Il Giornale, 19 gennaio 2017
«Il no al Genoa, il mobbing e il sogno: la mia Samp». Intervista a Christian Puggioni
Prendete un bambino che corre dietro a un pallone in un qualsiasi paese d’Italia. Chiedetegli quale sia il suo sogno. Quasi sicuramente dirà: «Giocare in serie A». E probabilmente aggiungerà di volerlo fare nella squadra per cui fa il tifo. Christian Puggioni ce l’ha fatta. A 35 anni, dopo tanto girovagare e dopo problemi e carte bollate col Chievo Verona. Dai campetti polverosi di periferia, all’esordio nella sua squadra del cuore, nello stadio dove andava in gradinata a fare il tifo, nella partita più attesa e sentita, il derby contro il Genoa. «Capita che si abbia la fortuna di chiudere il cerchio», si schermisce. Ma nella sua carriera più che la fortuna hanno inciso determinazione e passione.
Quel derby, da titolare, dopo un anno e mezzo in panchina. Una favola.
«Ne ho giocati tanti in carriera ma giocare il derby della tua città è qualcosa di diverso. È quello che si sogna quando si inizia a giocare a calcio».
Come si vive la vigilia? Tensione? Paura? Gioia?
«In città tutti cercavano di caricarmi, di parlarmi, di toccarmi. È bello ma rischioso. Racconto un aneddoto. Il giorno prima della partita io e Palombo, il capitano, abbiamo chiesto al mister di annullare il ritiro e di stare a casa con le nostre famiglie. Lui ha accettato, siamo arrivati al campo sereni e concentrati. E abbiamo vinto».
Cosa ha provato entrando in campo e guardando la sua gradinata, quella dove andava a fare il tifo?
«Ho alzato gli occhi, ho guardato la gradinata blucerchiata poi ho voltato lo sguardo e sono ritornato freddo e attento a quello che dovevo fare, senza pensare al tifo».
Si dice che nel calcio nessuno è profeta in patria... È così difficile?
«Giocare nella squadra del proprio cuore è molto impegnativo perché hai più responsabilità. Tutti si aspettano grandi cose perché porti i colori nel cuore. La chiave di lettura è la professionalità. Da quando sono a Genova sono uscito fuori a cena solo una volta...».
Ha realizzato il suo sogno?
«Sono un po’ contrario a questo termine. Posso dire di essermi tolto delle grandi soddisfazioni. Ma non mi sento arrivato, altrimenti smetterei».
La sua carriera non è stata semplice.
«Forse fossi stato diverso avrei avuto più occasioni. Ma quando un calciatore smette rimane l’uomo e l’uomo vive anche di principi e coerenza con le proprie idee».
Che porta a rifiutare il trasferimento al Genoa per questioni di cuore e a finire fuori squadra.
«Questo mi ha portato ad andare contro ad una società (il Chievo Verona, ndr) e a denunciare il mio datore di lavoro che mi ha fatto vivere un anno da esiliato. Ma alla fine un collegio arbitrale mi ha dato ragione, ho difeso le mie idee».
E come «premio», la chiamata della sua Sampdoria.
«C’è stata questa possibilità e ho accettato di percepire meno della metà di quanto guadagnavo pur di accettarla».
Si parla di Puggioni e si parla di favola. Ma cosa direbbe a un bambino che gioca in un campo di periferia come ha fatto lei?
«Vedo mio figlio a casa che si traveste e mette le magliettine... Un giorno è Ronaldo, un altro Messi. Io gli dico Ma lascia perdere, prendi il pallone, gioca e divertiti!».
Si può ancora fare?
«Chi lo fa trova il Santo Graal. La chiave per arrivare ad alti livelli non è la scarpa alla moda o il completino ma la passione».
Ok, le crediamo. Ma se domani la chiama il Real Madrid e le offre una barca di soldi? Resta alla Samp?
«Ma perché? (e con tono impaurito) La Samp deve vendermi?».