Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 20 Venerdì calendario

I ritardi

PESCARA È stata una tempesta perfetta e drammatica quella che ha incrociato il destino degli ospiti dell’Hotel Rigopiano, nel pomeriggio di mercoledì 19 gennaio. Una combinazione catastrofica di eventi naturali rari pure per il Gran Sasso. Ma non è solo questo. Già, perché a segnare la sorte di quelle famiglie, oltre alla slavina, è stata anche una catena di comando faticosa che, tra la prima segnalazione al 118 del disastro, le 17.40, e l’invio della colonna di soccorso, poco dopo le 19.30, ha perso quasi due ore. I dettagli di ciò che è successo compongono una storia ancora da scrivere, e sulla quale cercherà di mettere ordine la procura di Pescara: il fascicolo aperto dal pm Andrea Papalia per omicidio colposo è già pieno di testimonianze e carte che dovrebbero aiutare a fare luce sui due aspetti chiave di tutta questa vicenda: la valutazione dei rischi da parte delle autorità e la tempistica dei soccorsi.
Torniamo a lunedì scorso. Da giorni, Meteomont, il servizio nazionale di prevenzione delle valanghe, indicava nella zona del Gran Sasso un rischio quattro (su una scala di cinque). Ciononostante né la Regione né gli altri enti locali emettono alcuna ordinanza di evacuazione delle zone a rischio. E però lunedì alle 18 il prefetto di Pescara Francesco Provolo fa aprire un Centro Operativo Comunale (Coc) a Penne, il comune più grande della zona. Nevica ormai da due giorni, metà delle case è senza luce, le strade sono solo parzialmente agibili.
Fino a questo momento l’hotel Rigopiano è solo uno dei molti “punti d’attenzione” dello scenario, uno dei tanti alberghi isolati dalla neve. Ha una storia importante, il Rigopiano: ex casolare diventato resort a 5 stelle, incappato nel 2013 in un processo per corruzione e abuso edilizio (riguardava l’ampliamento della zona fitness), conclusosi con un’assoluzione piena di tutti gli imputati. Martedì mattina due agenti della polizia provinciale scortano fin lassù una piccola carovana di clienti: cinque macchine, in quattro ci sono solo coppiette, nella quinta una famiglia di quattro adulti più un bambino (ora tutti dispersi). Gli agenti li fermano lungo la provinciale per consentire agli spazzaneve di completare il lavoro: ci vogliono tre ore per pulire i nove chilometri di strada tra il bivio sopra Farindola e la struttura.
Si arriva a mercoledì, quando il terremoto delle 10.25 (magnitudo 5.1) ribalta lo scenario. Nessuno ancora pensa di evacuare le zone a rischio, tuttavia alle 14.30 viene aperto un secondo grande centro di emergenza nel palazzetto dello sport di Penne, gestito dalla protezione civile e dai vigili del fuoco, che deve coprire tutta l’area Vestina, dunque anche il comune di Farindola dove si trova l’hotel.
Sull’unica via d’accesso alla struttura, la provinciale, in quel momento ci sono neve, alberi spezzati, massi, voragini. È inagibile. Lo spazzaneve che avrebbe dovuto riaprirla e consentire agli ospiti in attesa nella hall di tornare a valle non arriverà mai. Non può arrivare, con quelle condizioni. Originariamente (così almeno racconta Giampiero Parete, uno dei due superstiti) era previsto per le 15, poi viene annunciato per le 16, infine per le 19. Resterà solamente un miraggio.
Come un miraggio, per infinite ore, resteranno i soccorsi. Intorno alle 17.30 la montagna bianca sopra l’albergo cede. La prima chiamata in prefettura è di pochi minuti dopo. «La signorina che ha risposto mi ha detto che avevano altro da fare, altre emergenze», spiega Quintino Marcella, il ristoratore di Silvi Marina cui Parete affida uno dei suoi tanti sos. Cosa sia esattamente successo non è chiaro, probabilmente si è generato un equivoco con una chiamata – precedente alla slavina – arrivata in prefettura sempre da quell’albergo. Fatto sta che fino alle 19.04, quando la prefettura allerta un volontario della protezione civile, nessuno al centro d’emergenza di Penne ha un’idea precisa delle dimensioni della catastrofe. Dalle 19.04 alle 19.33 ci sono 5 telefonate tra Marcella e la protezione civile (le altre sono alle 19,08, 19,17 e 19,24). Solo dopo alle 19.33 – due ore dopo il primo allarme – parte d’urgenza la colonna dei soccorsi, che però non possono contare su alcun appoggio aereo perché è notte. Oltretutto, da alcuni giorni a causa del trasferimento di uomini e mezzi della Forestale ai Carabinieri gli elicotteri non si alzano più dalla vicina base dell’aeroporto Ciuffelli di Rieti.
A metà del percorso agli spazzaneve finisce il gasolio e questo provoca un ulteriore ritardo (le taniche di carburante sono state portate a piedi dai vigili del fuoco). La corsa si interrompe definitivamente quando nel cuore della notte le condizioni della strada si fanno proibitive: per procedere occorre una turbina. A quel punto, in attesa dell’alba (e della turbina, che poi si guasterà per un’ora durante le operazioni), gli unici in grado di arrivare sul posto sono gli alpini della guardia di finanza, armati di sci con la pelle di foca. Ma sarà troppo tardi.