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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

Senza avvocati né medicinali
. I 3000 italiani in cella all’estero

Paese che vai, detenuto (italiano) che trovi: anche se la maggior parte sta in Germania. Sono 3.288, infatti, i nostri connazionali che per qualche ragione sono finiti in gattabuia all’estero. Di questi ben 1.191, cioè più di uno su tre, stanno scontando qualche guaio con la giustizia tedesca. Già, da Colonia a Monaco le carceri sono piene di italiani. E niente, frau Merkel si sarà pure spellata le mani a furia di ringraziare i carabinieri di Sesto San Giovanni che poco prima di Natale hanno fermato Anis Amri, ma (a quanto pare) i secondini teutonici sono davvero inflessibili quando si tratta di dover mettere le manette a un italiano. 
Per inciso: il grosso di loro è ancora in attesa di giudizio. 
Cioè sono “presunti colpevoli”, può anche darsi che il processo dia loro ragione: ci siamo sbagliati, torni pure al Brennero. Ci sarà anche un giudice a Berlino, come si suol dire. Da noi, invece, la percentuale di tedeschi dietro le sbarre è appena lo 0,2% dell’intera popolazione carceraria (stiamo parlando, in totale, di solo 41 persone). Tant’è: l’esercito dei detenuti, spesso dimenticati, fuori dai confini nazionali è di quelli che fanno impressione. 
In Europa ce ne sono 2.544 (almeno stando agli ultimi dati disponibili targati ministero della Giustizia), altri 500 stanno facendo una vacanza forzata al di là dell’Atlantico: Barack Obama ne ha incarcerati 77, in Brasile ce ne sono 79, i restanti 150 sono da dividere tra Perù, Argentina e Venezuela. Una quarantina di italiani, poi, sta vivendo in una prigione mediorientale, mentre altri 10 in Asia: sono praticamente tutti rinchiusi in India, da quelle parti è andata bene solo ai due Marò. Ma chi se la passa peggio di tutti sono i 15 italiani che ogni mattina si svegliano in una cella sperduta nei Paesi sub-sahariani: Senegal, Giunea, Congo, Mali, Ghana, Nigeria e Mauritania. Non che le patrie galere a casa nostra siano un posto di allegra villeggiatura, intendiamoci, ma quelle sono tutto fuorché un faro di civiltà. 
I detenuti italiani all’estero spesso non hanno neanche l’assistenza di un legale, figurarsi di un interprete che permetta di capire quanto stia succedendo. Certo, tra loro ci sarà anche qualche criminale incallito o delinquente abituale: i reati dei nostri connazionali in terra straniera sono, manco a dirlo, quasi sempre legati alle droghe. Eppure nella schiera delle manette tricolori fuori dogana c’è soprattutto chi ha commesso una leggerezza senza pensarci troppo. Magari proprio in vacanza, quando gli eccessi sono a portata di mano. 
Esempio: Simone Renda, un bancario leccese di 34 anni, nel 2007 viene trovato in stato confusionale nella sua camera d’albergo, a Playa del Carmen, in Messico. Lo arrestano per “disturbo alla quiete pubblica” (vai a capire) il 3 marzo: gli hanno rubato il portafoglio, non ha nemmeno una carta di credito e quindi lo trascinano in cella. Muore tre giorni dopo, senza acqua né cibo e, in compenso, con una disfunzione epatica in corso. La Corte d’assise di Lecce lo ha messo nero su bianco pochi giorni fa: la polizia pugliese ha aperto un’indagine, ha condannato i due vicedirettori e i tre agenti del carcere in cui è stato trattenuto Renda. Per omicidio volontario, tra l’altro: la sua più che una detenzione è stata una tortura. Lo dicono i magistrati. 
A dicembre la senatrice pentastellata Paola Donno ha provato a sollevare la questione, presentando in Parlamento un’interrogazione che chiede chiarimenti. Il fenomeno dei carcerati all’estero, infatti, è rimasto costante negli ultimi anni. Questi italiani, racconta il documento, «sono esposti a diffusi episodi di contrazione di malattie a cui però non seguono idonee cure». 
Qualcuno che si occupa di loro, però esiste. È l’associazione Prigionieri del silenzio, guidata e fondata da Katia Anedda. «In alcuni consolati ho trovato collaborazione, in altri nemmeno rispondono alle email», sbotta in un’intervista a Linkiesta che ha provato a fotografare la situazione. Se addirittura le istituzioni fanno spallucce, sbrogliare la matassa non sarà così semplice.