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 2017  gennaio 19 Giovedì calendario

Addio, cara vecchia F1. Nel futuro delle corse il modello «Super Bowl»

«FAREMO di ogni gp un Super Bowl». Eccolo qui il progetto dei nuovi padroni della F1: Chevy Chase, il nuovo chairman del circus, e John Malone, il capo di Liberty Media, il gruppo che ieri sera ha avuto dalla Federazione internazionale dell’automibile (Fia) il via libera, decisivo, per chiudere, entro metà marzo (ma forse anche prima) l’acquisto della Cvc, vale a dire la scatola che contiene tutta la F1.
Ancora tre mesi fa, quando la gente vedeva i mustacchi a vertigine di Malone a fianco al caschetto da Beatles fuori tempo massimo di Bernie Ecclestone, nel paddock era tutto un darsi di gomito: «Altro che scalata alla F1, il vecchio a quello se lo mangia in due settimane», dicevano tutti. Oggi nessuno ride più. L’operazione da 8,5 miliardi di dollari è quasi chiusa. E l’era Ecclestone, con lei. Forse il vecchio bazzicherà il suo business per altri due o tre anni, nessuno vuole mancargli di rispetto. Ma avrà un ruolo via via sempre meno rilevante. «O forse – diceva non più tardi di due giorni fa un comune amico di entrambi – Malone non gli farà cominciare la stagione».
Comunque sia, ora tocca agli americani. E ai loro gp “super bowl”. Già, ma in termini pratici cosa vuol dire? Lo spiega Chase. «Questo sport ha un contenuto unico nel panorama globale. Ma non è in grado di trarne adeguato vantaggio: non c’è marketing, non ci sono dati, non c’è ricerca, non ci sono piattaforme digitali adeguate. Abbiamo bisogno di costruire le rivalità tra i team e tra i piloti, dobbiamo mettere la gente in condizioni di capire la tecnologia che viene utilizzata». L’obbiettivo dichiarato, il mantra, è: spettacolarizzare al massimo. Per questo viene citata come modello la finale del football americano. Solo l’halftime show dell’ultima edizione – l’intervallo, per intenderci – valeva come tutto l’evento: sul palco c’erano i Coldplay, Bruno Mars e Beyoncé. Prima della gara, Lady Gaga aveva cantato l’inno americano. Comprensibile come durante la gara gli spot tv (girati con budget terrificanti) siano così arrivati a costi enormi: la Cbs, che trasmetteva l’evento, aveva fissato una tariffa da 5 milioni di dollari per 30 secondi.
È evidente che numeri del genere sono plausibili solo se direttamente collegati alla peculiare natura del pubblico Usa: motivo per il quale nei prossimi due o tre anni le tappe Usa dovrebbero moltiplicarsi: oltre ad Austin, dovrebbero arrivare New York, Las Vegas e Miami. Per la gioia dei grandi costruttori – Ferrari in testa – che da sempre spingono per un’espansione a ovest, magari con un “mondiale nel mondiale” dedicato a quel mercato.
Ma per la Ferrari c’è anche qualche motivo di preoccupazione. Sotto l’aspetto sportivo. Molti dei grandi protagonisti del motorsport mondiale (Audi, Nissan, Toyota) si tenevano alla larga dalla F1 per via dell’instabilità delle regole, fenomeno dai più collegato alla presenza di Ecclestone in cabina di comando. Ora che Ecclestone non c’è più, è probabile che nei prossimi anni la F1 diventi un ambiente più attraente per le grandi case, tanto più in quest’epoca di motori ibridi. E un aumento della concorrenza qualificata non è proprio quello di cui la Ferrari un po’ zoppa di questi tempi ha bisogno.