Corriere della Sera, 20 gennaio 2017
Giacomo Debenedetti e la nostalgia del personaggio
Il 20 gennaio 1967 fa moriva, a 66 anni, Giacomo Debenedetti, saggista e critico la cui opera rimane imprescindibile per comprendere il Novecento letterario italiano. Collaboratore di Alberto Mondadori e tra i fondatori del Saggiatore, è stato, alla fine degli anni Cinquanta, il curatore della «Biblioteca delle Silerchie», piccoli volumi cartonati, dalle copertine colorate e dalla grafica raffinata e innovativa, che allineavano testi di genere diverso, specchio delle sue preferenze di lettore. Iniziarono con un testo minore di Thomas Mann, Lettera sul matrimonio (il discorso che l’autore dei Buddenbrook rivolse alla moglie in occasione del settantesimo compleanno), in cui Debenedetti lesse, tra le altre cose, anche «la ritrosa e pudica, ma sempre presente passionalità del Maestro»; finirono con Le coefore di Eschilo nella traduzione di Edoardo Sanguineti. In mezzo uscirono testi di «autori di primissimo piano» come Franz Kafka, Luigi Pirandello, Umberto Saba, D. H. Lawrence, William Faulkner, Ingeborg Bachmann, Katherine Mansfield, Jorge Luis Borges ma anche qualche pagina filosofica (come il Breviario di Søren Kierkegaard o Del tragico di Karl Jaspers), le 26 litografie per Le mille e una notte di Marc Chagall, le Miniature persiane e le pagine d’arte di Franz Marc, Cesare Brandi o Massimo Pallottino.
Ogni volume era raccontato, invece che dal risvolto di copertina, da un foglietto collocato all’interno, scritto (ma non firmato) dallo stesso Debenedetti che era anche un eccellente narratore. Una scelta si può leggere in Preludi, la raccolta pubblicata nel 1991 da Theoria a cura di Michele Gulinucci e con uno scritto di Edoardo Sanguineti, riedita da Sellerio nel 2012 con l’introduzione di Raffaele Manica.
Il figlio Antonio, in G iacomino (bellissimo libro che, raccontando la storia del padre, rievoca con straordinaria vividezza un’epoca intera), attribuisce alla «seconda natura» del padre – quella «dominata dall’intelligenza libertina» —, la fantasia critica che caratterizza la scrittura e l’opera di Debenedetti e che si ritrova anche nelle note editoriali, succinte, chiare, piene di immaginazione. La prima, quella «rabbinica», lo accompagnava invece nei rapporti con la famiglia e con lo studio.
Ora appare quanto mai appropriato che il nuovo ciclo della collana rilanciata dal Saggiatore nel 2012 termini con uno dei testi più significativi di Debenedetti, ripubblicato proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, Il personaggio-uomo. Il volume, che uscì postumo nel 1970, raccoglie vari saggi del critico agglomerati attorno a Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, scritto nel 1965 (pubblicato su «Paragone») in seguito a una tavola rotonda su narrativa e cinema a cui lo scrittore prese parte alla Mostra del cinema di Venezia. Insieme ci sono Un punto d’intesa sul romanzo moderno? (1963), Il personaggio-uomo nell’arte moderna (1963), Con gli occhi chiusi (1963) e un’appendice di altri tre testi affini: Puccini e la «melodia stanca» (1961), Il tarlo in valuta oro (1959) e Vittorini a Cracovia (1967).
Il libro si può leggere come una sorta di testamento intellettuale attraverso cui il critico-saggista che meglio di chiunque altro ha saputo leggere la forma romanzo, riconosceva nel destino dei personaggi quella che Cesare Garboli definì «la cieca avventura di vivere». Una raccolta che, come sottolinea Raffaele Manica nella introduzione, oltre a rivelare l’«intonazione» del critico (che doveva consistere in «una prosa sostenuta sulle nervature sostanziose del ragionamento e, insieme, sensibile alla varietà autobiografica di chi la scrive», secondo le parole dello stesso Debenedetti), si pone di fatto come il punto d’arrivo delle indagini sul romanzo consegnate ai quaderni delle lezioni universitarie, poi pubblicate postume nel 1971 con il titolo Il romanzo del Novecento e l’introduzione di Eugenio Montale.
Quasi un passaggio di testimone, scrive Manica, «che salda il Debenedetti scrittore al Debenedetti orale». Punto di partenza, anzi forse di arrivo, è il processo di disintegrazione del personaggio «a tutto tondo» nel romanzo europeo in atto dall’inizio del Novecento e preparato dal pensiero di quelli che Paul Ricoeur definisce «i tre maestri del sospetto» – Marx Nietzsche e Freud – che triturano l’idea di un soggetto assoluto, razionalmente orientato, proprio della tradizione cartesiana. Un processo che in letteratura si esplica nella rottura con il romanzo ottocentesco naturalista portato avanti da autori come Proust, Kafka, Svevo, Pirandello, Joyce, Tozzi a cui Debenedetti ha dedicato nel corso del tempo molte delle sue riflessioni critiche.
Nel caos novecentesco il personaggio non ha più corpo e il critico si diverte con quella sua prosa letteraria che unisce acume, umorismo, precisione, a smontare le estremizzazioni a lui contemporanee, partendo da quelle di Robbe-Grillet che chiama i suoi personaggi con le lettere dell’alfabeto. La vita grama del personaggio-uomo, dissolto in «una miriade di corpuscoli che lo fanno sloggiare dalla ribalta» e «richiamato solo nel momento in cui serve a incollare i suoi minutissimi cocci» precipita definitivamente con il teorico del Nouveau Roman: è lì, scrive Debenedetti, che «lo sciopero dei personaggi» dichiarato, forse in modo più chiaro di altri da Pirandello, diventa una vera e propria «serrata».
La metamorfosi del personaggio-uomo nel «personaggio-particella», epitome del dialogo tra letteratura e scienza, è una delle straordinarie sintesi con cui Debenedetti seppe cristallizzare il tempo che ha vissuto, con i piedi dentro la tradizione e la testa nella contemporaneità. Disegnando una mappa con cui il lettore accorto si può ancora orientare perché, scrive Manica, il primo intento di Debenedetti «è sempre quello di comunicare una necessità, anche agli indifferenti verso la letteratura».