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 2017  gennaio 20 Venerdì calendario

Il giorno di Trump

DUBITO che anche il più sfrenato ammiratore di Donald Trump possa aspettarsi un discorso di insediamento memorabile quando giurerà come presidente. Anche se Trump possiede doti di comunicatore (per esempio l’uso di Twitter come manganello politico), le sue capacità oratorie non sono particolarmente impressionanti.
E se pronuncerà un discorso dimenticabile, almeno in questo avrà rispettato le tradizioni della politica americana, perché la stragrande maggioranza dei discorsi di insediamento dei presidenti Usa sono assai poco entusiasmanti. D’altronde, i grandi discorsi di solito arrivano in reazione a eventi di grande importanza. E il passaggio di potere da un presidente regolarmente eletto a un altro è diventato routine, così come, ahimè, l’oratoria che lo accompagna.
La prima volta che la presidenza passò di mano fra schieramenti contrapposti negli Usa fu nel marzo del 1801, quando Thomas Jefferson succedette a John Adams. E quel pacifico trasferimento di poteri fu effettivamente un’occasione importante. L’animosità tra lo schieramento che sosteneva Jefferson e quello che sosteneva Adams era molto accesa, e ognuna delle due parti vedeva la potenziale vittoria dell’altra come un disastro certo per la nazione: Adams secondo i sostenitori di Jefferson era un servo dell’Inghilterra e un monarchico sotto mentite spoglie; per i seguaci di Adams, del Partito federalista, Jefferson era un demagogo ateo che strizzava l’occhio alla plebaglia e avrebbe fatto dell’America uno Stato cliente della Francia. A causa di un difetto nel meccanismo originario delle elezioni nazionali, Jefferson e il candidato vicepresidente, Aaron Burr, ricevettero ciascuno lo stesso numero di voti elettorali, rimettendo l’elezione nelle mani della Camera dei rappresentanti, dove molti federalisti manovrarono per privare Jefferson della vittoria sostenendo l’ambizioso Burr.
Alla fine Jefferson l’ebbe vinta e nel suo primo discorso di insediamento fece leva sulle sue doti oratorie per cercare di mettere quelle divisioni alle spalle. Nonostante i contrasti evidenziati dall’elezione, sottolineò che «ogni differenza di opinione non è una differenza di principi. Abbiamo chiamato con nomi diversi fratelli con gli stessi principi. Siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti». Jefferson era un politico tanto abile, e i suoi avversari federalisti tanto maldestri, che nel giro di neanche vent’anni il Partito federalista era sostanzialmente sparito. Ma non era sparita l’animosità politica. Nel 1828, una campagna molto accesa tra il presidente John Quincy Adams (figlio dell’uomo che era stato sconfitto da Jefferson) e l’eroe militare Andrew Jackson precipitò di nuovo nel personale, e la vittoria di Jackson spinse molti che fino ad allora avevano visto il Governo come un’entità ostile ai loro interessi a considerarlo un potenziale alleato. Per celebrare la sua vittoria (e forse per sollecitare un posto nell’amministrazione federale o un favore), migliaia di sostenitori di Jackson vennero a Washington per festeggiare il suo insediamento. E anche se il discorso che tenne quel mese di marzo non fu il più memorabile della storia, la scena che seguì rimase impressa nei ricordi. All’epoca c’era la tradizione di ricevere i sostenitori alla Casa Bianca dopo la cerimonia. Ma quello che fino ad allora era stato un contegnoso raduno si trasformò in una ressa tumultuosa, con folle che invasero la residenza del presidente, presentando i loro omaggi, ispezionando le stanze, salendo sui mobili e bevendo il punch. Secondo un resoconto, una grande coppa da punch fu spostata in giardino per cercare di attirare la folla all’aperto. Jackson stesso, in lutto per sua moglie, che era morta poco dopo le elezioni, si ritirò nei suoi appartamenti per sfuggire alla calca.
L’insediamento di Jackson segnò in qualche modo un progresso dalle tradizioni aristocratiche del passato a un tono più populista, ma le cose sono andate anche in senso contrario. Una tradizione che si creò fu quella del Ballo Inaugurale, o addirittura una serie di ricevimenti eleganti la sera del giorno della cerimonia. Nel 1977 il presidente entrante, Jimmy Carter, scelse di non organizzare nessun ballo, sostituendolo con una serie di concerti nei musei; quattro anni dopo, quando Carter fu sostituito da Ronald Reagan, la coppia presidenziale presiedette a una serie di eleganti balli in maschera, per la delizia dei tanti sostenitori facoltosi del neopresidente. L’elezione di Reagan segnò la fine di mezzo secolo di graduale allargamento dei poteri e maggiore coinvolgimento dello Stato nella salute e nel benessere di tutti i suoi cittadini, un cambiamento che era stato messo in moto nel 1933 dal più grande presidente americano dei tempi moderni, Franklin Delano Roosevelt.
Al momento del suo insediamento, le condizioni erano drammatiche: un lavoratore americano su quattro era disoccupato, le amministrazioni comunali e statali non avevano più fondi per gestire la massa crescente di senzatetto e una nazione che per un secolo e mezzo si era fatta vanto di una prosperità apparentemente senza limiti ora doveva fare i conti con gravi penurie di generi alimentari. Quando Roosevelt entrò in carica, un assalto agli sportelli, con i correntisti che cercavano di ritirare i soldi depositati in banca per paura che gli istituti di credito fossero sul punto di fallire, minacciava di trasformare in realtà quel tracollo paventato. Nel suo discorso, Roosevelt parlò della necessità di parlare sinceramente dei problemi che la nazione aveva di fronte. E poi proseguì: «Per prima cosa voglio affermare la mia salda convinzione che la sola cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa. Il terrore senza nome, irrazionale, ingiustificato, che paralizza gli sforzi necessari per convertire un arretramento in un progresso». Naturalmente le parole di Roosevelt sarebbero state derubricate dalla storia a vuota retorica se non le avesse sorrette con la serie di iniziative nota come i Cento Giorni, che contribuì ad arginare la paura e avviare il processo lungo e impervio di ricostruzione dell’economia americana e creazione delle basi per la crescita futura.
In un momento molto più incoraggiante della storia americana, John Fitzgerald Kennedy esortò una nuova generazione di americani a «non chiedere che cosa può fare il vostro Paese per voi: chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese». E proseguiva: «Ai miei concittadini del mondo dico: non chiedetevi che cosa farà l’America per voi, ma che cosa possiamo fare insieme per la libertà dell’uomo». A posteriori, queste brevi frasi sembrano adombrare gran parte dei sommovimenti degli anni 60. L’idealismo americano, si scoprì, poteva essere molesto come l’ambizione imperiale di una volta, di cui a tratti ha assunto le sembianze.
Il vertice della classifica dei discorsi di insediamento dei presidenti americani è occupato dai due di Abraham Lincoln. Nel primo, pronunciato nel 1861 mentre gli Stati del Sud stavano dichiarando la secessione, cercava di tenere insieme la nazione. Come Jefferson nel 1801, tentò di relativizzare le divisioni che si erano manifestate in campagna elettorale facendo appello agli interessi e alla storia in comune del Nord e del Sud: «Sono riluttante a concludere. Noi non siamo nemici, siamo amici. Non dobbiamo essere nemici. La passione può aver messo alla prova i nostri legami, ma non li deve spezzare. Le corde mistiche della memoria, che si estendono da ogni campo di battaglia e ogni tomba di patriota a ogni cuore vivente e ogni focolare in tutta questa immensa terra, si uniranno di nuovo al coro dell’Unione quando saranno toccate nuovamente, come succederà senz’altro, dagli angeli più nobili della nostra natura».
Per sfortuna di quella generazione, seguirono quattro anni di atroci spargimenti di sangue, e quando si rivolse alla nazione nel 1865 Lincoln, nonostante l’Unione fosse a un passo dalla vittoria (che neppure in quel momento dava per scontata), fu misurato: «Vivamente speriamo, ardentemente preghiamo che questo terribile flagello della guerra cessi presto. Ma se Dio vorrà che continui finché tutta la ricchezza accumulata da duecentocinquant’anni di lavoro non retribuito degli schiavi non sarà andata in rovina, e finché ogni goccia di sangue versata con la frusta non sarà ripagata da un’altra versata con la spada, come venne detto tremila anni fa, si dovrà comunque dire che ‘i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti’.
«Con malanimo verso nessuno, con carità per tutti; con fermezza nel giusto – per quel che Dio ci consente di conoscere il giusto – battiamoci ancora per completare l’opera intrapresa, per fasciare le ferite della nazione, per provvedere a coloro che hanno sopportato il peso della battaglia e alle loro vedove e orfani, per fare tutto ciò che può servire a raggiungere e conservare una pace giusta e duratura fra noi e con tutte le nazioni».
Donald Trump non deve fronteggiare i problemi che dovevano fronteggiare Lincoln e Roosevelt, e possiamo sperare che non dovrà mai farlo. Perciò, se il suo insediamento non ci offrirà un discorso da ricordare fra cento o duecento anni, forse possiamo consolarci col pensiero che i grandi discorsi di insediamento arrivano in tempi di grande crisi nazionale, e tener conto delle fortune che possiamo trovare nel momento attuale.