitane e tante opere di Gluck. Ho voluto mettere in evidenza autori molto trascurati: La vestale di Spontini, Lodoïska di Cherubini. Sto cercando, attraverso il sindaco di Firenze, di riportarne le ossa a Santa Croce. Quanto a Spontini, nella sua Maiolati quando mi offrirono la cittadinanza onoraria sentii un suono: lo seguii. Era il canto di un falegname….Voglio dire che ha radici profonde».
L’iniziativa si apre con il Don Carlo del 1992, l’ultima apparizione di Luciano Pavarotti alla Scala. «Nove recite di grande successo. Solo alla prima qualche trambusto per una nota screziata da Luciano. Non l’aveva mai cantato prima, seguì tutte le prove. Fu una reazione ingiusta di una parte del pubblico. È un cd dal vivo, non ci sono trucchi: si può ammirare la tecnica di Pavarotti, che viene ricordato per il Vincerò di Turandot, io dico che il pianissimo di Ma lassù ci vedremo in un mondo migliore è una lezione di tecnica vocale. C’era la povera Daniela Dessì, fu un allestimento bello e importante di Zeffirelli».
Tosca è, con Manon Lescaut, il suo unico Puccini: «Ma farò La Fanciulla del West, che amo molto. Su Tosca esisteva già il mio disco con l’Orchestra di Philadelphia, che suonò in modo sublime, l’alba su Roma fu sontuosa. Per avere il campanone di San Pietro, siccome quelle note così gravi non si riusciva ad avere, le portai alla Scala con un computer dal municipio di Philadelphia, dove i percussionisti avevano registrato il rintocco. Credo di non averlo mai svelato».
Muti riportò, dopo molto tempo, la trilogia popolare di Verdi: Rigoletto, Il trovatore e La traviata. «Nell’ordine: a parte l’impennata del baritono, una scelta arbitraria che abolii, Gilda non la rendemmo come una coquette ma donna vera, appassionata, che aveva messo gli occhi sul duca. La sera della prima la tensione si tagliava col coltello. Non era un delitto riproporla come Verdi la voleva: un’unica arcata, non interrotta da gigionismi. C’erano altre cattive consuetudini in Di quella pira del Trovatore, con quella specie di acuto finale che fa parte di una tradizione mai approvata dal compositore. Ma il tradimento più grande è il finale del secondo atto: Sei tu dal ciel disceso, si unisce il tenore: Son io dal ciel disceso. Una frase non scritta e senza senso, perché lì c’è la domanda di Leonora, quasi incredula per l’apparizione improvvisa di Manrico, che deve stare zitto: Verdi ogni volta si rivolta nella tomba. E poi La traviata, che dopo 26 anni era un tabù. L’unico modo era farla con un cast di giovani. Tiziana Fabbricini aveva la capacità di dare alle colorature una tinta drammatica. Ricordo il silenzio gelido. Lì ci fu un mio peccato. Prima dello spettacolo dissi a Tiziana: se te la senti, alla fine spara il mi bemolle (che non c’è). Venne giù il teatro dagli applausi. Dovevo vincere e, come si dice, a mali estremi, estremi rimedi».
Si può andare avanti con l’amore per il Mefistofele, «visto con sussiego da certa critica»; il Preludio di Attila messo come segreteria al centralino del teatro; La forza del destino, titolo su cui il sovrintendente Pereira si sta battendo per il suo ritorno operistico a Milano; il grandioso coro di Ernani; la Messa da Requiem (per il cd a Chicago Muti ha vinto ben due Grammy) che diresse una sera a Berlino Ovest, dove c’era la fede e lo spettacolo, e un’altra sera Berlino Est, dove l’ascolto era intimo; Falstaff, e «alla fine della vita tornò all’amore innocente e virginale, dopo l’amore irruento del Ballo o quello fatto di ricordi in Otello».
Milano ha raccolto i tanti volti di una personalità complessa: Muti rigoroso, giocoso, disposto al rischio, umanista. Diciannove anni sono tanti.