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 2017  gennaio 23 Lunedì calendario

Manet contro Degas e altre liti Rivali nell’arte e (un po’) nella vita

Le rivalità tra gli artisti hanno formato ghiotti capitoli dei libri di storia: il più citato è certamente quello fra Bernini e Borromini. Ma sono baruffe antiche. Altra è la rivalità che divide i protagonisti dell’arte moderna: questi infatti hanno «sviluppato un’idea completamente diversa di grandezza. Per loro non si tratta più di padroneggiare una tradizione per poi espanderla, ma di andare verso un’originalità radicale e distruttiva». Così ci presenta il suo saggio Artisti rivali, Sebastian Smee, critico d’arte australiano, premio Pulitzer nel 2011 («per la sua scrittura sull’arte vivida ed esuberante»).
È un libro che si può ben dire straordinario, e bellissimo, proprio perché ci racconta e sviscera e analizza accadimenti che non avevamo mai letto. Il fatto da cui Smee prende le mosse è il «pellegrinaggio» in Giappone per vedere quel che resta di un piccolo quadro di Degas, un doppio ritratto di Edouard Manet e di sua moglie Suzanne: il pittore sta semisdraiato sul divano e ascolta – così pare – la moglie che suona il piano. Il dipinto era stato accoltellato in modo da eliminare il viso e il corpo di Suzanne. Certamente era stato lo stesso Manet a compiere il misfatto. Ma perché? Forse Suzanne vi appariva meno bella di quanto fosse, o forse invece Degas aveva per lei un certo penchant ? Insomma, i due pittori erano amici intimi: a cosa era dovuta la rottura?
Eppure quando Degas morì, nel suo studio erano conservati il quadro accoltellato e un’ottantina di dipinti di Manet che dimostrano la stima e anche una fascinazione speciale per uno dei padri dell’impressionismo.
Uguale agglomerato di sentimenti ambigui lega le altre tre coppie di pittori che questo saggio prende in considerazione: Matisse e Picasso, Freud e Bacon, De Kooning e Pollock. Ecco i due artisti americani come Smee ce li presenta: nei primi anni 50 seduti a un bar del Greenwich Village che bevono dalla stessa bottiglia, si danno pacche sulla schiena e si dicono «Willem sei tu il più grande pittore d’America!» e «Jackson sei tu il più grande pittore d’America!». La «grandezza» per loro era un’autentica ossessione, era la lotta per la supremazia, per chi riusciva a spingersi più in là nella sperimentazione artistica, ed era anche il sintomo di quanto si sentissero isolati e ignorati dalla critica e dai galleristi.
Ma a un tratto la creatività di Pollock esplose come un vulcano: appoggiò la tela sul pavimento per poi farvi sgocciolare la vernice dal pennello intriso nel barattolo, muovendo la mano in aria a «disegnare» nello spazio vuoto, e finalmente diventò famoso.
De Kooning guardava a quella che chiamava la «gioia disperata» di Pollock, e ne era estremamente geloso: lui continuava a non trovare una vera distinzione tra il linguaggio astratto e quello figurativo, e Pollock per questo lo derideva in pubblico. Però quando nel 1956 Pollock guidando ubriaco perse il controllo della sua Oldsmobile, si schiantò contro due alberi e morì sul colpo, De Kooning esclamò in lacrime: «È morto. È finita. Sono io il numero uno». Ma era finita davvero? A meno di un anno dal funerale De Kooning corteggiò la fidanzata del suo rivale e ne fece la sua compagna di vita.
Qualcosa di simile avvenne tra Lucian Freud e Francis Bacon: anche Freud era affascinato da quel modo di essere di Bacon, fuori da ogni obbligo sociale e da ogni aspettativa nell’arte e nella vita, tanto che alla sua morte appese nello studio un suo grande dipinto con due uomini nudi aggrovigliati in una scena di amore e di lotta, rifiutandosi sempre di prestarlo per le mostre.
E che dire di Picasso che tenne sempre bene in vista un’opera di Matisse, l’amico degli anni giovanili, nonché l’oggetto di una vera fascinazione competitiva: era il ritratto di sua figlia Marguerite, proprio il quadro che un giorno gli amici di Picasso avevano trasformato nel bersaglio per un’allegra gara di freccette!