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 2017  gennaio 20 Venerdì calendario

Carla Fendi: «I miei genitori? Severi, soprattutto la mamma. Se si mordeva le mani era un brutto segno»

Una volta a Roma le strade dello shopping non erano tra via Condotti e piazza di Spagna, ma a via del Corso (oggi ridotta a una jeanseria), nel tratto fra Largo Goldoni e piazza Venezia. E lì, in via del Plebiscito, nel 1925 Adele Casagrande e Edoardo Fendi aprirono un piccolo negozio. «Partirono dal niente, un fornitore li incoraggiò con un prestito», racconta Carla Fendi. Lei, che incarna il simbolo delle due «Effe» incrociate, è una specie di soldatessa sabauda: disciplina, gentilezza, tenacia, cura dei dettagli. Le origini della famiglia sono per metà piemontesi e per metà napoletane, la madre di suo padre era dama di corte di Casa Savoia.
Dal 2007 Carla si dedica a tempo pieno alla Fondazione che porta il suo nome: dall’Accademia di Santa Cecilia al Festival di Spoleto, dal Fai all’Opera di Roma, è diventata una mecenate dell’arte. In Italia manca l’apporto dei privati. Se si escludono banche e istituzioni, sono poche le famiglie che fanno ciò che in passato, dai nobili, era vissuto come un dovere. Carla è la quarta delle cinque sorelle che nel 1960, dopo la morte del padre, presero il comando della maison. «Mia madre era orfana di padre, andò a Firenze da sua zia, ma chiese di poter lavorare, anche se all’epoca poche donne lo facevano. Non voleva essere mantenuta dai parenti. Avevano una pelletteria. È cominciato tutto così. Poi mamma si fidanzò con mio padre e tornò a Roma, dove aprirono la loro pelletteria, a cui aggiunsero una piccola guarnizione di pellicceria: il manicotto, il cappello, la sciarpetta. Si portavano molto».
Saranno famosiLa sorella maggiore, Paola, interruppe gli studi per aiutare la mamma che era rimasta sola. Suo padre lo aveva predetto: «Il marchio Fendi diventerà famoso. Perché il cognome è breve, unico, ed è musicale in tutte le lingue del mondo». «Erano severi, soprattutto mamma. Quando si mordeva le mani era un brutto segno, si stava trattenendo per darci uno schiaffo. A tavola tutti raccontavamo la giornata, era un momento di libertà. Oggi nelle case il dialogo è rovinato dalla tv. Più tardi, certi pranzi fra noi cinque sorelle sembravano dei Consigli di amministrazione. Si discuteva, a volte volavano i piatti. Ma cercavamo di ricordarci la regola dei nostri genitori: «Siete le cinque dita di una mano: non potete litigare». Ognuna si ritagliò il suo ruolo. A Carla toccò soprattutto la vendita e la comunicazione. «Uno dei primi insegnamenti ricevuti da mamma è come si deve ricevere il cliente. Bisogna essere ancora più gentili con chi non acquista nulla, perché potrebbe tornare. Era attenta alla cosa pubblica, il marciapiede davanti al negozio deve essere uno specchio».
Nessuna delle sorelle sapeva disegnare. Quando, nel 1965, cominciarono l’attività delle pellicce, si affidarono a degli stilisti. Ma nessuno le soddisfaceva. «Erano pellicce pesanti, grandi, il marito le comprava alla moglie per mostrare la sua posizione economica. La svolta fu quando un nostro amico, il conte Franco Savorelli di Lauriano, ci presentò Karl Lagerfeld, che dopo cinquant’anni è ancora in azienda. Portava già i capelli col codino. Uno dei modelli che portò alla sua prima collezione fu il cincillà color albicocca. È come prendere un diamante puro e dipingerlo di giallo. Uno shock. Siamo andati sempre d’accordo, è colto, ha una curiosità onnivora, pronto a rivedere un’idea. Quando un disegno non gli piaceva lo gettava nel cestino. Io andavo a raccoglierlo. Così ho creato l’archivio Fendi a Palazzo Ruspoli». Il mercato più difficile? «Quello americano. «Negli Anni 70 vi andammo con l’Istituto per il commercio estero. Toccammo la provincia, che nella creatività era molto indietro rispetto all’Europa. Tornammo a mani vuote. Ma l’anno dopo ci presentammo a New York alla buyer di Henri Bendel, il department store più sofisticato, con le valige piene di pellicce e una mannequin».
Il sogno americanoLa buyer se sbaglia collezione salta come un tappo di champagne. Le Fendi entrarono nella guerra (vinta) per conquistare le vetrine dei grandi magazzini USA. Poi venne il ‘68, le proteste coinvolsero le donne in pelliccia, simbolo della borghesia decadente. Ma Catherine Deneuve disse a Carla: «Se non ho il piacere dello zimbellino, è come togliermi le lenzuola di lino». Tanto cinema, Fellini e Visconti, Bolognini e Zeffirelli, Evita con Madonna e Il diavolo veste Prada con Meryl Streep; gli abiti della sartoria Tirelli oggi in custodia di Dino Trappetti, e l’amicizia con Piero Tosi; la mostra di moda e arte alla Galleria d’arte moderna; la valorizzazione degli artigiani («un modo per salvare i giovani dalla disoccupazione»); l’amato marito Candido Speroni scomparso tre anni fa che le ha trasmesso la passione per la musica, Riccardo Muti gli ha reso omaggio a Spoleto: «Ha accettato anche perché nessun privato in Italia aveva restaurato un teatro».
Una baguetteNegli Anni 90 la rivoluzione della borsa baguette. «Fu un’idea di Silvia, una delle 11 nipoti. La borsa fino allora era piccola, rigida, c’entrava poca roba. Noi ci siamo dette: oggi le donne lavorano, qui bisogna cambiare tutto. Era il momento dei materiali poveri. Non ci aveva ancora pensato nessuno alla borsa pratica a tracolla, comoda, morbida, leggera, si portava come il filone di pane a Parigi, la baguette. Era di tutti i colori e i materiali, ne realizzammo 500 versioni». Siamo al 2000. Le Fendi vendono al colosso francese LVMH. «Abbiamo ceduto ai corteggiamenti e, a malincuore, abbiamo venduto. Poi ci hanno seguito altri. Il mondo si globalizza, per essere competitivi c’è bisogno di una potenza economica. Il dispiacere è che, tra chi si è offerto, non c’è stato un solo imprenditore del nostro paese. L’Italia non ha mai creduto nella sua moda, questo è il cruccio». Le sorelle Fendi si sono fatte da sole, tenendosi lontane dalla politica. In fondo, una tipica storia italiana.