Corriere della Sera, 23 gennaio 2017
«E ora costruiamo». Via alle 566 case a Gerusalemme Est
GERUSALEMME Dalla soluzione dei due Stati a quella dello Stato e mezzo (o un quarto). Non è chiaro quanti chilometri quadrati e sovranità includa quella «nazione-minus» spiegata da Benjamin Netanyahu ai ministri del suo Likud. Di più – ripete il premier israeliano – agli arabi non è disposto a concedere. Per ora non arriva a rinnegare il discorso di otto anni fa all’Università Bar Ilan, dove per la prima volta il leader della destra aveva riconosciuto la possibilità di uno Stato palestinese.
È l’abiura che gli chiederebbe Naftali Bennett, alleato nella coalizione: il capo del partito dei coloni considera irripetibile l’opportunità di avere un presidente americano come Donald Trump. «Adesso o mai più», proclama l’ultradestra che spinge per l’annessione della Cisgiordania, di tutti i territori catturati nella guerra del 1967. Come primo passo, Bennett vuole dichiarare israeliana l’area di Maale Adumim, la colonia a sette chilometri da Gerusalemme. Per ora Netanyahu rinvia il voto sulla proposta ma promette di intensificare le costruzioni di edifici per gli ebrei nei quartieri arabi di Gerusalemme. Chi va già avanti è il sindaco Nir Barkat: ha dato il via libera a 566 nuove abitazioni nella parte araba della città, la decisione era stata rinviata in attesa dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Il suo vice, Meir Turgeman, ha detto all’ Afp : «Ora possiamo finalmente costruire».
Netanyahu ha parlato ieri sera con il neopresidente al telefono, all’inizio di febbraio il primo ministro andrà in visita a Washington. Oggi Trump potrebbe ufficializzare – rivela Amit Segal, giornalista politico del Canale 2 – lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, precisa che nessun annuncio è imminente: «Il progetto è ai primissimi stadi, anche solo della discussione». Le parole bastano ai politici israeliani della destra oltranzista per considerare il trasloco come deciso. Il ministro Zeev Elkin ringrazia Trump «per aver mantenuto la promessa elettorale».
Corrisponderebbe al riconoscimento della città come capitale d’Israele, mentre il dipartimento di Stato americano ha sempre ribadito che lo status possa essere determinato solo attraverso i negoziati e come parte di un accordo di pace. David Friedman, l’avvocato personale che Trump ha nominato ambasciatore, ha dichiarato in ogni caso di voler vivere e lavorare nella città. Come spiegano gli analisti, basta un ricevimento ufficiale o una placca con la parola «ambasciata» inchiodata sul muro del consolato americano a Gerusalemme, per ribaltare cinquant’anni di diplomazia e trasformare in violenza la rabbia già proclamata dai palestinesi.