Corriere della Sera, 20 gennaio 2017
La maledizione infinita del debito che perseguita i vinti e i vincitori
In tedesco Schuld significa «colpa», ma anche «debito». E Schuldfrage è appunto la «questione della colpa», dunque anche del debito, che la Germania si addossò alla fine della Prima guerra mondiale. Nel 1919, riconobbe di essere stata l’unica responsabile della strage, e pagò il conto presentatole dai vincitori: le mutilazioni territoriali, più 132 miliardi di marchi oro. La Germania era un pianeta devastato: in un anno, 103 persone sarebbero morte di fame a Berlino. Così, a Versailles, temendo il crollo finale tedesco e l’instabilità dell’Europa intera, Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero anche accettato di presentare richieste meno pesanti: chiedere a Berlino più di due miliardi di marchi oro sarebbe stato «irragionevole», aveva ammonito l’economista inglese John M. Keynes. Alla fine prevalse però, imposta dalla Francia che più di tutti aveva sofferto, la «filosofia della colpa»: l’espiazione, generatrice di nuovo odio da parte dei tedeschi; ma di un’altra generazione di tedeschi, responsabile solo in parte della guerra. Quell’odio avrebbe contribuito a fecondare il regime omicida del nazismo.
È avvenuto anche in altre terre ed epoche, ogni volta che si è trattato di saldare i conti fra creditori/vincitori e debitori/sconfitti. E qui c’è la domanda centrale, che oggi si pone Sergio Romano, storico, scrittore e diplomatico, editorialista del «Corriere della Sera»: «È utile o opportuno chiedere a un Paese che ha cambiato regime il pagamento dei danni provocati da un regime precedente?». Il suo libro Guerra, debiti e democrazia. Breve storia da Bismarck a oggi (Laterza, con prefazione di Fabrizio Saccomanni) offre una risposta netta: in generale no, non è opportuno presentare al nuovo avventore il conto del vecchio. Soprattutto se quest’ultimo era un vandalo furioso e un ubriacone: può accadere che nessuno paghi, o vada a fuoco la trattoria.
Il debito è comunque un fantasma che attraversa tutta la storia dell’umanità. Romano ne ritrova fili e grovigli, sciogliendoli con il suo bisturi da storico. Debiti fra Stati e Stati, fra Stati e privati, tra famiglie e imprese, fra esseri umani in carne ed ossa e società finanziarie impalpabili come meduse (nel 2008, il valore teorico di tutti i prodotti finanziari derivati aveva toccato i 600 trilioni di dollari, «vale a dire 10 volte il Prodotto interno lordo mondiale»).
E forse lo intuiamo solo ora: almeno nel metodo, non c’era molta differenza fra la banca americana che rifilava ai suoi clienti insolventi dei mutui senza uno straccio di garanzia, o meglio garantiti da altri debiti, e il grande Stato europeo (Germania?) che rastrellava imprese e titoli di Stato da governi quasi in bancarotta (Grecia?). Contratti e ricatti, patti d’onore e indegni giochi di prestigio.
Ma a volte, da qualcuna di queste ombre può anche giungere lo spunto per qualche buona idea. Potrebbe essere il caso della Brexit, tanto temuta come futuro pozzo di nuovi debiti. Lasciamoli pure andare, gli inglesi, suggerisce Romano: perché Brexit «non è una mutilazione, ma l’occasione da cogliere per realizzare un’Europa che recuperi il progetto originario». Quello di Delors, di Mitterrand, di Stiglitz, di Monti, fatte salve ovviamente le rivoluzioni giunte nel frattempo con gli allargamenti a Est. In fondo, «la Gran Bretagna non ha mai condiviso il progetto federalista dei Paesi fondatori». Ma se ora ci ripensasse e cercasse di «conservare tutti i benefici dell’Ue senza pagarne il prezzo» con qualche accordo di compromesso? Se dicessimo di sì, dovremmo dire di sì anche ad altri. «E qui – staffila Romano – perderemmo una storica occasione». Quella, appunto, di ritrovare l’Ue originaria.
Brexit a parte, e per tornare al ciclone del debito, va ricordato che è la stessa democrazia a concorrervi, con le sue campagne elettorali trasformate in gare di promesse «sempre più numerose e difficili da mantenere». Sempre più costose. E «quando diventa necessario alla politica, è difficile che il denaro venga usato soltanto per il costo di una campagna elettorale». Ma «ogni malversazione con denaro pubblico ha inevitabilmente un numero di testimoni e complici molto superiore a quello delle persone che ne traggono il maggiore vantaggio. È difficile immaginare che complici e testimoni non si sentano implicitamente autorizzati a fare altrettanto. Un Paese in cui il tasso di corruzione è elevato non può avere i conti in ordine». E qui, dietro al computer, al grande storico torna forse ad affiancarsi il grande diplomatico: se quel Paese ha un nome, resta impigliato in qualche angolo della tastiera.