ItaliaOggi, 20 gennaio 2017
Clinton chiude e ne licenzia 22
Clinton chiude baracca (i burattini restano). La fondazione dei coniugi è andata gambe all’aria. Nel silenzio generale, la Clinton Global Initiative, il programma planetario dei coniugi pre-destinati a guidare il mondo, chiude l’ufficio a New York, lascia a casa 22 dipendenti (ecco il documento ufficiale depositato al dipartimento del lavoro dello Stato di New York) e tanti saluti.
Tutto bene? No, perché i Clinton avevano annunciato la chiusura dell’iniziativa in caso di vittoria nella corsa presidenziale, per evitare un conflitto di interessi (evidente dai documenti pubblicati da Wikileaks) tra l’organizzazione e la Casa Bianca.
E invece si chiude anche in caso di sconfitta e la ragione è molto semplice: i donatori sono in fuga, non ha alcun senso sostenere chi non ha più nessuna capacità di influenzare il business. Se non sei dentro lo Studio Ovale, non conti nulla. Ecco perché il governo dell’Australia, quello della Norvegia e altri soggetti hanno tagliato il cospicuo assegno (secondo la National Review, l’Australia da sola ha donato 88 milioni in dieci anni di Regno Clintoniano) e tanti saluti, è cominciata l’era Trump. Fine del pay for play.
Inauguration Day. Oggi arriva Donald Trump alla Casa Bianca. Festa a Washington, gente che vuole fare la festa a The Donald in strada. Sarà una parata celebrity-free (ottimo) e Trump ha segato di netto l’appuntamento con la pista da ballo. Barack Obama e Michelle inaugurarono dieci balli, George W. Bush otto, il costruttore di Manhattan non ama piroettare come Barack e ha ridotto il programma a tre eventi danzanti. Obama accompagnerà Trump, ci sarà un the alla Casa Bianca e poi, dear Barack, you’re fired.
China War. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è appena iniziata: Wilbur Ross, prossimo segretario al Commercio di Donald Trump, ha fatto lo shampoo al presidente della Cina Xi Jinping che a Davos si è presentato come il paladino della globalizzazione. Ross, davanti al Senato americano ha detto: «La Cina ha l’economia più protezionista del mondo».
Gong. Il match è appena iniziato. La Cina, secondo l’indice della libertà economica compilato ogni anno dalla Heritage Foundation, è al 144esimo posto nel mondo, gli Stati Uniti all’11esimo. L’Homo Davos applaude Xi, il comunista, e, dentro di se, spera ardentemente che la corsa di The Donald, il costruttore di Manhattan, deragli. È il sottosopra della contemporaneità e ha i suoi lati divertenti. Quali? Seguite il titolare di List.
Theresa e l’Homo Davos. Il premier britannico Theresa May è a Davos. Una brexiter in casa dell’élite globale. Parole d’ordine del suo intervento: free trade, free markets, globalisation, liberalisation. È la risposta di Downing Street al presidente cinese Xi Jinping. Non è la Thatcher, ma è tosta e si sente. L’Homo Davos è in stato confusionale: la Brexit ci sarà, ma la signora May ha assicurato che si fa «per essere primi nel libero mercato». Allora, si chiede, l’Homo Davos, forse sta succedendo qualcosa? Sì, cari, esistono gli animal spirits dell’economia e di solito fanno a pezzi tutte le previsioni degli economisti.
Draghi Day. Riunione della Bce e conferenza stampa di Mario Draghi. Cosa c’è da attendersi? Nessuna decisione sui tassi, ma il presidente della Bce potrebbe affrontare con i giornalisti un paio di temi che interessano i mercati:
1. Che titoli acquistare con il programma di Qe e soprattutto cosa si fa con la Germania che non ha titoli sufficienti sul mercato;
2. Banche italiane, rispondere alle critiche di Padoan e caso Monte dei Paschi;
3. Politica economica degli Stati Uniti nell’era Trump. Tre palle, un soldo.
ilfoglio.it – List