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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

«Che passione fare lo chef ma può essere un inferno». Intervista a Bruno Barbieri

Come si sente Bruno Barbieri in questo inizio d’anno? «Sono soddisfatto, in forma e scatenato». Scatenato si può ben dire, visto che lo chef è in tv con la sesta edizione di MasterChef Italia in onda fino al 9 marzo tutti i giovedì alle 21,15 su Sky Uno HD, gestisce con successo il Fourghetti, il suo nuovo ristorante di Bologna, ed è di nuovo al lavoro per la prima edizione di Celebrity Masterchef, il talent cooking dei Vip che andrà in onda su Sky Uno HD la prossima primavera dove sarà affiancato dai giudici Antonino Cannavacciuolo e Joe Bastianich. I primi otto dei ventiquattro episodi di MasterChef 6 hanno appassionato una media di 1 milione 382 mila spettatori, il 51% rispetto alla quinta edizione. E stasera si prevedono due puntate particolarmente vivaci, prima con i 16 aspiranti chef rimasti in gara alle prese con una Mystery Box contenente solo ingredienti sex killer dai sapori e dagli odori molto forti, insomma quelli capaci di spegnere ogni desiderio erotico e di trasformare un’occasione romantica in un grande flop. Poi con la prova dell’Invention Test ideato insieme allo chef tre stelle Michelin Heinz Beck de La Pergola di Roma, special guest della puntata. E infine, con la prima prova in esterna sull’isola di Santorini.
Barbieri, ma come riesce a fare tutto?
«Sono un vulcano di energia e mi piace un sacco il mio lavoro!».
Segue gli altri programmi televisivi di cucina?
«No, per piacere guardo solo film e documentari».
MasterChef è solo una gara di cucina televisiva con un ricco montepremi o anche un’opportunità per cambiare vita?
«È un’occasione per cambiare vita, come dimostra il fatto che nel mio Fourghetti ho assunto Maradona Youssef, il concorrente libanese della passata edizione. Tuttavia, non bisogna sottovalutare i sacrifici di un mestiere come quello del cuoco. Per chi non è mosso da una profonda passione fare lo chef può essere un inferno».
Tra gli chef, tutt’ora le donne sono meno numerose degli uomini. Perché?
«Perché anni fa era un lavoro considerato prettamente maschile in quanto duro fisicamente. Oggi grazie alle nuove tecnologie il nostro mestiere è più sostenibile e leggero. E infatti ci sono sempre più talenti femminili che stanno emergendo. Tra l’altro, sinceramente, credo che le donne abbiano un tocco in più rispetto agli uomini nella guarnizione del piatto».
Lei è uno chef duro con la sua brigata?
«No. Sono molto esigente, ma ho capito che la frusta non serve. Nella mia cucina regna un clima di armonia e di libertà, anche se durante il servizio non accetto errori di distrazione».
Chi l’ha avvicinata alla cucina?
«Mia nonna, donna di grande carisma nonché ottima cuoca, per anni Perpetua nella canonica del Paese. Mi ha trasmesso l’idea che cucinare significa raccontare poesie gastronomiche».
Ma ha sempre saputo di voler diventare cuoco?
«No, l’ho capito da ragazzino. Da piccolo, invece, sognavo di aprire un bar e mi divertivo come un matto a giocare ai baristi con mia sorella. Non scorderò mai quando, per allestire al meglio il mio bancone, un pomeriggio mi spinsi a piedi fino all’autostrada Bologna-Firenze per raccogliere le lattine abbandonate lungo la strada. Che incosciente!».
E quando ha mosso i primi passi nella ristorazione?
«Ai tempi della scuola alberghiera: la mattina frequentavo le lezioni, il pomeriggio studiavo e la sera facevo l’aiutante nei ristoranti di Bologna. Mi affidavano compiti semplici, come tagliare le verdure o pulire la cucina: esperienza decisamente utile. La gavetta è indispensabile, nonostante oggi spesso i giovani la sottovalutino».
Gli incontri più significativi della sua carriera?
«Tre nomi su tutti: Giacinto Rossetti, Igles Corelli e Gianfranco Vissani».