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 2017  gennaio 21 Sabato calendario

«Aveva foto con tutti, tranne me » Ritratto (severo) di una madre geniale. Intervista a Roberta Camerino

Gli aggettivi per definire una madre: «Geniale, vulcanica, divertente, provocatoria, aggressiva, prepotente».
L’azzurro degli occhi segue le parole. «La mamma vera l’ho avuta soltanto negli ultimi anni di vita quando lei aveva bisogno di me. Ma che importa? La sua “assenza” è sempre stata la normalità, fin da quando ero bambina – confida Roberta Camerino –. Non ho ricordi di quel periodo. Era mio padre ad occuparsi di me. Manifestazioni materne di affetto? Se vi furono, le ho rimosse». Eppure in lei l’ammirazione per la genitrice «speciale» prevale sul disappunto. «Aveva carisma», sussurra Roberta.
Alla soglia dei 70 anni, seduta sul divano del salotto esibisce con simpatica disinvoltura la gonna sopra il ginocchio. Perfetta sulle gambe lunghe, slanciate. Basta un rapido sguardo attorno per capire che la padrona di casa colleziona gli oggetti più disparati. «Quei pesci d’argento sono tutti movibili e di origini religiose», fa notare indicandoli sotto il piano del tavolo trasparente che pare un acquario. Oltre le finestre c’è Venezia e c’è il Canal Grande. L’incontro con la figlia di una grande ed eclettica stilista scomparsa nel 2010 a novant’anni nasce da un libro. Un diario, cominciato quando la madre era viva.
Ripercorre in brevi capitoli una storia lunga e intensa, intreccia racconti e memorie. Ciò che colpisce è rapporto fra le due («Schegge di R», Roberta Camerino con Federica Repetto, Marcianum Press). L’introduzione è affidata a Vittorio Sgarbi: «Il volto sorridente di Roberta appariva sui rotocalchi come quello della signora dell’eleganza, ed era così popolare che era come vederlo in televisione…».
Chiariamo il bisticcio dei nomi. Per l’anagrafe, la stilista era Giuliana Coen, coniugata Camerino. Il marchio fashion: Roberta di Camerino. Nome e cognome della figlia con in mezzo il «di», che fa tanto aristocratico. Esaltante e frustrante per la vera Roberta. «Ero abituata a cose di questo genere – taglia corto —. Ma c’è un fatto, lo ammetto, che mi irritò non poco. Quando scoprii che fece l’impossibile pur di aggiungere sul suo passaporto l’espressione “detta Roberta di Camerino”».
«Lei era così – continua —. Concentrata su se stessa, sul lavoro e il successo. Autoritaria, sia con me che sono cresciuta in azienda e le ho lavorato accanto, sia con i collaboratori. Che pendevano dalle sue labbra».
La personalità e il narcisismo di Giuliana/Roberta di Camerino affiorano in ogni momento. «Una volta, una cliente che si trovava nel nostro atelier mi fece gli auguri di compleanno che cadeva in quel giorno – ricorda la figlia —. Mamma, seduta sul sofà, con disarmante naturalezza replicò: “Mia cara, non è la sua festa. Gli auguri dovresti farli a me, io l’ho messa al mondo”».
Nel racconto di Roberta Camerino tante tessere, o meglio «schegge», formano il mosaico esistenziale della stilista veneziana. «Una donna capace di lavorare 48 ore e poi di andare a ballare, senza sentire stanchezza».
«A proposito del ballo – rammenta – mia madre pretendeva che si insegnasse alle indossatrici il corretto passo di danza prima delle sfilate. Ore frenetiche di prove, risultato entusiasmante. Fino alla commozione quando le passerelle si chiudevano con la sua adorata melodia: Smoke gets in your Eyes».
Le creazioni Roberta di Camerino – foulard, coordinati, abiti e accessori come le mitiche borse – hanno conquistato il mondo. «Il fatto è che anche le cose pensate da me diventavano sue. Per esempio, una borsa con il manico a R che avevo disegnato». «Lei mi schiacciava ma in fondo era fiera di me», dice.
Due flash: «Non sopportavo i suoi baci cremosi. Già, la mamma si metteva tante creme. Troppe…».
Ancora: «Ci sono moltissime foto di lei in ogni posa e con personaggi del jet set internazionale. Qualche immagine assieme ai tre nipoti. Neppure una con i suoi figli. Cioè io e mio fratello».
L’azienda Roberta di Camerino è stata ceduta nel 2008 a un gruppo straniero. Ma l’erede di Giuliana Coen con la figlia Tessa («creativa, appassionata») non si è ritirata. Ha voglia di lanciare un marchio tutto suo: «Dadai, il nome che la mia piccola nipote dà a Babbo Natale».