La Stampa, 19 gennaio 2017
«Avverto l’attesa per il mio ritorno. Ma io alla Scala sento aria di casa». Intervista a Riccardo Muti
Il momento è ormai vicino. Nell’unica tappa italiana del tour europeo a capo della Chicago Symphony Orchestra, dopo i successi di Parigi, Amburgo e nella danese Aalborg, Riccardo Muti torna domani ad alzare la bacchetta al Teatro alla Scala: non lo faceva dal burrascoso divorzio, nel 2005, dall’istituzione milanese ove era direttore musicale. È il frutto di un paziente lavoro diplomatico di ricucitura portato avanti dal sovrintendente Alexander Pereira: Muti è in uno stato d’animo del tutto sereno.
Maestro, si percepisce un’atmosfera di fibrillazione per i concerti di venerdì e sabato.
«È vero, c’è nell’aria un’attesa piena di curiosità, invece io ho sentito aria di casa già l’anno scorso, quando in quella sala incontrai il pubblico in occasione della mostra per i miei 75 anni. È una sentimentalità che non mi ha mai abbandonato. Salirò con naturalezza sul podio, certo è strano che l’ultimo concerto lì fu con i Wiener Philharmoniker e il primo, ora, è con la Chicago Symphony: ma la musica è musica, non ha connotati e io lavoro con l’orchestra di Chicago da sette anni, con un rapporto umano e artistico straordinario».
Pereira insiste perché lei torni a dirigere un’opera con i complessi scaligeri.
«Per un’opera ci vuole un mese di tempo. Io sono all’antica: faccio prima venti giorni di prove al pianoforte con i cantanti, i personaggi si creano attraverso la musica, la regia viene dopo, mentre oggi un regista s’inventa un’idea e l’attacca all’opera. Pereira vorrebbe che dirigessi ancora La forza del destino di Verdi, che manca alla Scala da molti anni. Se troverò il tempo, la potrò anche fare, al di là dell’aura negativa che per molti la circonda: in tanti anni non mi è mai successo nulla».
Con la Chicago Symphony dirige in tournée pilastri del repertorio sinfonico, Ciajkovskij, Strauss, Mussorgskij, ma anche «Contemplazione» di Catalani.
«Non torno aprendo il programma con fuochi d’artificio, ma con un brano malinconico: in questi anni l’orchestra è cambiata molto, non è solo una potente macchina da suono, è diventata più cantabile e ama i pianissimi. Il 20 gennaio – ma del 1892 – fu il giorno della prima della Wally di Catalani alla Scala, un’opera che spero di dirigere: Mahler, che la diresse ad Amburgo, riteneva che fosse la più bella opera di quel periodo».
Qual è secondo lei la base su cui un giovane direttore d’orchestra può costruire una solida carriera?
«La direzione d’orchestra non si studia, ma s’impara con la pratica. Ciò che si deve studiare è la composizione, per dieci anni: conservo ancora pile di esercizi di contrappunto fatti durante gli anni di conservatorio. Poi bisogna studiare il pianoforte per saper preparare una compagnia di canto; serve anche praticare uno strumento ad arco o a fiato, in modo da avere conoscenza diretta di come funziona un’orchestra».
Come trova i giovani d’oggi?
Oggi molti studiano poco composizione, suonicchiano uno strumento e sul podio fanno grandi gesti: ma le braccia devono essere strumento della mente, un mezzo, non un fine. La direzione è diventata un’attività spettacolare, le orchestre si lamentano perché i direttori fanno troppi gesti e mancano di sostanza: per molti è una professione di comodo, ma per farla bisognerebbe almeno saper scrivere una fuga a quattro parti».
Intanto ha creato a Ravenna l’Accademia dell’Opera italiana.
«Occorre insegnare ai giovani come si prepara un’opera, non solo di Verdi: sono massacrati anche Donizetti e Bellini, il cui fraseggio viene ridotto a canzonette con fermate ad libitum e cedimenti al languore. Il prossimo corso in settembre, aperto anche al pubblico, sarà sull’Aida di Verdi, dopo che l’avrò diretta in estate al Festival di Salisburgo».
Con il Ravenna Festival sta per avverarsi un progetto a lungo sognato, portare il concerto delle Vie dell’amicizia a Teheran, il 6 luglio.
«Sto lavorando per questo concerto con musicisti italiani e iraniani, ha un grande significato per me come cittadino del mondo. In dicembre ho diretto a Tel Aviv la Filarmonica d’Israele nell’80° anniversario della fondazione a opera di Arturo Toscanini, ora andrò a Teheran: Israele e Iran hanno rapporti certo non facili, ma questi appuntamenti sono garanzia del fatto che la musica non ha frontiere, supera le difficoltà e i contrasti».