La Stampa, 19 gennaio 2017
È cominciata la battaglia sul commercio
«Il problema dell’Europa è l’Europa». Sette parole che potrebbero essere l’inizio di una rivoluzione o l’epitaffio della globalizzazione.
A pronunciarle non è uno degli anti-capitalisti di Anonymous e nemmeno uno euroscettico dei 5Stelle, ma Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia di mestiere e pacato internazionalista d’estrazione.
L’esternazione di Padoan a Davos, la «culla» della globalizzazione e parco giochi dell’élite socio-politica del pianeta, va presa sul serio, anche se magari lui era arrabbiato per via delle critiche europee sulle finanze italiane.
Dopo decenni di crescita astronomica nel commercio internazionale, abbattimento di barriere fisiche (ve lo ricordate il Muro di Berlino?) ed economiche, di «Tigri asiatiche» e rampanti paesi sudamericani, l’idea-chiave della globalizzazione è sotto assedio.
Da Trump, a Brexit, passando per i movimenti di protesta europei e le politiche senza più contatto con la realtà di Bruxelles, fino ad arrivare a Padoan, la convinzione che diventeremo tutti più ricchi scambiandoci merci e servizi sta vacillando.
E non solo a parole: nel 2016, per la prima volta in 15 anni, il commercio mondiale è cresciuto meno dell’economia del pianeta, secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
La globalizzazione non è morta ma ha messo la retromarcia. Bisogna che trovi subito un nuovo percorso prima che sbatta contro un muro e faccia danni veramente severi all’Europa e all’America ma anche ai paesi in via di sviluppo.
Le strade non sono molte ma sono molto diverse l’una dall’altra.
A destra, c’è l’isolazionismo di Trump, che piace molto alle classi medio-basse alienate dalla globalizzazione. La ricetta economica è un misto di promesse di spesa (in teoria, almeno, per migliorare le cadenti infrastrutture Usa) e di tagli di tasse (per i più ricchi). Ma è il messaggio politico che fa più paura ai fautori del libero commercio: protezionismo, ritirata all’interno dei confini americani, tariffe per salvaguardare posti di lavoro e proteggere i più deboli. È un messaggio che riecheggia anche in Europa, con vari accenti nazionali, dai 5Stelle a Marine LePen.
Al centro del bivio, c’è Theresa May con la sua Brexit. La premier britannica vuole una rottura netta con l’Europa ma non con il commercio mondiale. Anzi, nel suo discorso-divorzio di questa settimana, ha promesso una Gran Bretagna più globale.
Quello che Mrs. May sa ma non dice è che, una volta uscito dall’Europa, il Regno Unito dovrà negoziare accordi bilaterali con ogni paese con cui vuole commerciare. Sarà un processo lunghissimo che nel breve termine porterà a perdite economiche, sia per la Gran Bretagna sia per l’Unione Europea.
E se guardate a sinistra dell’incrocio, troverete un Xi Jinping che se la ride. Il presidente cinese è stato la star di Davos con un discorso in cui si è presentato come il grande, e solo, fautore della globalizzazione. «Nelle guerre commerciali, non ci sono vincitori», ha declamato con tono lugubre e faccia serissima. Ottime parole, peccato però che i fatti non vi si accordino.
Peccato che questo profeta della globalizzazione sia a capo di un paese che ha aperto pochissimi settori industriali agli stranieri, che controlla il valore della propria moneta per stimolare le esportazioni e che sembra volere tutti gli onori ma nessun onere del libero commercio internazionale.
E allora? Allora ha ragione Padoan quando dice che le politiche attuali fanno buon gioco ai protezionisti e ai populisti e che bisogna cambiare.
Il potere economico del libero commercio non si discute: non è perfetto ma è meglio delle alternative. Ma il problema è che ad essere convinti di ciò non dobbiamo essere «noi» – i beneficiari più o meno benestanti della globalizzazione – ma «loro» – gli imbufaliti ceti che hanno perso soldi ed influenza mentre noi commerciavamo.
La sfida politica a difesa della globalizzazione è appena cominciata.