la Repubblica, 19 gennaio 2017
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Il mondo di Laura. «Voi mi rimproverate? A me non importa più»
ROMA A un certo punto Laura Pausini si ferma: «Lo sa perché sbagliavo? Perché non mettevo mai me stessa come primo argomento. Invece in certi casi non solo è necessario, ma è anche giusto. Per crescere ho imparato a dire “io”». La ragazza dei record (70 milioni di dischi venduti, premi, concerti, tv) che dal lontano Festival di Sanremo 1993, (quello vinto grazie al fuggitivo Marco mai più tornato), non si è mai fermata, supera se stessa. A dieci anni dalla vittoria del Grammy con Resta in ascolto, quest’anno è nominata di nuovo nella categoria Best latin pop album con Similares, versione spagnola di Simili (la cerimonia sarà a Los Angeles il 12 febbraio). Mentre è appena uscito il singolo di 200 note.
Pausini è una star mondiale formato famiglia, fiera delle radici, Solarolo (Faenza): romagnola di rara simpatia. «Ho imparato la leggeressa, quando parlo dico quello che penso. Poi c’è sempre qualcuno che mi rimprovera» dice ridendo come una bambina, tutte le zeta che diventano esse.
Si spieghi meglio.
«A volte esagero e dico troppo, una volta mi pentivo. Adesso no. Voglio essere chiara».
Che effetto fa la seconda candidatura ai Grammy?
«A me andava bene anche così perché fino a una certa età non sapevo neanche cosa fossero. Come il Festival, quando ho vinto Sanremo non era neanche nei miei sogni. L’ho detto in tv ai Grammy: “Belli, informatevi e non fate i fighi, Sanremo è fantasticoooooo”».
Lo pensa davvero?
«Scherza? Io al festival devo tutto. Il Grammy ha un valore particolare perché veniva da un anno molto duro dal punto di vista personale, era il primo disco da sola dopo aver lasciato il mio gruppo. Mi avevano detto che sarei fallita, è stata una rivincita. Da lì ho preso coscienza di me, sono diventata la Laura che fa troppe cose e hanno cominciato a chiamarmi Wonder woman. Ho posato vestita da Wonder, per scherzo».
Si sente una super eroina?
«Ma no. Però faccio tante cose, a volte non so neanche io come. Ho sofferto per mancanza di autostima, capita a tante donne. Pensi com’è la vita, l’8 febbraio 2006 ho vinto il Grammy, l’8 febbraio del 2013 è nata mia figlia Paola, è un giorno magico».
È diventata una Wonder mamma?
«Il suo arrivo mi ha tolto l’inquietudine, da quando c’è lei me ne sbatto un po’ delle cose che mi facevano soffrire. Di carattere sono una perfezionista, oggi mi assolvo: se qualcosa va male l’ho sbagliata e pazienza. Non posso perderci il sonno. Il canto mi ha dato certezze psicologiche e economiche, se penso a com’ero».
Com’era?
«Una volta ero sempre preoccupata, timida, insicura adesso mi godo le cose divertenti. Mi dicevano che non potevo essere leggera, di concentrarmi sul pezzo... Forse in Italia non mi conoscete come all’estero: in televisione sono sciolta, faccio la scema, oggi mi diverto molto, anche ai concerti».
Il 2017 com’è iniziato?
«Sul tapis roulant. Ho visto le foto ai Grammy dieci anni fa. Non posso rappresentare l’Italia con la pancia, devo essere in forma. La sfida è sempre entrare nei vestiti».
Alle donne si richiede la perfezione, anche a lei non perdonano niente?
«Non siamo mai perdonate, eventualmente accettate. Sono le donne che giudicano e fanno le critiche più feroci. Ma sono fortunata, la maggior parte delle persone che mi aiuta sono donne, e mi fido».
Raffaella Carrà diceva che è fondamentale avere le donne dalla propria parte.
«Raffaella è sempre stata un mito, è della mia zona. Quando sono diventata famosa non riuscivamo mai a incontrarci poi mi ha invitato in Spagna a un programma sulle adozioni e con lei ho adottato un bimbo a distanza. Ci siamo sentite, le avevo promesso che quando sarei rimasta incinta glielo avrei detto. E quando è nata Paola sono venuta a Roma per presentargliela: la quinta parola pronunciata da mia figlia dopo mamma, papà, pappa, è stata Carrà».
Siete accomunate dal dono dell’empatia.
«È bella questa cosa, Raffa la sento vicina. Perché siamo romagnole, l’empatia la ritrovo nelle persone del mio paese, è sentirsi a casa con chiunque, essere accoglienti. Quando ho vinto a Sanremo Enrico Mentana mi intervistò e disse che ero troppo zuccherosa... Sono stata cresciuta da persone positive».
Deve tanto alla famiglia?
«Tutto. Papà, mamma, mia sorella Silvia: sono stata circondata dall’amore».
Però ha cantato spesso amori strazianti.
«Non ho avuto molti fidanzamenti felici. Se ascolta Simili, fino a Inedito tutte le canzoni sono dichiarazioni d’amore. Quando cantavo Non ho mai smesso non posso nascondere di non aver pensato a Paolo (Carta, il suo compagno, ndr). Ora che comincio a pensare ai brani del nuovo album, le canzoni malinconiche sono quelle che mi piacciono di più. Però Simili che ho scritto con Niccolò Agliardi, è un inno all’amore. I simili si trovano».
Sì, ma in “200 note” l’amore è passato: “E forse è vero/ quello che ti porti dentro/ è sempre tutto ciò/ che non hai mai potuto avere accanto”.
«Tony Maiello ha scritto un testo bellissimo, e lo canto con tutta me stessa. C’è verità in quelle parole. Ma ora ho Paolo».
Prima tante l’avranno ispirata, ma se una diventa “la Pausini”, chi guarda?
«Cerco di non assomigliare a niente, di non farmi influenzare. C’è tanta bruttezza in giro, e tanta bellezza. Io voglio essere totalmente autentica».