La Stampa, 19 gennaio 2017
«Riparte il grande gioco di Usa, Cina e Russia. L’Europa rischia di sparire». Intervista a Domenico Siniscalco
«Il paradosso di Davos», lo chiama Domenico Siniscalco. O anche «la nemesi di Davos», nella versione hard. Sul palcoscenico sottozero della località svizzera l’economista vede sfilare Xi Jinping, «l’esponente del principale partito comunista del mondo impegnato a difendere la globalizzazione e l’ambiente», a fianco dei consiglieri di Donald Trump, il leader «del più grande stato capitalista che predica contro il protezionismo e vuole limitare il libero commercio». La Cina e gli Stati Uniti, commenta il vicepresidente di Morgan Stanley Europe, sono due dei tre protagonisti del «Grande Gioco che ritorna». Il terzo è la Russia. Insieme hanno ripreso a spartirsi le carte per governare un mondo in cui l’Europa, così come sta ora, «fatica ad avere voce in capitolo».
Professore, come ci siamo arrivati?
«Le posizioni cinesi e americane si erano già viste in autunno, al G20 di Shanghai come alle riunioni del Fmi di Washington. Il meccanismo scatenante del nuovo contesto è lo scontro fra i ceti medi. Pechino dice che la globalizzazione ha funzionato perché una classe media di 800 milioni di persone ha visto crescere il livello di vita, in buona parte a nostre spese. L’America ha reagito riflettendo la rabbia della sua classe media, frustrata per questa nuova situazione. Trump e Xi difendono i loro elettori. Ma i sentimenti sono diversi e così le posizioni».
Di qui il «Grande Gioco».
«Sì, un gioco politico ed economico. Putin, Trump e Xi. In cui l’interrogativo vero è: cosa succede all’Europa?».
Già, cosa succede all’Europa?
«Credo e spero che sia l’occasione di costruire un’Europa più coesa in grado di inserirsi in questo Gioco. Magari come ponte, con la Cina, con la Russia, o anche con l’America. Il rischio vero è l’incapacità di produrre una posizione unitaria, che ciascuno vada per conto suo. È l’aspetto più preoccupante».
Quali esiti avrebbe?
«Non ci sarebbe più l’Europa. Diventeremmo irrilevante ai fini degli equilibri mondiali. Se parliamo tutti, uno per uno, è facile capire che non possiamo contare nulla. Nel Grande Gioco c’è anche la nostra Grande Partita, una partita che non ha appello. Essere uniti o scomparire».
Ce la faremo?
«Io credo che Angela Merkel cercherà di svolgere un ruolo europeo in questo match. Bisogna vedere cosa faranno gli altri. Mettiamola così. Per l’Europa è uno stress test che impone la scelta fa l’irrilevanza e la crescita come entità politica».
E la Brexit?
«Non ho ancora capito cosa vogliano a Londra e come. È lo stesso per Trump. Bisogna aspettare sei mesi per l’una e per l’altra cosa. Ma questo non sposta i poli del Gioco».
Possiamo fidarci di Xi che parla come Obama?
«Non pretendo che i cinesi diventino globalisti come è stato per l’America. Ma è importante che difendano l’apertura dei commerci. Ed è importante che Xi abbia sottolineato l’opportunità una guerra di valuta e di commerci. Eppure, il cambio di paradigma in questi ultimi mesi è tale da costringerci ad ammettere che è presto per trarre delle conclusioni».
Se potesse scegliere una cosa da cambiare, cosa vorrebbe?
«L’Europa unita. Perché solo con una voce unica saremo in grado di gestire un gioco come questo in cui siamo piccoli anche uniti».
La tendenza è di segno contrario. Come mai?
«Lo stato nazionale è il primo luogo della democrazia. I politici, per essere rieletti, guardano a cosa succede in casa. Colgono i segnali nazionali e non quelli europei. Ciò dipende anche dal fatto che l’Europa, dopo sessant’anni, è una costruzione incompleta».
Siamo destinati al fallimento?
«Credo che, visto che le architettura di governance cambiano più facilmente sotto pressione, potrebbe essere il momento per rimettere tutto a posto. Siamo su un crinale. L’esigenza di partecipare al Grande Gioco è la forza decisiva che ci farà cadere o avanzare. Lo status quo non mi sembra più praticabile».