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 2017  gennaio 20 Venerdì calendario

«Riprendiamo l’America». Il popolo di The Donald ha già invaso Washington

WASHINGTON Molti non erano mai stati a Washington. Famiglie con figli teenager, coppie di mezza età, soprattutto. Raccontano di aver guardato da lontano e con disprezzo la politica fino a quando non è comparso Donald Trump. «Siamo con lui fin dal primo giorno, perché siamo stanchi del clima lassista del Paese, della corruzione», dice Ellie e chiama a raccolta la famiglia: il marito Jim e due ragazzi con il cappellino rosso del tycoon «Make America great again». Vengono da St. Augustine, Florida. Prima volta nella capitale. Bryan McLead, 57 anni, invece c’era già stato, ma sua moglie Linda, no. Si aggirano di prima mattina nel cimitero di guerra a Arlington, «il luogo più sacro della Nazione», si legge sul cartello. Trump ha cominciato da qui, deponendo una corona con il nastro rosso alle 16 di ieri pomeriggio, il percorso finale verso la Casa Bianca che culmina oggi alle ore 12. Il nuovo presidente giura su due esemplari della Bibbia, quella usata da Abraham Lincoln e, sorpresa, la copia che gli regalarono quando era bambino.
A Washington sembra di vivere la vigilia di un capodanno speciale: l’inizio di un’era diversa, imprevedibile, che eccita una metà degli americani e spaventa l’altra. Con eguale intensità. I supporter, gli ultrà di «Donald» scivolano tra le barriere della polizia, i blindati; si confondono con le centinaia di studenti in viaggio di formazione, programmato tre mesi fa. Guardano la cupola di Capitol Hill, la lunga stele del Washington Monument, le facciate solenni, le colonne dei palazzi del potere come se fossero novizi in visita a San Pietro. È la «gente nova», inattesa, sbucata dalle profondità dell’America. Bryan, ferroviere, e Linda di Valdosta, Georgia; Ruth e Robert, piccoli imprenditori di San Antonio, Texas; Maria, studentessa del Kentucky, con l’intera famiglia al seguito.
Questa è la strada, la piazza. Poi ci sono i grandi alberghi, esauriti da settimane, le residenze lussuose dove gli amici di Trump, i «millionaires e billionaires» come direbbe Bernie Sanders, gli amici degli amici che il neo presidente ha chiamato al governo, si riparano con discrezione. Sono arrivati i finanzieri di Wall Street, al seguito di Steven Mnuchin, lo speculatore degli hedge fund che sarà Ministro del Tesoro e che ieri è stato «grigliato», come scrivono i giornali, nell’audizione al Senato. Infine la corte, già sovraffollata, di Ivanka e del consorte Jared Kushner. Stasera parteciperanno alle feste private, inaccessibili.
Ma ci sarà da divertirsi per tutti. I più spiritosi hanno organizzato due balli per i «deplorables»: beffa estrema alla battuta di Hillary Clinton. Disse la candidata democratica, buttando via un bel pezzo di presidenza: «Metà dei sostenitori di Trump sono nella cesta dei “deplorabili”, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi, quello che volete».
Nella mischia di questo cambio epocale, gli entusiasti camminano fianco a fianco, sfiorano i nostalgici. Una ragazza, silenziosa, gira per ore con il cartello: «Thank you Obama». Il primo presidente afroamericano della storia ha ormai terminato di svuotare i cassetti dei provvedimenti e della politica. Ora sembra piuttosto preoccuparsi di confortare il «suo» popolo. Oggi farà trovare al suo successore la tradizionale lettera del passaggio di consegne. Nel frattempo ha scritto l’ultimo messaggio dallo Studio Ovale indirizzato agli americani, chiudendo con una citazione della canzone più famosa e più militante interpretata da Joan Baez: «We shall overcome». Difesa dei diritti civili, battaglie pacifiste. Ce la faremo. Una storia cominciata nel 1963. Obama era un bambino di due anni e ora promette: «Sarò accanto a voi in ogni passo».
A poche centinaia di metri, posizionato su un angolo strategico, c’è uno dei pochi afroamericani che sembra davvero soddisfatto: ha improvvisato una bancarella con i gadget dell’«Inauguration Day». Gli affari vanno alla grande: 10 dollari per tre spille. Le varianti di «The Donald» sono quasi finite, mentre quasi nessuno compra «Melania, la nostra First Lady». Le magliette? «Venti dollari, però sono di ottima qualità». Tutte made in Usa, come vorrebbe Donald Trump? «Ehi amico, tutta questa roba è fatta in Bangladesh. Lo sanno tutti in America».