Corriere della Sera, 20 gennaio 2017
Agostino Tassi dissoluto (im)punito
La vita e l’opera del pittore Agostino Buonamici, detto Tassi dal nome del marchese di cui fu paggio, sono documentate da Luigi Lanzi nella Storia pittorica (1824) e da Luciano Berti, che lo descrive come uno «smargiasso, avventuriero, soggetto da galera». Aggiungere altri contenuti è «difficillimo» come scrisse un amico di Pietrangelo Buttafuoco, autore di La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore (Skira, pagine 108, e 13). Ma il fine del libro di Buttafuoco è quello marinista di conferire qualità letteraria a fatti documentati, accompagnando il lettore nella vita fetida e sublime del tintore Tassi.
Come narra Buttafuoco ( nella foto sotto ), servendosi di anafore, antichismi e gusto barocco con punte di efferato iperrealismo, la prima a vedersela male con il Tassi fu la moglie Maria, una di quelle – si diceva allora come oggi – che se l’erano andata a cercare. Ex prostituta, «fa becco» il Tassi con il pittore Monaldo detto il Fugge ( nomen omen ). In quel mondo di spioni, Tassi lo viene a sapere in un battibaleno. E, sebbene fornichi a sua volta con Costanza, moglie del garzone Filippo, assolda due killer per far fuori la consorte, che fugge.
Lasciata la Toscana per Roma, la vita del Tassi, se possibile, peggiora, sino al climax dello stupro dell’allieva Artemisia, avvenuto il 6 maggio 1611, un anno dopo il suo arrivo nella Capitale dove lavorava con Orazio Gentileschi, padre della donna. Tassi è attestato con Orazio a decorare la Chiesa di Santa Maria della Pace e la loggia del Casino delle Muse. A Roma, ha un secondo compagno di merende, il furiere Cosimo Quorli, un esperto in bettole che per prima cosa riferisce al Tassi della figlia di Orazio: si chiama Artemisia e «la sua carne merita degna cucina». Orazio «la tiene serrata in casa. Ma i mosconi ne sentono il caldo odore». Orazio pare Rigoletto con Gilda; quanto al maldicente Quorli – che sgrana pure un elenco telefonico di chi «se l’è già goduta» – non c’era persona più sbagliata del Tassi al quale riferire la cosa: «A lupo vecchio non si insegna la tana».
Artemisia non è il primo trofeo romano del pittore: prima c’è Tuzia, la locataria scelta da Orazio per sorvegliare la figlia. Andiamo bene: Quorli spedisce a Viterbo il marito di Tuzia per lasciare campo aperto al Tassi. Tuzia lascia i bambini da Artemisia e non si fa pregare. Giorni dopo la scena si ripete al contrario: Tuzia tiene i bambini per apparecchiare l’incontro tra Artemisia e Tassi. Qui, Buttafuoco si butta in un corpo a corpo con la scrittura: esibisce corpi, sudori, umori, nequizie in stile Ragazzi di vita del Seicento. Spoglia di ogni pudore (l’autore la descrive come la pulzella di De Andrè), Artemisia gira nuda per casa e con l’appetito che il Tassi si ritrova le cose non possono andare che secondo Natura. Solo che Artemisia risulterebbe vergine – altro che lista del Quorli! – e chiede a Tassi di metterle l’anello al dito. E qui non ci siamo; Tassi non ha l’anello al naso e, sebbene non lo sappia, sua moglie è ancora viva, checché ne dicano i due bugiardi killer assoldati per ammazzarla.
Il processo intentato da Orazio contro il Tassi per lo stupro della figlia – ma ciò che lo mosse fu la mancata restituzione di 200 scudi – risale al febbraio 1612 e dura sette mesi. Tassi aveva precedenti di non poco conto; a parte la questioni con Maria, aveva rotto con un pugno la mandibola a Lurbizia, una prostituta all’Ortaccio di Ripetta. Ed era finito nelle segrete di Corte Savella, dove Buttafuoco fa passare in quei giorni anche Caravaggio (una licenza poetica). Il ritardo della denuncia del Gentileschi suscitò perplessità e Artemisia fu da molti ritenuta consenziente. Il 27 novembre 1612, comunque, Agostino «il cinghiale» fu condannato e scelse l’esilio. Poco dopo, Passeri racconta che Tassi e Orazio tornarono a lavorare insieme.